Coolmag - music

Runnin Wild Cd
Airbourne Uno
Airbourne Due
home - music




Airbourne - Runnin' Wild (Roadrunner Records)

di Luca Scotto di Carlo

Qualche mese fa, sono stato in Canada per lavoro. Canada-Canada: non nelle metropoli tipo Toronto o Vancouver, ma in un posto sperduto sulle Montagne Rocciose (di cui non ricordo assolutamente il nome), al confine tra Alberta e British Columbia. Una sera, in un pub della zona, era in programma il concerto di una cover band degli AC/DC dal nome inequivocabile: BC/DC. Dove quella B, al posto della A, apriva un mondo: AC/DC di serie B, provenienti dalla British Columbia. Sta di fatto che se chiudevi gli occhi ti sembrava di essere al concerto di quelli originali. Periodo buono, peraltro. Epoca Bon Scott, per intenderci. Ma la cosa degna di nota è stata il pubblico. Si andava da ragazzetti di 14 anni in completo da snowboard, a coppie di cinquantenni col chiodo. Tutti-ma-proprio-tutti che agitavano il testone a tempo, mentre facevano “air guitar” sull’assolo di Riff Raff. Che meraviglia. Il chitarrista, vestito così smaccatamente da Angus che se lo incontravi per strada gli chiedevi l’autografo, dopo aver deliziato la platea sfoggiando la “crème” del repertorio del quintetto australiano, ha attaccato con un pezzo composto dalla loro band. E indovinate un po’? Sembrava in tutto e per tutto un pezzo degli AC/DC! E funzionava. La gente pareva neanche accorgersi della differenza: era ciò che voleva sentire in quel momento e in quel luogo e… they’ve got it.

Forse anche gli Airbourne erano a quel concerto, non lo so. Perché hanno tirato fuori un disco, Runnin’ Wild, che è praticamente un tributo ai fratelli Young (a parte il mini-tributino agli Iron Maiden per il titolo). C’è ad esempio una canzone, Fat City, che sembra il plagio di Sin City: uno dei brani più belli di Powerage, il loro disco migliore. Eppure (eureka!) anche in questo caso funziona. Perché questo è il genere di musica che vive di immediatezza e adrenalina insieme. No involuzioni concettuali o trame ideologiche. Schiacci il pulsante e boom. Salti in aria. Del resto, basta guardare il logo sulla copertina: era dai tempi dei Krokus (una metal band svizzera parente stretta dei nostri affezionatissimi) che non ne vedevo uno simile. Purtroppo, l’hard rock prima e l’heavy metal poi sono da sempre bersaglio di detrattori che giudicano (tanto per cambiare) l’aspetto più che la sostanza. E allora, vai di associazioni con le messe nere, il diavolo in persona, i pipistrelli a colazione. Tanto che a un certo punto, gli stessi gruppi interessati hanno iniziato a sguazzarci dentro. Se proprio bisognava ascoltare musica sporca, allora era meglio il punk. Bastava una voce che urlacchiava tipo Siouxsie per sembrare intelligenti, mentre gli AC/DC venivano considerati musica per una nicchia di invasati. Meno male che almeno il tempo ha dato loro ragione. E mentre il metal si evolve negli anni più d’ogni altro genere (penso a fenomeni tipo Boris, Sunn 0, Neurosis), le cover bands genere Airbourne pullulano: dall’Australia alla Norvegia, passando per il Venezuela e la Birmania. Gli Airbourne sono 4 anziché 5, ma direi che questa è l’unica vera differenza: ma anche qui ci sono 2 fratelli (non ho parole), Joel e Stan O’Keeffe, che si accompagnano a David Roads e Justin Street. Basta guardarli in faccia per capire che non finiranno mai nella colonna sonora del prossimo film di Sofia Coppola. (Per fortuna, dico io) E quindi? Il mio consiglio è: non giudicate il libro (o il disco) dalla copertina. O meglio, fatelo pure. Ma cercate di andare oltre. Se non con gli occhi, almeno con le orecchie.

www.roadrunnerrecords.com

www.airbournerock.com

stampa

coolmag