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Arcade Fire - The Suburbs (Mercury/Universal)

di Stefano Bianchi

Umore: DEPISTANTE
 
Ah, se mi piacciono le bands che non danno mai nulla per scontato! Come gli Arcade Fire di Montreal, pilotati da Win Butler e da sua moglie Régine Chassagne che nel 2004, con Funeral, mescolarono indie-rock, sinfonismi e folk guadagnandosi i complimenti di David Bowie. Il quale, l’anno successivo, non mancò di dividere con loro il palcoscenico intonando Wake Up, Life On Mars e Five Years. Poi, alla pattuglia di “aficionados” di questo collettivo canadese (7 elementi) si sono via via aggiunti David Byrne, Bruce Springsteen, gli U2 e Chris Martin dei Coldplay. Merito del loro repertorio che ingaggia frementi sinfonie e fiammate rock, epiche orchestrazioni e chitarre acide. E il pensiero, inevitabilmente, corre agli Anni ’70 e ’80: all’Art Rock di Split Enz ed Electric Light Orchestra, alla New Wave “darkeggiante” di Echo & The Bunnymen e Psychedelic Furs. A Funeral, fior di capolavoro, ha fatto seguito (2007) l’altrettanto valido Neon Bible con le sue folate di fisarmonica, i suoi guizzi di pianoforte, le sue chitarre imbizzarrite. Qualsiasi altro gruppo, dopo siffatti pesi massimi, avrebbe campato di rendita poppeggiando alla meno peggio. Gli Arcade Fire, invece, con The Suburbs chiudono idealmente il cerchio replicando la loro tattica vincente: al primo ascolto, cioè, dischi come questo ti lasciano di stucco. Ma poi ti conquistano e non riesci più a toglierteli dalla testa.
 
Qui, realisticamente, si cantano i sobborghi: quelli di Woodlands, Texas, ai margini di Houston. Periferie dell’American Dream, dove il californiano Win Butler è cresciuto prima di trasferirsi a Montreal, che al confronto è un giardino pieno di rose. Non luoghi. Sobborghi dove “prima costruiscono la strada e poi costruiscono la città”, si canta in Wasted Hours. Paesi per vecchi, dove gli unici bambini hanno le “braccia incrociate” (City With No Children). Speranze? Zero. Però la musica cresce, si inorgoglisce pezzo dopo pezzo, grida che può esserci un futuro. Basta saperlo cercare, tra quelle file omologate di case. Ecco, allora, la “title-track”: ballatasoft”, da mandar giù a memoria, con un tocco di lucida follia alla Split Enz. Da qui, si dipanano sequenze musicali degne d’un film neorealista: la martellante, ma poi sempre più rallentata Ready To Start; il rock sfuggente di Modern Man, memore di Tom Verlaine e dei Television; la melodrammatica, rumorista Rococo; Empty Room, coi suoi violini a pioggia e i suoi cazzotti punk; l’epica City With No Children, inno che bisognerebbe proporre a Bruce Springsteen; Half Light I e Half Light II: sinfonia d’archi la prima, che s’immalinconisce pedinando il folk; cortocircuito elettrico la seconda: U2 e un battito elettronico che ricorda Giorgio Moroder. E ancora, inanellando emozioni contrastanti, la “springsteenianaSuburban War; il rock & roll torrenziale di Month Of May; una ballata cristallina (Wasted Hours: leggi Neil Young) e una ballata asprigna (Deep Blue); il piano che incornicia We Used To Wait e Paul McCartney + Jacques Brel che si rincorrono in Sprawl I (Flatland), mentre Sprawl II (Mountains Beyond Mountains) cita con gusto Heart Of Glass dei Blondie. The Suburbs (Continued), è il capitolo finale. Apocalittico e sognante come i 7 di Montreal. Dire che sono i più bravi di tutti, non è una bestemmia.
 
 

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