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The Dead Weather - Horehound (Third Man/Sony)

di Luca Scotto di Carlo

Umore: PASSIONALE

Jack White, atto III°. In verità, ha suonato in altri gruppi prima dei White Stripes. Ma siccome finché non sei conosciuto (anche se sei bravo) non sei nessuno… si comincia dai White Stripes, si passa ai Raconteurs e si arriva ai Dead Weather. Di White Stripes e Raconteurs vi ho a suo tempo raccontato, manifestando ammirazione per colui che ritengo essere uno degli ultimi musicisti incontaminati in circolazione. E mi fa piacere che la pensi così anche David Cunningham, regista che l’ha voluto co-protagonista insieme a Jimmy Page e The Edge nel film-documentario It Might Get Louder, sull'universo della chitarra. Ma torniamo alla musica. Horehound è il disco di debutto della band che comprende la stella Jack White dei White Stripes (ammesso che esistano ancora), ma alla batteria. Sì, canta in 1 o 2 canzoni e basta. Niente chitarra, niente composizione. A cantare ci pensa Alison Mosshart dei Kills, buona formazione che ha fatto da “supporter” dei Raconteurs nell’ultimo tour; al basso c’è l’altro Jack dei Raconteurs, Lawrence; alla chitarra Dean Fertita, tastierista dei Queens Of The Stone Age. I Dead Weather fanno parte del progetto di White: la Third Man Records, che non è solo etichetta discografica ma studio di registrazione e stampatore di vinili. Come dice Jack: «Qualcosa che non sia per tutti, ma che sia una garanzia di qualità e passione».

Già. Passione è la parola chiave che permette a Jack di fare ciò che gli piace e contemporaneamente di spingersi sempre un po’ più in là. «Quando suono, devo attaccarmi a un amplificatore. Non a un computer». Punto di vista chiaro. Ed è evidente che i Dead Weather non hanno nulla a che spartire con tutti quei gruppi e gruppuscoli “pseudo-indie” che ogni settimana si affacciano alla ribalta e la settimana dopo vengono rimpiazzati. Non so se fra 1 anno parleremo ancora di loro, ma di Jack White di sicuro. Perchè non esagera, non è avido di notorietà, non svacca sulla qualità. Non si sta buttando via come hanno fatto nomi molto più prestigiosi di lui. Dentro Horehound non ci sono ammiccamenti. La prima volta che lo ascolti, non batti il tempo col piedino o resti a bocca aperta. Ascolti. E ascolti il pezzo successivo. È un disco non facile, a tratti denso come i White Stripes non sono mai stati, con “riffsscarni e graffianti che devono qualcosa più alla black music e a un certo funk dei primi ’70 piuttosto che alla scenaindiecontemporanea. Basti pensare che nella versione definitiva dell’album hanno deciso d’inserire alcuni “rough mix” al posto delle versioni finalizzate che (a loro avviso) puzzavano un po’ troppo di plastica. E non ho neanche un brano in particolare da segnalarvi, poichè come tutti i progetti ogni pezzo è un tassello di un disegno più grande. E siccome Jack non vuole andarsene in giro per il mondo a riempire gli stadi (come dargli torto? Al concerto degli U2 ho visto troppa gente che era lì solo per poterlo raccontare. Non conoscevano nemmeno le canzoni), spero di essere fra quei fortunati che vedranno i Dead Weather in qualche club semisconosciuto. Ammirerò a qualche metro di distanza (e non su un megaschermo) Mr. White che infila il Jack nell’amplificatore.

www.sonybmg.it

www.thedeadweather.com

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