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Bon Iver, Bon Iver
Justin Vernon Bon Iver
For Emma, Forever Ago
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Bon Iver - Bon Iver, Bon Iver (4AD)

di Stefano Bianchi

Umore: ATMOSFERICO

Ci sono voci fatte apposta per creare atmosfere. Voci maschili giostrate in falsetto, filtrate dall’elettronica, che sussurrano e s’impennano chiedendo alla musica di assecondare e sublimare ogni stato d’animo possibile. Penso all’efebica voce di Antony Hegarty, a quella duttile e malleabile di James Blake e alla visionaria e seducente voce di Justin Vernon, in arte Bon Iver giocando sull’espressione francese bon hiver (buon inverno). Quattro anni fa, l’americano si è isolato in un capanno nel Wisconsin per esorcizzare una malattia e la fine di una storia d’amore. Ne è uscito con un pugno di canzoni catartiche e un po’ folk che sono confluite nell’album For Emma, Forever Ago trasformando il suo disgelo esistenziale in un sorprendente successo. Da quel momento, la voce purissima di Justin Vernon ha collaborato con Kanye West, il Volcano Choir e i Gayngs. E Peter Gabriel? Innamorato di un suo brano, Flume, ha voluto interpretarlo nell’ultimo disco di “covers”, Scratch My Back. E lui, il Bon Iver già di culto, ha ricambiato il favore misurandosi con uno dei brani più possenti dell’ex Genesis: Come Talk To Me.

Il nuovo disco, Bon Iver, Bon Iver, l’ha registrato a Fall Creek in un’ex clinica veterinaria che ha trasformato in April Base Studios, a pochi chilometri dalla casa dov’è cresciuto e dal bar dove i suoi genitori s’incontrarono per la prima volta. Viaggio spirituale alla costante ricerca di sé, l’album prende le mosse da «una canzone heavy metal con un suono da Guerra Civile», ha precisato Vernon. Si tratta di Perth: fraseggio ripetitivo della chitarra elettrica, incedere da marcia militare. Con Minnesota, WI, il reggae prova invece a infiltrarsi in una densa trama di percussioni mentre la nudità melodica di Holocene preannuncia il clima folk e la pudica allegria di Towers. E se il valzer di Michicant, dagli imprevedibili fraseggi jazz, defluisce nel riverbero delle tastiere e nelle stratificazioni vocali di Hinnom, TX, le gocce ritmiche di Wash svelate dal pianoforte cedono all’improvviso il passo a sinfonie e accenni di soul music. Questo romantico e mutevole pellegrinaggio slow-core, si conclude con l’atmosfera evanescente di Calgary che poi prende sostanza con l’elettronica e il technopop; il fugace soffio sperimentale di Lisbon, OH; l’eclettismo di Beth/Rest: piano elettrico a scandire un soft-rock da mandar giù a memoria, svisate di chitarra elettrica, rapide toccate e fughe di sax. Buon inverno, dunque. Anche in piena estate. Per vedere l’effetto che fa.

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