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The Annie Lennox Collection
Sing Annie Lennox
Avedon foto Lennox
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The Annie Lennox Collection (Sony Music)

di Stefano Bianchi

Umore: BLACK & WHITE

Patti Smith, Marianne Faithfull, Björk. Sono le voci femminili che mi porterei sulla classica isola deserta. Poi, però, mi metto a ragionare su Annie Lennox e “puff”: la concorrenza scompare. Nel senso che la Smith, la Faithfull e la Gudmundsdóttir traboccano talento e temperamento da ogni poro. Ma il belcanto pop (e soul, e “bluesy”) appartiene di diritto alla scozzese Ann-Lynne Angevene Griselda Lennox, 54 anni indossati infischiandosene del tempo che passa. La più nera fra tutte le cantanti bianche, in carriera, è riuscita a superare ogni ostacolo mettendo le sue sprezzanti coloriture vocali (di seta e d’acciaio, zucchero e pepe)  al servizio degli stati d’animo, più che del music business. La ricordo, all’alba degli Anni ‘80, “absolute beginner” con gli Eurythmics: versione rosa di David Bowie, giostrava il technopop di Sweet Dreams (Are Made Of This) col chitarrista Dave Stewart a farle da umile gregario. Tempi d’oro, quelli. Incastonati di pietre preziose come Sisters Are Doin’ It For Themselves, duetto scoppiettante con Aretha Franklin; e There Must Be An Angel, titillata dall’armonica di Stevie Wonder. Poi, nel 1991, la coppia è scoppiata e chiunque altra, senza Eurythmics, avrebbe dato “forfait”. Lei, invece, dal ’92 al 2007 ha inanellato un poker di album solisti (Diva, Medusa, Bare, Songs Of Mass Destruction) coniugando “glamour” (memorabile il duetto con Bowie al Freddie Mercury Tribute Concert, sulle inconfondibili note di Under Pressure dei Queen) e impegno sociale.

The Annie Lennox Collection, dunque, ce la racconta in 14 brani tratteggiandone un vivido ritratto, umano e musicale. Spiega lei: «Mi è sembrato il momento giusto per pubblicare la mia raccolta di canzoni senza tempo, diventate a loro modo “classici”». Sempreverdi, certo che sì: come il rhythm & blues speziato di rock che dà grinta a Little Bird; le orchestrazioni e l’aristocratico pop di Walking On Broken Glass; le celestiali melodie di Why, No More “I Love You’s” e A Thousand Beautiful Things, vocalmente impossibili da gestire per qualsiasi altra cantante; la soul music e le increspature gospel di Precious; lo spiritual che accende Cold; la fascinosa solennità di Dark Road; il plumbeo magnetismo e le introspezioni di Love Song For A Vampire (dalla colonna sonora del Dracula di Francis Ford Coppola). E poi ci sono le riletture di brani altrui: dalla strafamosa A Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum, trasformata in pura magia interpretativa, alle appena incise Pattern Of My Life (scritta da Tom Chaplin degli inglesi Keane) e Shining Light degli irlandesi Ash, che si traducono in persuasivi esempi di “easy listening”. D’altronde, Annie Lennox può cantare ciò che vuole, con quella voce. E mettere kappaò tutte le altre.

www.sonybmg.it

www.annielennox.com

Foto: Mike Owen, Richard Avedon

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