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To be or not to bop
Dizzy Gillespie uno
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Gillespie. Vita e opere di un Bopper

di Peppo Delconte

Nella limitata produzione di libri a tema musicale, i meriti della Minimum Fax crescono di continuo grazie ad alcune biografie di grandi jazzisti (da Miles Davis a Thelonius Monk). L’ultima uscita è To be or not to bop, l’autobiografia di Dizzy Gillespie scritta in collaborazione con Al Fraser, studioso di culture afroamericane. Più di 600 pagine, un torrente in piena, una miniera inesauribile di aneddoti divertenti nonché testimonianze che aiutano a comprendere la più grande rivoluzione della musica statunitense. Il trombettista dalla tecnica non ortodossa e dalle guancie di rana, è uno “storytellerprezioso e un po’ gradasso, che insieme ai numerosi interventi dei colleghi offre un affresco senza paragoni della nascita del Bebop: poche stagioni nel mezzo degli Anni ‘40, tanti locali ammucchiati sulla 52esima, una New York violenta e vivissima, un’incredibile concentrazione di musicisti geniali. Ma chi era John Birks Gillespie? Un bambino pestifero e attaccabrighe con un talento musicale precocissimo, che sembrava destinato ad appassire in qualche riformatorio. Invece, il giovane musicista sbarcato dal Nord Carolina affronta con coraggio la vita nella Big Apple e si trasforma in un adulto arrabbiato sì (com’era giusto che fosse, per un nero costretto ad affrontare violenze e pregiudizi razziali), ma dotato di un equilibrio sorprendente.

Diventa un musicista rivoluzionario, ma non un artista autodistruttivo come Charlie Parker, suo compagno di strada. Senso pratico, puntualità, correttezza e affetto paterno verso i colleghi più fragili, ne fanno una vera eccezione nel panorama dei “boppers”. A maturarlo così ha contribuito anche la dolce Lorraine, ballerinetta con la quale ha costruito un solido matrimonio e una serena vita privata. Forse per questo è un artista dotato di un “humour” e di una “clownerie” che la maggior parte dei jazzisti moderni considerava un residuo dello Zio Tom: disponibilità servile a far divertire. Ma Gillespie, anche se aveva conosciuto bene la discriminazione, non accetta certi pregiudizi: è un mattacchione (come indica il suo nomignolo: Dizzy), ama la sua musica ma anche il gusto d’intrattenere e dare spettacolo. In quell’ambiente è una mosca bianca: un artista completo (solista, leader d’orchestra, compositore) generoso e aperto, capace di guardare aldilà dei limitati confini del suo mondo. Non a caso, apre il repertorio orchestrale a originali ibridazioni con altre tradizioni popolari: prima la musica afrocubana importata dal grande percussionista Chano Pozo, poi anche la bossa nova brasiliana. Da anziano, musicalmente ancora attivo, tenta l’ultima follia: si presenta alle elezioni presidenziali come indipendente, in nome della sua gente e nella memoria di Martin Luther King. Ovviamente fallisce. Ma se oggi Barack Obama ce l’ha fatta, forse deve qualcosa anche a questo bizzarro ambasciatore della grande cultura afroamericana.

Dizzy Gillespie e Al Fraser, To be or not to bop. L’autobiografia, Minimum Fax, Collana Sotterranei, 680 pagine, € 20

www.minimumfax.com

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