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Massive Attack - Heligoland (Virgin/EMI)

di Stefano Bianchi

Umore: FANTASMATICO
 
L’hanno inventato loro, il trip-hop. E a partire dal 1991 dell’album Blue Lines e di quel gioiello intitolato Unfinished Sympathy, si sono messi a impollinare dub, hip-hop, funk e reggae creando ogni volta qualcosa d’imprevedibile. 7 anni dopo 1000th Window, i Massive Attack si rimaterializzano con Heligoland. Robert3DDel Naja non è più solo. Accanto a lui, ritroviamo GrantDaddy GMarshall. AndrewMushroomVowles, il dj che “modellava” i suoni campionandoli, da tempo non è più della partita. Ma non importa. Bisognava pur ricominciare, dando come sempre l’idea del gruppo duttile e malleabile: come nel ’95, quando trasformarono la plumbea Karmacoma in The Napoli Trip con la partecipazione straordinaria degli Almamegretta. E se fino a ieri, oltre che da “3D” Del Naja, le parti vocali venivano di volta in volta garantite da “ospiti” quali Tricky, Neneh Cherry, Tracey Thorn degli Everything But The Girl, Elizabeth Frazer dei Cocteau Twins e Sinéad O’Connor, il nuovo canzoniere si affida alla bravura di Martina Topley-Bird, Hope Sandoval, Tunde Adebimpe dei Tv On The Radio, Guy Garvey degli Elbow, Damon Albarn dei Blur e di Horace Andy, ottimo militante in Protection (’94), Blue Lines e 1000th Window.

Non crediate che il nerofumo se lo siano tolto di dosso, i Massive Attack. Il trip-hop, dentro Heligoland, è ancora più che palpabile e fantasmatico. Eppure, nelle 10 composizioni, c’è una vena di malinconia che stordisce. Pray For Rain, cantata da Tunde Adebimpe e innervata da tastiere e percussioni, affonda nel fango ma lascia intravedere (col respiro degli archi) uno spiraglio di luce. Singhiozzante, con qualche pudica incursione nel rock, Babel si affida invece alla voce di Martina Topley-Bird che ritroviamo nella folkeggiante Psyche, fra suoni circolari che ricordano Philip Glass e la Penguin Cafe Orchestra. Gran giro di basso, fiati e canto reggae (di Horace Andy) per Girl I Love You, mentre Flat Of The Blade (con Guy Garvey) si appalesa rumorista e urticante come Rush Minute, che si riallaccia alle claustrofobìe dei Radiohead. Morbida, insinuante, citazionista (penso ai Portishead, “trip-hoppersdi classe tanto quanto i Massive Attack), Paradise Circus giganteggia nell’interpretazione di Hope Sandoval, mentre a Damon Albarn calza a pennello Saturday Come Slow, ballata che sfiora il “progressive” caro a Genesis e King Crimson. Viceversa, Splitting The Atom e Atlas Air mettono a nudo suoni cantilenanti (con un accenno di soul cibernetico) e una gran voglia di paranoia techno che fa rima coi Chemical Brothers. E il trip-hop, in tutte queste danze da tempi bui, non fa che aggiornarsi e decodificarsi. Lasciandoci intendere che i Massive Attack dettano ancora legge.

www.emimusic.it

www.massiveattack.com



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