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Live At Rockpalast
John Cale primo piano al Rockpalast Festival
John Cale chitarrista
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John Cale & Band - Live At Rockpalast (Mig Music)

di Stefano Bianchi

Umore: DESTRUTTURATO

Fare musica, per John Cale, equivale a «inspirare ed espirare». Me lo confidò in un’intervista telefonica. Con la musica ci vive: non tanto nel senso di quattrini, quanto di cuore che batte. Una questione fisiologica. L’introverso gallese adottato da New York, negli Anni ‘60 organizza con La Monte Young lo sperimentale Dream Syndacate. Poi con Lou Reed, Maureen Tucker, Sterling Morrison e Nico dà vita ai Velvet Underground. Dopo 2 ellepì, preferisce proseguire da solo pur di restarsene chiuso nel suo guscio. E dalla musica, a partire dagli Anni ‘70, cava fuori suoni caustici, slabbrati, soavi, romantici. Alternandosi alla viola, al pianoforte e alla chitarra, padroneggiando una voce nevroticamente passionale, John Cale è transitato dal folk psichedelico alla magniloquenza sinfonica, dall’estetismo cameristico alla sporcizia rock, dall’”unplugged” all’”overdose” elettronica, dal pop intellettuale al technopop obliquo. E ogni volta, dal vivo, s’è messo in discussione disossando il proprio repertorio per rintracciarne la matrice classica (Fragments Of A Rainy Season) ed esasperando il rock fino a destrutturarlo (Sabotage! Live).

Questa doppia identità di musicista classico e rocker, si svela ai massimi livelli nel doppio Live At Rockpalast che propone 2 concerti tedeschi: quello registrato il 6 marzo 1983 allo Zeche di Bochum e quello del 13 ottobre ‘84, inserito nel Rockpalast Festival, alla Grugahalle di Essen. Da solo, sul palcoscenico, Cale accarezza i tasti del pianoforte e pizzica le corde della chitarra acustica. Reduce dalla nudità di Music For A New Society, denuda il proprio canzoniere. Mette in fila, con rigore e un pizzico d’aristocrazia, Ship Of Fools, Amsterdam, A Child’s Christmas In Wales, Buffalo Ballet, Antarctica Starts Here, Cable Hogue… Addolcisce Waiting For The Man di Lou Reed e illanguidisce Heartbreak Hotel di Elvis Presley. Gioca di fioretto. Un anno e mezzo dopo, sale sul palco alle 3 di notte accompagnato da Dave Young (chitarra), Andy Heermans (basso) e Dave Lichtenstein (batteria). Butta gambe all’aria Waiting For The Man, urlandole addosso e riempiendola di rock tossico. Riprende con furore, solo con la voce, Heartbreak Hotel. Si concede il lusso di fondere in un delirante rock-blues Pablo Picasso dei Modern Lovers e Love Me Two Times dei Doors. Si toglie lo sfizio d’esasperare la storica Streets Of Laredo di Francis Henry Maynard, tramutando il lamento folk del cowboy in assordante fragore chitarristico. Mena fendenti di spada. Si racconta, in equilibrio sul rock & roll, con Autobiography. Dal disco che ha da poco pubblicato, Caribbean Sunset, estrae la canzone omonima più Magazines e Modern Beirut Recital. Dopodichè nevrotizza i suoi classici: balbetta Fear Is A Man’s Best Friend, manda in cortocircuito Mercenaries (Ready For War), riempie di veleno Leaving It Up To You e Close Watch. Se ancora non conoscete la grandezza di John Cale, scopritela in questo duplice Fronte del Palco.

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