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Beck - Modern Guilt (XL Recordings/Spin-Go!)

di Luca Scotto di Carlo

Umore: CASUAL
 
Get Beck. Dovessi dare un titolo a questa recensione, scriverei così. Non solo per amor di gioco di parole, ma perché in questo caso verbo e nome hanno parecchio in comune. To get, in inglese, non vuol dire una sola cosa ma una miriade di cose. E Beck – per me – lo stesso. Anche se alla fine il senso è quello. Dalla prima volta che ho visto un suo disco (e l’ho scambiato per l’ultimo di Jeff Beck) all’ultimo Modern Guilt, sono cambiate un sacco di cose. E un sacco di cose sono rimaste uguali. È il mondo del losangeleno Beck Hansen: se non l’avete mai visitato fateci un salto, prima che orde di turisti lo invadano. Ma lui non se ne cura: segue una linea precisa e va avanti per la sua strada, sfoggiando da quasi 15 anni quella sua aria da “nerd”. Lo senti cantare (e suonare) e pensi: “il solito cantautore americano”. Poi lo ascolti meglio e ti accorgi che di “solito” c’è ben poco. A partire dai primi lavori tipo Stereopathetic Soulmanure, a Mellow Gold con il brano che è diventato il suo inno, Loser, fino al disco della svolta: è il 1996, il titolo è Odelay. Concentratevi un attimo e pensate a che musica ascoltavate nel ‘96. New Adventures in Hi-Fi dei R.E.M.? Bel disco. I Placebo? Bella lagna. La techno? Bella... vabbè, ci siamo capiti. Una notte, su MTV, ho visto il video di Where Is At; e mentre guardavo il nostro affezionatissimo che batteva le mani a tempo con un cappello da cowboy in testa e neon dappertutto, me ne sono innamorato. (Tra parentesi, è uscita una bellissima “deluxe edition” dell’album in questione con una serie di singoli e ghiottonerie varie.)

E proprio mentre pensavo “voglio vedere come farà adesso a fare un altro disco simile”, lui ne fa uno tutto acustico, da pelle d’oca: Mutations. A cui darà un seguito, 4 anni dopo, col bellissimo e più difficile Sea Change. In mezzo, durante e dopo, di tutto un po’: ballate latineggianti, bossa nova ante "nouvelle vague", cori mariachi, colonne sonore per Michel Gondry, elettronica minimale e sminuzzata fino alle soglie dell’udibile, una puntata di Futurama, altri video semplicemente meravigliosi e meravigliosamente semplici. Perché è questo che colpisce di Beck: la sua capacità di far sembrare tutto semplice, mai troppo artificiale, mai esageratamente citazionista. Un grande produttore di se stesso. E invece la produzione di Modern Guilt l’ha affidata a un nome tra i più “hot” del momento, quel Danger Mouse che i più conoscono come la metà dei Gnarls Barkley (quelli di Crazy) e che già diede prova delle sue capacità. Una su tutte, il suo Grey Album: un geniale minestrone tra il Black Album di Jay-Z e il White Album dei Beatles. Mai distribuito, ovviamente, perché bloccato dalla parte Beatles; ma fino a pochi anni fa ancora reperibile in rete. Ma anche il vulcanico produttore, in questo caso, si è piegato alla legge di Beck regalando tocchi sapienti e suoni ricercati/naturali, senza disturbare il genio al lavoro. Sentite che bella la chitarra in Gamma Ray o nel pezzo che intitola il Cd. E sono buone, le 2 ospitate di Cat Power. Ok, va bene, forse non ci sarà il singolone spaccaradio. Ma perché mai – si chiederà lui – rubare la scena (e il lavoro) a chi ne ha più bisogno? Un saluto ai Coldplay.

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