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Patti Smith - Dream Of Life (Feltrinelli Real Cinema)

di Stefano Bianchi

Umore: SGUALCITO

«Quando dico rock’n’roll, non voglio dire un gruppo che suona canzoni. Dico di un’intera comunità che passa per il suono, il ritmo e lo scambio di energia. Una sorta di sentire comune. Il senso di essere insieme in qualcosa di unico. Non è una merdata hippie. Non mi interessa un mondo dove tutti cantino la la la la, ma credo che esista un futuro là dove tutti cominceremo a comunicare».     (Patti Smith)  
                                                                                                                                                                  
                                                                                                                                                                            Cavalli. Rossi. Che corrono nella prateria. Ripresi al rallentatore. Il film Dream Of Life comincia così. Citando Horses, l’album che nel 1975 la consacrò poetessa del rock metropolitano. E lei, in uno dei momenti più toccanti della pellicola diretta da Steven Sebring, stringe fra le mani un’antica urna persiana che raccoglie le ceneri di Robert Mapplethorpe: l’amico fraterno, il fotografo che la catturò in bianco e nero sulla copertina di Horses. Se cercate solo la musica nello struggente viaggio attorno all’arte di questo miracolo di donna ossuta, faccia da apache e capelli arruffati, avete sbagliato indirizzo. In 2 ore, di musica, c’è solo qualche fulminante scheggia: Beneath The Southern Cross, My Generation, Gloria, Rock’n’Roll Nigger… E poi, lei che canta Bob Dylan pizzicando “Bo”, la sua chitarra Gibson del ‘31. E intona folk insieme al commediografo Sam Shepard. E suona il clarino su una spiaggia deserta, accompagnata dalla tromba di Flea dei Red Hot Chili Peppers. Tutto il resto del Dvd, in bianco e nero, con qualche scoppio di colore e il prezioso supporto del libro Vita di sogni – Le rivoluzioni di Patti Smith, racconta 12 anni di vita vissuta dentro e fuori l’America, sui palcoscenici e nei “backstage”. Nel silenzio ovattato dell’intimità domestica. È il ’95, quando Patti Smith si sente pronta per ricominciare. Non incide dischi dall’88 e sta per pubblicare Gone Again. La morte del marito, il chitarrista Fred “Sonic” Smith, è una ferita che non si cicatrizza. Conosce il fotografo Steven Sebring. Si “annusano”: lui le scatta alcune foto e non la lascia più andar via. La pedina, fino al 2007,  con la videocamera concretizzando il “sogno di una vita”. Dando cioè corpo alla cantante, donna, madre, poetessa, scrittrice, fotografa, pittrice. Patti Smith a 360 gradi.
 
Che si racconta. E racconta, in Dream Of Life, i suoi amori letterari: Walt Whitman, William Blake, Arthur Rimbaud, Sylvia Plath, Allen Ginsberg e Wiiliam Burroughs, compagno di bevute («Era il nostro angelo custode. Avevo l’abitudine di aspettarlo nell’atrio del Chelsea Hotel, e a volte, dopo aver alzato il gomito al bar El Cojote, gli aggiustavo la cravatta e lo mettevo su un taxi. Mi diceva che io avevo una gran cotta oer lui e poi commentava: “Ma cara, sono omosessuale”. Lo adoravo, semplicemente. Quando incidemmo Horses, attinsi a piene mani da lui»). Patti, che rivive la New York dei primi concerti col pugno alzato al CBGB’s e le notti sgualcite al Chelsea Hotel. Si rivede bambina guardando un vestitinohandmade” e raggiungendo la casa di legno col caffè di papà, la cucina con le mucche di porcellana della mamma e gli hamburgers da gustare tutti insieme. Voce rauca, sorriso dolcissimo. Ribelle e asceta. Rockeuse e aristocratica. Che gira l’America e l’Europa, l’India e il Giappone: in jeans, anfibi e una giacca che pare uno straccio. Monaci tibetani e autostrade, devoti mantra e gli U.S.A. sfregiati da George Bush, si rincorrono in un flusso incessante di sequenze. L’indomita Patti, che voleva diventare Maria Callas, Billie Holliday e Lotte Lenya; e non si sarebbe mai sognata di entrare in una rock and roll band, nel privato dipinge quadri pensando al forsennato “dripping” di Jackson Pollock. E si congeda dal “sogno” dicendo: «La mia missione è comunicare, svegliare la gente. È dare la mia energia. E accogliere la loro».
 
 
 
 
Foto: Steven Sebring

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