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Black Ice
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AC/DC - Black Ice (Columbia/Sony BMG)

di Luca Scotto di Carlo

Umore: NERO

Qualche mese fa vi ho raccontato degli Airbourne, la quasicover band” degli AC/DC che con l’album Runnin’ Wild ha ripercorso le tracce degli ex ragazzacci (anagraficamente parlando) australiani. Di successo, gli Airbourne, ne hanno riscosso anche qui da noi. E allora, probabilmente, Angus Young e soci devono essersi detti: se piace la copia, perché non ritirare fuori l’originale? Dopotutto, “if you want blood, you’ve got it”, no? Ma veniamo al dunque. Cercherò di non farmi influenzare troppo dalla passione per questa band che mi ha fulminato con una scarica ad alto voltaggio sin dal primo disco fino a quello che il sottoscritto (e credo molti altri fans) considerano l’ultimo: Back In Black. L’album, cioè, che celebrava coi cupi rintocchi delle Hell’s Bells la morte di Bon Scott, voce inconfondibile del gruppo. Back In Black è ancora farina del suo sacco, e il successore e attuale vocalist Brian Johnson ha avuto l’onore di cantare pezzi che ancora non gli appartenevano. Senonché, vuoi per l’ondata emotiva della vicenda, vuoi per il momento storico che stava sdoganando al grande pubblico l’hard rock e l’heavy metal, da quel momento gli AC/DC sono entrati nell’Olimpo del Rock. La strategia, all’epoca, fu di dare ancora più spazio ad Angus Young che ne è diventò il simbolotout court”. Ma da quel momento in poi (Back In Black è del 1980), poca roba. Qualche brano di For Those About To Rock e Flick Of The Switch, ma siamo lontani dagli antichi fasti. Per fortuna, gli Anni ’80 sono stati tutta immagine e zero sostanza (avevano ragione i Buggles a profetizzare che Video Killed The Radio Star!). Per cui, vai di megatours e concerti a go-go con Angus a mandare avanti la baracca suonando e risuonando i brani storici: da Whole Lotta Rosie a Shoot To Thrill; da TNT a Highway To Hell.

Una volta, Gene Simmons dei Kiss disse che con una buona gestione della propria immagine si poteva tranquillamente fare a meno d’incidere dischi. Non sono stati così estremi, gli AC/DC, ma ci sono andati vicino. Fino al mediocre Stiff Upper Lip di 8 anni fa. Sembrava proprio finita. Ma si sa, i tempi mutano all’improvviso e la gente è sempre pronta a voltar gabbana passando dall’house al rock, se lo dice la moda del momento e le “reunions” sono in agguato. Qualche esempio: Steve Winwood, un grandissimo. L’ultimo disco? Acqua fresca. Minimo sindacale. Police, grandissimi tra i grandissimi. Ma il live che ci hanno appioppato è un buon esercizio e nulla più, senza tracce della gloriosa cattiveria. I Guns ‘N Roses (che già erano qualche gradino sotto gli altri, anche ai tempi del sopravvalutato debutto), fanno tenerezza. Perlomeno, da una parte, gli AC/DC sono stati onesti. E dall’altra, si sono proprio impegnati. Hanno svolto i compiti, e bene. Senza tradire d’una virgola la propria essenza, sfoderano questo Black Ice che gira d’un bene da sembrare il lato C del loro capolavoro dell’80 (tenendo naturalmente conto del tempo trascorso). C’è più blues nei “riffs”, la voce di Brian è più roca, la sezione ritmica tiene il ritmo. Oh yeah. Back to Back in Black.

www.acdc.com

www.columbiarecords.com


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