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Bryan Ferry - Olympia (Virgin)

di Stefano Bianchi

Umore: SORNIONE

Eric Clapton e Carlos Santana, ci hanno testè appioppato le loro insulse lezioncine di chitarra. Phil Collins, ci ha preso per i fondelli con le sue smanie da black music. Gente da usato sicuro. Poveretti. Bryan Ferry, invece, dimostra che a 65 anni non c’è trucco e non c’è inganno. C’è il suo timbro vocale: inconfondibile. Il suo suono: in smoking e guanti bianchi. L’essere sornione e dandyüber alles”. Ben lungi da imboccare il viale del tramonto, a quasi 4 anni da Dylanesque snocciola il canzoniere in doppiopetto di Olympia con una strepitosa Kate Moss in copertina che s’ispira all’omonimo dipinto di Édouard Manet. È lei il suo nuovo assoluto femminino, dopo le innumerevoli bellezze che hanno griffato i dischi dei Roxy Music. L’esteta dell’aristocraticocheek to cheek”, oggi più che mai, ci dà lezioni di Art Rock circondandosi (come d’abitudine) da un “parterre de roi” che stavolta comprende Phil Manzanera, David Gilmour, Nile Rodgers, Chris Spedding, Dave Stewart e Jonny Greenwood dei Radiohead (chitarre), Marcus Miller e Flea dei Red Hot Chili Peppers (basso), Andy Mackay (oboe), Brian Eno (sintetizzatori), Andy Newmark e Steve Ferrone (batteria).

Il vellutato crooner, ideale sintesi di Jean-Luc Godard e Luchino Visconti, Francis Scott Fitzgerald e Anthony Powell, ci offre con Olympia (tredicesimo disco solista) un saggio di tecnica del “re-make, re-model”: cioè rifare e rimodellare la sua creatività, con tanto di maniacale cura per i dettagli. You Can Dance, in apertura, sprizza esotismo, sensualità, magnetismo. Riprende, in “restyling”, le atmosfere di Avalon (la canzone perfetta dei Roxy Music) e di Slave To Love (la canzone più bella, prima di questa, da solista). Alphaville, invece, è un mordi-e-fuggi di rhythm & blues, funky e piccoli vezzi orchestrali mentre Heartache By Numbers (composta coi “glamourissimi” Scissor Sisters) punta al pop di classe e alla “grandeurelettronica, con un pulsar di muscoli che qua e là ricorda gli U2 di Where The Streets Have No Name. E se Me Oh My è una Ladytron più liquida e sussurrata, l’incredibile si confà a Shameless, gingillo elettronico giocato in compagnia dei Groove Armada. BF Bass (Ode To Olympia), spettacolarizza la soul music prima che la melodia invada la scena col romanticismo pianistico di Reason Or Rhyme e il passo felpato di Tender Is The Night. Le “cover”, infine. Un classico, per Bryan Ferry. Procuratevi These Foolish Things (’73), Another Time Another Place (’74) e Taxi (’93): ascolterete le più belle rivisitazioni di pezzi altrui. 2, nel caso di Olympia: Song To The Siren di Tim Buckley, avvolgente ballata che lo vede riunirsi agli altri Roxy Music (Manzanera, Mackay e Eno: non succedeva, in sala d’incisione, dal ‘73 di For Your Pleasure) e No Face, No Name, No Number dei Traffic, con la chitarra elettrica di Chris Spedding a dettar legge. Anche questo, fa parte del suo stile.

www.virgin.com

www.bryanferry.com

Foto: Adam Whitehead    




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