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Jimi Tenor
Jimi Tenor and Kabu Kabu
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Jimi Tenor & Kabu Kabu – 4th Dimension (Sähkö/Goodfellas)

di Luca Scotto di Carlo

Umore: AFROBEAT

Non è facile sapersi riciclare. Se in passato hai “bluffato” troppo, poi ti guardano con sospetto. Accade nella vita, accade nella musica. Ma se hai le qualità giuste (o semplicemente l’idea di qualità ben chiara in testa), puoi riuscire ad attraversare se non le epoche quantomeno le mode. Jimi Tenor è uno di quei frullatori che da sempre mi suscitano simpatia, a prescindere dai dischi che ha inciso e dalle sonorità che ha inseguito. Certamente, è uno di quelli che è stato ammaliato dall’elettronica d’inizio millennio, dai “samplers”, dai “loops” e da tutto ciò che è possibile tirar fuori da un computer. Ma l’ha sempre fatto con cognizione di causa. Per quanto mi riguarda, ho sempre diviso il mondo dell’elettronica in 2: quelli che si facevano dominare dal computer, e quelli che riuscivano a dominarlo. Ne parlo comunque al passato remoto, perché non credo che resteranno molte tracce di parecchi artisti dell’ultimo decennio. Ma mentre non sentiremo parlare mai più di Terranova, Kruder & Dorfmeister o dei Groove Armada (per carità, magari tra qualche anno torneranno in auge puntando sull’effetto nostalgia, tipo Tears For Fears o Depeche Mode), di certo Jimi Tenor appartiene a quella schiera di musicisti veri da ricordare perchè utilizzavano l’elettronica come uno strumento musicale e non come uno strumento e basta.

Eclettico come pochi, Jimi il finlandese si è messo per la seconda volta insieme a un gruppo torridamenteafro” come i Kabu Kabu, fondendo le sue esperienze con quei ritmi che ci riportano al movimento che veniva chiamato Afrobeat e contava tra le sue fila esponenti di prima grandezza quali Fela Kuti, Sun Ra, Lafayette Afro-Rock Band e Tony Allen. Suoni che oggi vengono riscoperti grazie anche a operazioni più commerciali, come diverse compilations o colonne sonore da film (L’ultimo Re di Scozia), nonché alla militanza del batterista Tony Allen nella band più “cool” degli ultimi anni: The Good, The Bad & The Queen. Le sonorità curate da Ekow Alabi Savage (batteria), Akinola Famson (percussioni) e Patrick Frankowski (basso), diventano in questo modo fondamentali per il frullato orchestrato da Tenor. Non ultimo, quel Nicholas Addo Nettey che vanta un glorioso passato giustappunto nella band di Fela Kuti. 4th Dimension, sprigiona funk dall’inizio alla fine immergendosi in Africa, ma anche in America. Non solo e semplicemente Afrobeat, dunque, ma anche il sapore autentico di grandi compositori quali Sun Ra, Charlie Mingus e Lalo Schifrin. In più, Jimi Tenor si dimostra polistrumentista capace e spregiudicato imbracciando sax tenore, flauto e sintetizzatore. La sequenza dei pezzi è talmente mozzafiato che non saprei onestamente indicarne uno che possa prevalere sugli altri. Anzi, mi correggo: quel brano c’è e si chiama Grind. Una volta che lo ascolti non puoi fare a meno di tornarci sopra. E questa, credetemi, è una caratteristica che si fa via via sempre più rara.

www.sahkorecordings.com

www.jimitenor.com

Foto: Tommi Grönlund

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