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Simple Minds - Graffiti Soul (Universal)

di Stefano Bianchi

Umore: PASSATISTA

Magari un po’ stempiata, col fiatone, ma inorgoglita dall’animus pugnandi, ecco l’inevitabile riscossa dei cinquantenni. Son tornati gli U2 e hanno fatto il botto; i Depeche Mode hanno mantenuto le elettroniche promesse; i Pet Shop Boys, in materia di ritmi discotecari, danno ancora la paga ai pischelli. Fra i reduci degli Anni ‘80 (dell’utile se futile e dell’apparenzavideoclippara”, ma anche di technopop, new wave ben congegnata e dark) mancavano all’appello gli scozzesi Simple Minds capitanati da Jim Kerr (voce) e da Charlie Burchill (chitarra): che con Graffiti Soul, quindicesimo disco in carriera, se le cantano e se le suonano senza timore d’esser patetici. Nel 1979, quando il punk è un’ abitudine e non più un vezzo anarchico, le “menti semplici” incidono Life In A Day e Real To Real Cacophony miscelando con foga giovanile chitarre elettriche e sintetizzatori. Nell’80, con Empires And Dance, la prima svolta che metabolizza Bowie e Kraftwerk. Due anni dopo, la consacrazione  epico/melodica con New Gold Dream. Il “magic moment” della band coincide con l’apoteosi degli U2: i cultori degli “scottish” da una parte, quelli degli “irish” dall’altra, rivendicano l’imprescindibilità di Empires And Dance e Boy, New Gold Dream e War.

Senonchè, Bono Vox e compagni ingranano il turbo con The Unforgettable Fire, The Joshua Tree e Rattle And Hum, mentre i Simple Minds rimangono al palo dopo aver gonfiato il petto con Sparkle In The Rain. Si concedono un poker di canzoni-gioiello (Waterfront, Up On The Catwalk, Alive And Kicking, Belfast Child) per poi soccombere allo strapotere dublinese. Negli Anni ‘90, pur realizzando dischi tutt’altro che disprezzabili come Good News From The Next World e Nèapolis, mantengono un profilo basso. Dopo aver salutato la natìa Glasgow, Kerr & Burchill preferiscono godersi il gusto della vita a Taormina (il primo) e a Roma (il secondo) anzichè perder tempo a riacciuffare il successo. E li ritroviamo, tali e quali, con questo disco. Paciosi e disinteressati al top delle classifiche, ma onesti (questo sì) nell’ostentare la non-rivoluzione della loro musica. Questi 10 pezzi, rassicuranti come una cucchiaiata di Nutella, rilanciano il loro “copyright” fatto di strappi chitarristici e ritornelli da mandar giù a memoria. C’è il rock pulsante di Moscow Underground e di This Is It, anzitutto, a ribadire che la classe non è acqua. Ma c’è anche il suono riverberato di Rockets, con quel sentore di Bowie nell’immediatezza del “refrain”; e il maestoso pop di Stars Will Lead The Way e di Kiss & Fly, a ricordare  l’aristocrazia "glam" dei Roxy  Music. E ancora: il passo sospeso, tinteggiato di blues che scandisce Light Travels, nonchè l‘ottima ballata elettrica Shadows & Light. Non fanno sfracelli, i Simple Minds. Ma si concedono il lusso del rock muscolare, in chiusura, rivisitando in bellezza  Rockin’ In The Free World  di Neil Young. E non è poco.

www.universalmusic.it

www.simpleminds.com

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