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David Bowie - VH1 Storytellers (EMI)

di Stefano Bianchi

Umore: TO BE OR NOT TO BE

Che illusionista! Non c’è, ma chiacchiera. Non incide dischi, eppure se le canta e se le suona. Miracoli di David Bowie. Ultimo domicilio (pop) conosciuto: Reality del 2003. Con codazzo di fans che un anno dopo l’altro si preoccupano, protestano, si rassegnano. L’ex Duca Bianco, ormai, è un fantasma che ogni tanto s’intrufola nel “web” con Iman (complice qualche paparazzo che scatta foto agli “happy hours”), ma si è disintegrato dalle scene. Lou Reed e Iggy Pop, quei vecchi marpioni, perlomeno scrivono pezzi, li cantano e se capita li portano anche in tour. Lui, no. Non c’è, ma c’è lo stesso. Baratta il paradosso della propria assenza con dischi-déjà vu: un “best” di qua, una ristampa con qualche inedito di là e vai di “back catalogue”. Ultimo in ordine d’apparizione, VH1 Storytellers. Paghi 1, porti via 2: lo ascolti in Cd e poi lo vedi su Dvd. Noi che siamo “bowiani” sbuffiamo, ma alla fine gongoliamo poiché la classe (seppur “vintage”) non è acqua.

23 agosto ’99, Manhattan Center di New York: Bowie partecipa al programma tv lanciato 3 anni prima coi micro-concerti di Ray Davies e di Elvis Costello. C’è da promuovere ‘hours…’, l’album della quiete dopo la tempesta; del pop, dopo le sperimentazioni di Outside e il drum & bass di Earthling. Dal nuovo canzoniere sceglie solo 2 pezzi: Thursday’s Child (soul music a puntino) e la ballata Seven in acustico. Il resto lo pesca dal passato, introducendo ogni canzone con aneddoti, memorie, battute fulminanti. Davanti alle telecamere, snocciola per voce e piano la struggente Life On Mars di prima che diventasse un efebicoglam boy” fra una navicella spaziale e un tocco di “make up”; ghermisce il pubblico con una muscolare ma troppo breve Rebel Rebel; fila nella notte dei tempi (’66) col beat di Can’t Help Thinking About Me, incisa come David Bowie & the Lower Third quando nessuno se lo filava; fa partire China Girl come fosse Somewhere Over The Rainbow per poi strattonarla a colpi di rock; dà solo un assaggio del glam rock che fu con l’ancheggiante Drive-In Saturday e chiude facendo il “crooner” con una delle sue più belle melodie: Word On A Wing. Ma se dopo aver ascoltato il Cd vi concentrate sul Dvd, scoprirete che agli 8 si aggiungono altri 4 brani: Survive, I Can’t Read, Always Crashing In The Same Car e If I’m Dreaming My Life. Tutto bello, caro Bowie. Ma deciditi a battere un colpo, prima o poi.

www.emimusic.it

www.davidbowie.com


La trilogia berlinese

Oggi, David Bowie non c’è. A metà Anni ’70, invece, c’era. Ma a vederlo era un spettro: cocainomane, stakanovista, paranoico. Inutile nascondersi, ormai. Finita l’epoca dei camuffamenti da Major Tom, Ziggy Stardust, Halloween Jack e Thin White Duke, Bowie è nudo. Un "dead man walking". Era un camaleonte che mascherava se stesso, ora recita la parte dell'uomo qualunque. Fugge da Los Angeles a Berlino con Iggy Pop, tossico come lui. Cerca l’anonimato e nuovi stimoli in quella “città fatta di bar in cui la gente triste può andare a ubriacarsi”. Azzerato il “plastic soul”, ricomincia a vivere nella metropoli divisa dal Muro al confine tra l’Est comunista e l’Occidente capitalista.

Con Brian Eno, Tony Visconti e Robert Fripp, incide 3 dischi sperimentali: Low, “Heroes”, Lodger. Elettronica + rock & roll + schegge d’etnomusica. Il nuovo suono parte da qui (e anche da The Idiot e Lust For Life, sublimati insieme a Iggy Pop). La musica, d’ora in avanti, parlerà un'altra lingua. E Bowie non sarà più lo stesso: ripulito, disintossicato, più che mai rilanciato da quel capolavoro eterno intitolato “Heroes”, che nel 1977 viene annunciato così dall’etichetta discografica RCA: “C’è la Old Wave. C’è la New Wave. E poi c’è David Bowie”. Scritto dal giornalista inglese Thomas Jerome Seabrook, Bowie: La trilogia berlinese racconta la storia di quegli anni e di quei dischi irripetibili, le fonti d’ispirazione dell’artista londinese (“kabarett” alla Brecht & Weill, musica cosmica, arte espressionista), le sue metodologie di lavoro. Di quando, in sostanza, Bowie imparò a “onorare i suoi errori come un’intenzione nascosta”.

Thomas Jerome Seabrook, Bowie: La trilogia berlinese, Arcana Edizioni, 320 pagine, € 18.50

www.arcanaedizioni.it



 

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