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Oh My God Charlie Darwin
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The Low Anthem - Oh My God, Charlie Darwin (Bella Union)

di Luca Scotto di Carlo

Umore: RURALE

Oh, com’è difficile essere una band indipendente nel 2009! In effetti, è difficile essere un sacco d’altre cose in un anno così. Quindi: anche il mondo della musica non si esime. Il fatto è che dopo il famigerato effetto “Al lupo! Al lupo!” generato dalla crisi di fine decennio (prima fittizio, poi sempre più reale), si è cominciato a tirare le somme. In tutti i campi: dall’architettura all’agricoltura, passando per la gastronomia e le serie televisive. Back to Basics, è l’imperativo di cui tutti si riempiono la bocca. Ma in molti non ne conoscono il significato. Diciamo che banalmente la cosa può essere così riassunta (nel mondo della musica, ma non solo): spendo meno nelle cose più sperimentali, vado sul sicuro coi classiconi e gli “evergreens”. Quest’ultimo fenomeno, accompagnato dalla straripante quantità di “dischi-fuffa” che hanno riempito gli scaffali negli ultimi 10 anni, ha portato prima i negozi e poi gli acquirenti (o viceversa, ma il risultato non cambia) a ripensare la propria discografia ideale. Quindi, magari mi risparmio il “greatest hits” di Howard Jones e mi prendo Blonde On Blonde di Bob Dylan. Ci siamo capiti. Oppure, uno dei 17.000 dischi di qualche “cover band” (ci sono anche nomi illustri, per carità) che ci allietano con una versione di All Along The Watchtower, ma un po’ più funky. Cialtronate. A tutt’oggi non ho ancora sentito una cover che superasse l’originale. Nemmeno One, cantata dal grande Michael Stipe.

E allora? Con che coraggio si affacciano i Low Anthem sulla ribalta internazionale? Col coraggio dell’onestà, dico io in modo forse retorico ma corretto. Non vogliono inventare niente di nuovo, solo suonare in maniera onesta le loro canzoni. E (onestamente) Oh My God, Charlie Darwin funziona. Dall’anonima terra di provenienza (Rhode Island), all’uscita nel 2008 del loro terzo album indipendente (il primo è del 2006; il secondo, What The Crow Brings, del 2007); dal recente contratto con la Rough Trade, alla firma per Bella Union per L‘Europa e Nonesuch per il resto del mondo, è arrivato il momento della consacrazione. Ben Knox Miller, Jeffrey Prystowsky e Jocie Adams formano il terzetto alt-country, se ancora ha un senso definire i generi. Le loro canzoni ci ricordano quanto di buono ci è giunto alle orecchie nel corso degli anni: da Bob Dylan a Tom Waits, da Bruce Springsteen a Daniel Lanois, mescolati con uno straordinario senso di sospensione dal tempo. Una bella istantanea dell’America rurale: quella più autentica, dove essere conta più dell’apparire, dove ci si è arresi alla musica in quanto tale, ma nel senso più positivo del termine. Questo, per molti, è uno dei dischi dell’anno. Anche per me. Senza dimenticare di quale anno si parla.

www.bellaunion.com/artists.php

www.lowanthem.com

 

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