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Manafon Cd
David Sylvian
Brilliant Trees
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David Sylvian - Manafon (Samadhisound)

di Stefano Bianchi

Umore: NON-ORECCHIABILE

Nella composizione moderna, David Sylvian è un caso a sé. Da 30 anni. Partito negli ‘80new romantic” coi Japan facendo leva sul suo esser dandy e su coordinate sonore che da “glam” (Adolescent Sex, a metà fra New York Dolls e Roxy Music) si sono via via intellettualizzate nell’art rock (Tin Drum: miscuglio di tecnologia e folk cinese), l’inglese di Beckenham (al secolo David Batt) ha imboccato da solista strade “ambient” (in collaborazione col bassista polacco Holger Czukay, vedi Plight & Premonition e Flux And Mutability), s’è dedicato all’avanguardia rockeggiante (The First Day, col chitarrista Robert Fripp, leader dei King Crimson) e ha abbracciato il pop esoterico con le “canzoni-origami” (Bamboo Houses e Forbidden Colours) create da Ryuichi Sakamoto. Liberatosi dal “kitschmodaiolo cancellando ridicoli paragoni con Simon Le Bon dei Duran DuranHo creato un’immagine che sapevo sarebbe stata copiata», precisò, «ma non potevo certo immaginare il danno che il mio look avrebbe causato alla mia vita privata»), Sylvian ha optato per un popcolto” dalle vie di fuga acustico/elettroniche. I suoi dischi più soffici, cioè quelle rarefatte miniature intitolate Brilliant Trees, Secrets Of The Beehive e Dead Bees On A Cake che non disdegnano guizzi percussivi e un funky che è conseguenza delle danze elettroniche dei Japan, li ha architettati attorno alla sua voce intimista che rimanda a Scott Walker (nell’enfasidark”) e a Bryan Ferry (nell’estetismo puro).

Da qualche anno, però, David Sylvian privilegia la non-orecchiabilità. È successo nel 2003 con le brutali sperimentazioni di Blemish, nel 2005 con le melodie ad alto quoziente di rischio di Snow Borne Sorrow (sotto la sigla Nine Horses) e viene ora ribadito con Manafon, album in massima parte affrontato con toni evanescenti dando spazio all’improvvisazione. «Realizzandolo, ho pensato a una moderna musica da camera che fosse intimista, dinamica, emotiva, democratica, economica», ha dichiarato Sylvian. Il che significa svelarsi con l’ossuta melodia di Small Metal Gods per poi proseguire rincorrendo rumorismi e un pianoforte jazz (The Rabbit Skinner). E ancora, sottolineare anche la più piccola increspatura della voce con Random Acts And Senseless Violence, dare libero sfogo a una fragile sinfonia come The Greatest Living Englishman, centellinare scosse di chitarra elettrica (Snow White In Appalachia; Emily Dickinson), viaggiare fra le soffici pieghe dell’atonalità (The Department Of Dead Letters nonché la conclusiva Manafon, che rende omaggio a Ronald Stuart Thomas, poeta gallese e sacerdote anglicano). Registrati a Londra, Vienna e Tokyo, questi pezzi scomodi e sfuggenti vedono all’opera professionisti della performancespace-specific” che fanno da sottofondo e contrappeso al canto vibrato di Sylvian: il chitarrista Keith Rowe, il sassofonista Evan Parker, il compositore Otomo Yoshihide e Christian Fennesz, pioniere dell’elettronica. È un disco per pochi intimi, Manafon. Da ascoltare e riascoltare. Che consiglio, soprattutto, a chi David Sylvian lo mastica da tempo. Nei pregi e nei difetti.

www.samadhisound.com

www.davidsylvian.com

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