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Noah and the Whale - Last Night On Earth (Mercury)

di Stefano Bianchi

Umore: COLTO

Il nome, Noah and the Whale, combina il titolo di uno dei loro films preferiti (The Squid and the Whale) con chi l’ha girato: Noah Baumbach. Il loro nuovo disco, invece, s’intitola Last Night On Earth ispirandosi alla raccolta di poesie The Last Night Of The Earth di Charles Bukowski. L’asso nella manica dei Noah and the Whale, londinesi del quartiere di Twickenham, è dunque la cultura. La respirano, se ne appropriano e la trasformano in canzoni che raccontano la gente: «Storie semplici», puntualizza il cantante e chitarrista Charlie Fink, «che ciascuno di noi potrebbe narrare in centinaia di modi diversi. Come la musica». Appunto, la musica. Nel loro caso, il folk-rock: abile miscuglio di delicatezze acustiche e fremiti elettrici. I loro dischi precedenti, Peaceful, The World Lays Me Down (2008) e The First Days Of Spring (2009), puntavano infatti su suoni morbidi e ariosi dando la sensazione a chi li ascoltava di sedersi in riva al fiume, guardare il tramonto e magari farsi sfuggire una furtiva lacrima.

Last Night On Earth, invece, pur mantenendo salde le radici folk-rock, punta a un corposo “maistream” allontanandosi dall’Inghilterra per approdare all’America degli eroi e dei perdenti. Coprodotto a Los Angeles da Fink e da Jason Lader (Julian Casablancas, The Mars Volta), il disco oltre a dar spazio a ospiti eccellenti (il tastierista Adam MacDougall dei Black Crowes, il leggendario percussionista Lenny Castro, la vocalist Jennifer Turner degli Here We Go Magic e il coro gospel delle Waters Sisters che intonò mirabilie in Wanna Be Startin’ Somethin’ di Michael Jackson) dà potere all’elettronica. Azzardo? Furbizie da revival Anni ‘80? Nulla di tutto ciò, a giudicare dall’azzeccato electropop di Tonight’s The Kind Of Night; da Life Is Life, ballata stile Tom Petty col tocco geniale dei sintetizzatori e dall’altra ballad, l’orecchiabilissima L.I.F.E.G.O.E.S.O.N. che ricorda in più d’un fraseggio Love Of The Common People di Paul Young. Nel caso di Wild Thing, invece, l’arrangiamento “atmosferico” alla Daniel Lanois sposa il Bruce Springsteen più intimista di Secret Garden, mentre la pianistica Paradise Stars s’incolla all’ambient music cara a Brian Eno. Il folk, altrove sottopelle, innesca un ritmo gioioso in Waiting For My Chance To Come e diventa complice ideale del rock e del technopop (con un orecchio agli Arcade Fire) in Just Me Before We Met. Logicamente, l’album si conclude rallentando: con la crepuscolare The Line che Charlie Fink affronta con piglio “loureediano”, e con Old Joy: introspezioni alla Coldplay, sussulti gospel. Davvero niente male. Ce ne fossero di ultime notti sulla Terra così.

www.mercuryrecords.co.uk

www.noahandthewhale.com


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