Coolmag - music

Ritual Cd
White Lies
To Lose My Life Cd
home - music




White Lies - Ritual (Fiction)

di Stefano Bianchi

Umore: VARIABILE

Che ci piacevano i Joy Division, 30 anni fa, lo ammettevamo sottovoce. Idem, che ci piaceva da matti crogiolarci in quel buco nero del loro post-punk e farci ipnotizzare dal canto catatonico di Ian Curtis. Chissà se i ventenni di oggi lo vogliono ammettere: sì, ci piace un casino farci del male coi White Lies. I quali, 2 anni fa, sono sbucati fuori dal nulla con To Lose My Life (Perdere la mia vita), disco ultra pessimista per adolescenti depressi con versi tipo: “Morire o perdere l'amore, questo è l'incubo da cui sto fuggendo. Dobbiamo crescere insieme e morire insieme“. Evviva. Il tutto, incoraggiato da un sintetizzatore che flirtava con la chitarra elettrica ricordando i Joy Division (soprattutto), ma anche Echo & The Bunnymen e gli Ultravox. In poche parole, il dark e la New Wave degli Anni ‘80 riveduti e corretti da 3 londinesi (Harry McVeigh, Charles Cave e Jack Brown) che si sono conosciuti fra i banchi di scuola, hanno iniziato a suonare come Fear of Flying (paura di volare: già promettevano bene) e poi hanno scelto White Lies perchè «le bugie raccontate a fin di bene proteggono dalle verità sconvolgenti». Di nero vestiti, furbescamente pallidi, sguardo fisso verso il nulla, i 3 dichiararono che «il nero è il colore che si addice di più alla nostra musica, e To Lose My Life esprime un profondo pessimismo che però è solo uno dei lati della nostra personalità».

Oggi, il loro look non disdegna il bianco e il grigio e il loro umore tende al variabile, anche se «per noi è inevitabile dar voce a tutto quello che ci circonda, paure incluse», ha sentenziato Harry McVeigh a proposito di Ritual, prodotto da quell’Alan Moulder che di tormenti rock se ne intende: leggi Smashing Pumpkins, My Bloody Valentine, Nine Inch Nails. Ma se la teoria del “è tutto sbagliato, è tutto da rifare!” poteva andar bene al loro debutto nichilista, ripetere a pappagallo la tiritera del pessimismo cosmico non avrebbe giovato a nessuno. Tant’è che i White Lies, oltre a prendere le distanze dal movimento dark non ci stanno più a far rima con Joy Division. Semmai con Coldplay, nel senso di triste è bello. In effetti, Ritual suona più gothic-pop e meno disperato di To Lose My Life. E sebbene Bigger Than Us e la cantilenante Streetlights tirino ancora in ballo il gruppo di Ian Curtis, e Strangers più Bad Love risultino piuttosto scure, il resto è perfino incoraggiante. Is Love, infatti, parte come avrebbe voluto Jim Morrison per poi approdare a un technopop alla maniera dei Depeche Mode, Power & The Glory si muove decisamente electro e stilosa, Turn The Bells si svela tribale e percussiva, Come Down punta sull’interferenza elettronica ma poi abbraccia la melodia. E se anche Holy Ghost, in più d’un passaggio, ricorda ancora i Depeche Mode, l’evocativa Peace & Quiet paga pegno ai Tears For Fears. Anni ‘80, quindi. Spesso e volentieri. Il trio non si offenda, mica è un peccato.

www.fictionrecords.co.uk

www.whitelies.com








stampa

coolmag