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James Blake - James Blake (Universal)

di Stefano Bianchi

Umore: ROBOTICO

Incidendo il disco intitolato a suo nome, James Blake ha dato vita al nuovo capitolo del romanzo uomo-macchina. Dopo i Kraftwerk e Laurie Anderson, mi pare logico nominare proprio lui. 22 anni, londinese, Blake è produttore, musicista e dj. Se cercate ulteriori informazioni via web, scoprirete che a 6 anni ha iniziato a studiare pianoforte e che ha frequentato il corso di Popular Music alla Goldsmiths University di Londra. Influenzato dalla black music di Stevie Wonder, Sly & The Family Stone e D’Angelo, si è dato all’elettronica dopo aver scoperto il duo Digital Mystikz (specializzato in dubstep) e apprezzato le scarne atmosfere dei concittadini XX. Air And Lack Thereof, il primo Ep, lo pubblica nel 2009; seguono, nel 2010, The Bells Sketch, CMYK, Klavierwerke e il singolo Limit To Your Love, rivisitazione dell’omonimo brano della cantautrice canadese Leslie Feist che James riempie di bassi profondi e un battito elettronico che è figlio del trip-hop. Il pezzo, mattatore in questo disco, dà già l’idea di come si muove il buon Blake: fra il ritmo sincopato del 2-step indurito nel grime, certe atmosfere dark dei Massive Attack, il minimalismo dei Portishead, il camaleontismo di Björk, le inquietudini di Thom Yorke (Radiohead) ai tempi di Amnesiac.

Robotico e disturbante, James Blake non è un disco facile. Ma poi, ascolto dopo ascolto, arriva persino a farsi romantico svelando un cuore di purissima soul music e angeliche inflessioni gospel. Il tutto, giostrato da una voce talmente duttile e malleabile da farsi saturare dal vocoder (succede in Unluck, il pezzo d’apertura per pianoforte e ritmo elettronico fuori sincrono) o da esordire nuda, per poi stratificarsi in I Never Learnt To Share. O ancora, da somigliare come una goccia d’acqua al canto efebico di Antony Hegarty: negli anfratti jazz di Give Me My Month, nella crudezza espressiva di Why Don’t You Call Me. Che il ragazzo abbia coniato il gospel del 21° secolo, lo testimonia l’accorata Measurements. E che nutra una sincera passione per il soul (purchè minimalista), lo dimostra The Wilhelm Scream avvitandosi attorno a un’unica strofa. Lindisfarne I e Lindisfarne II, invece, si attorcigliano sulla voce campionata (alla maniera di Laurie Anderson, all’epoca di O Superman) e sviluppano un folk di ghiaccio che ricorda Simon & Garfunkel, ma opportunamente ibernati. E se To Care (Like You) se la gioca alla pari col repertorio “noir” di Tricky, le sperimentazioni vocali di I Mind si fondono con un battito elettronico che imita le “tablas” indiane.

www.universalmusic.it

http://jamesblakemusic.com


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