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Playing The Piano
Ryuichi Sakamoto
Illustrated Musical Encyclopedia
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Ryuichi Sakamoto - Playing The Piano (Decca/Universal)

di Stefano Bianchi

Umore: MEDITATIVO

Dal vivo, si è messo perfino a duettare con se stesso. Un pianoforte acustico di qua, un piano pre-programmato elettronicamente di là e giù applausi. Magie dell’ultima ora del giapponese più famoso del pianeta. Con un vizio geniale: passare dal technopop alla musica da camera (e viceversa) per poi fonderli assieme. Ryuichi Sakamoto, classe 1952, dal ’78 a oggi ha pubblicato una marea di dischi assimilando cosmopolitamente Bach e Debussy, Beatles e John Coltrane, Antonio Carlos Jobim e John Cage. Vi sfido (così, “random”) a beccarne uno brutto. Come scovare un ago in un pagliaio. Da quelli incisi con la Yellow Magic Orchestra, architettando suoni robotici nello stile dei Kraftwerk e melodie della tradizione nipponica; a quelli solisti, che c’è solo l’imbarazzo della scelta: cito in ordine sparso Illustrated Musical Encyclopedia (’86), coi primi passi contaminati” da sinfonismi e avanguardia; il super colto Neo Geo (’87) con Risky, gemma melodica interpretata da Iggy Pop; Beauty (’89), all'insegna del "crossover"; Heartbeat (’92), con quel magma di nippo-sound, hip-hop e sperimentazione; Smoochy (’97), a base di lounge music e detriti del Sol Levante; il tempestoso Discord (’98) che frulla rumori, musica classica e techno; Casa e A Day In New York (2002/2003), omaggi al Brasile di Jobim, Caetano Veloso, Joao Gilberto, Chico Buarque eccetera, concepiti col violoncellista Jaques Morelenbaum e sua figlia, la vocalist Paula.

Detto ciò, rendiamo lode al Ryuichi distillatore di colonne sonore. Immenso, nell’87, nel guadagnarsi l’Oscar con quell’Ultimo Imperatore che ritroviamo diluito nel tema principale fra le dolcezze di Playing The Piano: vale a dire lui, lo strumento e stop, che rivisitano con perizia calligrafico/cameristica anche lo splendore decadente di Merry Christmas Mr. Lawrence e la torbida sensualità di The Skeltering Sky, da Il tè nel deserto di Bernardo Bertolucci. E poi, via dal cinema, Sakamoto e la sua tastiera rimodellano alcuni fra i più bei “classici”: il solenne, quasi “morriconianoromanticismo di Amore; la cristallina, magica leggerezza di A Flower Is Not A Flower; l’ineffabile melanconìa di Tamago 2004; il jazz vaporoso e scattante di Tibetan Dance, Thousand Knives e Riot In Lagos; le atmosfere crepuscolari di Reversing; il sublime classicismo (alla Erik Satie) di Mizu No Naka No Bagatelle e lo struggente impressionismo di Bolerish, che occhieggia a Maurice Ravel. Musica meditativa, nuda, intimista. L’anima sonora, inimitabile, del genio di Tokyo.

www.deccaclassics.com

www.sitesakamoto.com

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