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Consolers Of The Lonely
The Raconteurs
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The Raconteurs - Consolers Of The Lonely (XL/Self)

di Luca Scotto di Carlo

Ci sono 2 modi per recensire un disco. Di mestiere o di pancia. Già, l’eterna lotta fra cuore e cervello. Una buona recensione (a mio parere, s’intende) è un mix tra le 2 cose; laddove una fredda analisi non potrà mai trasmettere quella sensazione che solo una particolare sequenza di note, di accordi, può dare. È ciò che si dice “avere orecchio”. Ed è un po’ come il pollice verde: o ce l’hai, o non ce l’hai. Bene. Dopo aver letto qualche recensione del secondo disco dei Raconteurs, Consolers Of The Lonely (mi piace pure il titolo), ho notato tanto cervello e poco cuore. Perché – diciamocelo – di solito accade questo: esce l’album di un cosiddetto gruppo-rivelazione, e la critica lo incensa in modo esagerato facendoti sentire un idiota se non lo compri. E quando l’hai comprato, ti convinci che è la rivelazione che stavi aspettando. Ma, a sorpresa, quando esce il secondo disco il verdetto è quasi sempre unanime: che delusione, hanno tradito le aspettative, un lavoro sottotono, ma allora era un bluff, e via così. Intendiamoci, succede anche questo: gli Zero 7, che sembravano i Pink Floyd del nuovo millennio, dopo un gran bell’esordio hanno proseguito nella mediocrità sparendo definitivamente nel nulla.

Ma spesso, quella dell’esaltazione-distruzione è una moda. E i Raconteurs non sono stati risparmiati. Che errore. Al contrario. Sin dal primo pezzo, quello che dà il titolo al Cd, si capisce che la vena non si è affatto esaurita. E quello che doveva essere un semplice “side project” di mister White in compagnia dell’amico Benson, si rivela in realtà un altro bell’omaggio al “classic rock” in tutte le sue forme. Subito dopo parte Salute Your Solution, che potrebbe benissimo far parte della discografia dei White Stripes (oltre che di Angus Young e soci). Avanti di una traccia e troviamo You Don’t Understand Me, meravigliosa ballata condita dal malinconico pianoforte di Jack, fino ad arrivare al country di Old Enough e a The Switch And The Spurs, che potrebbe tranquillamente essere un estratto dalla colonna sonora di un film di Clint Eastwood. Segnalo altri episodi degni di nota: Many Shades Of Black e Put This Blanket Off Of Me. Anche se personalmente prediligo Top Yourself, di cui è disponibile come singolo una deliziosa versione bluegrass. Quindi Led Zeppelin, Black Sabbath, Kinks, e perfino AC/DC frullati ad arte e serviti caldi caldi. Niente di nuovo, dite? Vi aspettavate qualcosa di diverso? Non sono d’accordo. Magari qualche adolescente schiavo dell’iPod, o qualche figlio degli Anni ‘80 che ha sempre pensato che l’hard rock l’abbiano inventato i Guns’n’Roses, sentendo dischi come questo si avvicineranno all’originale, ai veri ispiratori. Diranno: “Ehi, ma questo Robert Plant canta come Jack White!”. Oppure: “I Kinks? Che copioni!”. Ma va bene, va bene lo stesso. Tutto fa brodo, tutto serve a diffondere buona musica. Come quelli che sentono solo album di covers e all’improvviso scoprono che Man In A Long Black Coat è meglio nella versione originale di Bob Dylan che in quella (seppur valida) di Mark Lanegan. Le orecchie non sono uguali per tutti, ma meglio tardi che mai. Tanto per mettere insieme 2 proverbi. Di cui uno è una cover, l’altro la versione doc.

www.theraconteurs.com

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