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A Scarcity Of Miracles
Robert Fripp
In The Court Of The Crimson King
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Jakszyk, Fripp and Collins - A Scarcity Of Miracles (DGM)

di Stefano Bianchi

 

Umore: PROGETTUALE

Da quando (1969) ha fondato i King Crimson beatificando il progressive rock con quel capolavoro di In The Court Of The Crimson King, Robert Fripp non s’è mai concesso un attimo di tregua. Oltre ad aver dato l’impronta alle metamorfosi del Re Cremisi e ai mollteplici cambi di formazione, si è dato da fare come solista (un disco su tutti: Exposures del ’79), ha coniato la League Of Gentlemen e la League Of Crafty Guitarists e brevettato la tecnica d’incisione dei Frippertronics che negli ultimi anni ha evoluto digitalmente in Soundscapes (paesaggi sonori). E quando al colmo dell’iperattivismo ha intrecciato collaborazioni con Brian Eno, David Bowie, Blondie, Peter Gabriel, Andy Summers, David Sylvian e Daryl Hall, l’instancabile chitarrista ha dato la netta sensazione di potersi trovare contemporaneamente in più luoghi senza batter ciglio. Nel frattempo, i King Crimson hanno smesso di essere una band in senso stretto per trasformarsi in una “costellazione” di strumentisti (comandati a bacchetta da lui) che di tanto in tanto si riuniscono per suonare, comporre musica e se avanza tempo esibirsi dal vivo. Tant’è che l’onnipotente Fripp ne ha scandito le mosse in Projekcts, puntando soprattutto sull’evoluzione di quel suono fantasmagorico, appuntito e funkettaro che i King Crimson avevano prodotto negli Anni ‘80 con Discipline, Beat e Three Of A Perfect Pair.


Con il nuovo Projekct (il settimo, ma temo d’aver perso il conto) intitolato A Scarcity Of Miracles, a sorpresa si ritraggono gli artigli per sfoderare melodie: piacevoli canzoni, perfino accattivanti, che sembrano create apposta per citare la dolcezza di I Talk To The Wind, la “lectio magistralis” che insieme al suo esatto opposto 21st Century Schizoid Man trasformò In The Court Of The Crimson King in mito. Robert Fripp, stavolta, pavoneggiandosi con Jakko Jakszyk (voce, chitarra, tastiere), Mel Collins (sax, flauto) e l’aggiunta di Tony Levin (basso) e Gavin Harrison (batteria) snocciola a partire dalla “title track” autentiche squisitezze: l’esotismo di The Price We Pay, ritmato da una cetra cinese e tinteggiato dal soul-jazz dei fiati e dagli assoli di chitarra elettrica; il soffice intimismo di Secrets, che si evolve in un quasi rock; l’ambient music in punta di piedi di This House, con un impeccabile intreccio di voci e strumenti; l’inquieta The Other Man che finisce per tuffarsi nel progressive; la sinfonia siderale di The Light Of Day tra free jazz, sperimentazione pura e certe carezze vocali che di solito appartengono a David Sylvian. «Questa musica ha dentro di sé il gene dei King Crimson», ha dichiarato Fripp, «anche se quando l’abbiamo composta non pensavamo a paragoni, assonanze o similitudini. Chiamiamole, semmai, evoluzioni». Per i nuovi King Crimson, quindi, ripassare più avanti. Forse, un domani, chissà. Quando l’ubiquo Fripp ne avrà voglia e tempo.

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