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Stones In Exile Dvd
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The Rolling Stones - Stones In Exile (Eagle Rock Entertainment)

di Stefano Bianchi

Umore: INFERNALE
 
«Nei primi anni ‘70 eravamo giovani, belli e molto stupidi. Ora siamo solo stupidi». Parole che non fanno una grinza. Pronunciate da Mick Jagger al Festival di Cannes prima che si spegnessero le luci e venisse proiettato Stones In Exile, fuori concorso alla Quinzaine des Realisateurs. Altra dichiarazione, illuminante: «Nixon era alla Casa Bianca, la guerra in Vietnam andava avanti, Eddy Merckx aveva appena vinto il Tour de France, ma noi non sapevamo nulla di tutto ciò. Eravamo chiusi a chiave a fare questo album». Rolling Stones in esilio (dorato). Stones In Exile, il documentario diretto da Stephen Kijak, è l’irrinunciabile Dvd che racconta il “making of” di Exile On Main Street, capolavoro di Mick Jagger, Keith Richards, Mick Taylor, Bill Wyman e Charlie Watts. Quel disco (snobbato all’uscita, poi incensato), succhia il blues e poi lo scartavetra e lo sbianca; distilla rhythm & blues, country e gospel per poi triturarli con un rock al vetriolo. Prende forma dall’estate 1971 per 6 mesi fra gli stucchi e gli scantinati di Villa Nellcôte, affittata da Keith a Villefranche-sur-Mer, in Costa Azzurra. Gli Stones si sono rifugiati qui, con il loro Mobile Studio parcheggiato in giardino. Dopo aver guadagnato un mucchio di soldi, non vogliono che il fisco inglese continui a tartassarli. Le ruvide sequenze in bianco e nero incrociano un montaggio frenetico per poi bloccarsi sulle istantanee scattate da Dominique Tarle. Raccontano di Keith che sa quel che vuole: concepire grande musica (Exile On Main Street è soprattutto roba sua) e non fare un cazzo; cuocersi al sole, ubriacarsi di Jack Daniel’s e strafarsi d’eroina con la sua donna, Anita Pallenberg. Mick Taylor, che ha preso il posto di Brian Jones, lo segue viziosamente a ruota; Jagger si trattiene: fa la spola con Parigi dove c’è Bianca in attesa di Jade; Bill Wyman e Charlie Watts temporeggiano, vanno e vengono poiché non vogliono stare al gioco di Keith che dà retta agli spacciatori, alle “groupies”, agli intrusi. Avanti, c’è sempre posto a Villa Nellcôte. Benvenuti all’inferno.
 
Eppure, in quella Grande Abbuffata, quando c’è da suonare si suona alla grande: seduti sul pavimento, perché quando si smetterà (dopo aver perso la cognizione del tempo, scambiando il giorno per la notte) le poltrone e i divani ospiteranno con tutti gli onori le chitarre. Un “pusher” debordante vuole piazzare la droga, e fuori dalla villa giurano che marinai americani stiano per salpare con un carico di Lsd. Ma i pezzi di Exile On Main Street continuano a prendere forma, fra i saloni e le cantine fradicie di umidità. Ogni Stone, a turno, sceglie il posto migliore con l’acustica migliore. Così come i musicisti aggiunti: il trombettista Jim Price, il sassofonista Bobby Keys, i pianisti Nicky Hopkins e Ian Stewart. Keith suona da dio, Mick canta come mai in vita sua, Bill, Charlie e Mick sono ingranaggi a orologeria. Quelle settimane di “jam sessions”, incatenate agli stravizi, fruttano pezzi che prenderanno il nome di Ventilator Blues, Tumbling Dice, Happy, Sweet Virginia… I Rolling Stones se lo ricordano bene, e ne parlano fra una sequenza e l'altra. Gli “extra”, poi, sono una goduria: Mick Jagger e Charlie Watts che ritornano a Stargroves e agli Olympic Studios di Londra dove il disco era stato abbozzato prima della “fuga” in Francia. E poi Ron Wood, Martin Scorsese, Sheryl Crow, Jack White, Caleb Followill dei Kings Of Leon, Benicio Del Toro e Will I Am dei Black Eyed Peas che testimoniano la grandezza di Exile On Main Street. Commuovendosi anche un po’.
 
 

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