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Nick Cave & The Bad Seeds - Dig, Lazarus, Dig!!! (Mute/EMI)

di Luca Scotto di Carlo

Non voglio parlare di Nick Cave. Per quello c’è già Internet, che trasuda siti e "blogs" a lui dedicati con tanto di biografiadiscografiapornografianecrofilia, nonché gossip e memorabilia varie su Ebay. A me piace ascoltare. Forse perché appartengo a un tempo in cui la musica era ascolto, prima d’ogni altra cosa. E l’unica copertina dove voleva finire una band era quella del proprio album. E allora ascolto. Ascolto ciò che la musica mi trasmette. E poco conta chi è, cosa dice, com’è vestito o se si è fatto crescere i baffi. Ecco, Nick Cave si è fatto crescere i baffi. Ha fatto anche molto altro in questo periodo, per carità. L’anno scorso, l’avevamo lasciato che schitarrava ululando come leader dei Grinderman. Gran bel disco. Io non lo so. Forse ha visto che il fenomeno rock e derivati che si è via via affermato negli ultimi tempi non è solo una moda passeggera, ma c’è realmente un ritorno a un modo di essere Anni ’70; e vecchi e nuovi rockers non hanno fatto altro che riprendere il discorso, per così dire. O forse, Nick, smaltita la tristezza delle “murder ballads” e accantonato per un po’ quel pianoforte dal timbro dolceamaro, si è semplicemente chiuso in una stanza con Warren, Mick, Martyn e compagnia bella e ha tirato fuori un bel mucchio di canzoni capaci di farci battere la mano sulla coscia a ritmo di Dig, Lazarus, Dig!!! e tutto il resto.

Mick Harvey e Warren Ellis (quest’ultimo provvisto di Fender Mandocaster, strumento quasi mitologico) ci regalano “riffs” mai troppo complessi o insensatamente bizzarri: ogni cosa è semplice e diretta, dal punto di vista della chitarra. Tanto più che anche i Radiohead, nel loro ultimo lavoro, hanno (finalmente!) sdoganato e recuperato il suono della chitarra. Oggi va così. E Nick canta e parla e racconta e urla (dall’alto dei suoi 50 anni) senza mai rubare troppo la scena alla musica. Le parole sono il suo strumento, la voce il suo amplificatore. Lui non canta, suona. E sebbene io non dia mai troppa importanza ai testi rispetto alla canzone in sé, ammetto che stavolta sono stato colpito in pieno da alcuni titoli e strofe qua e là. A partire dalla “title track”, dove scopro che Lazzaro in realtà si fa chiamare Larry e vive a New York, mica a Nazareth o a Betlemme. E Night Of The Lotus Eaters, Jesus Of The Moon, More News From Nowhere, sono 3 titoli meravigliosi: come diavolo gli sono venuti in mente. Ma l’apice, l’australiano lo tocca con We Call Upon The Author (è la frase che si pronuncia quando a una manifestazione si invita sul palco l’autore chiedendogli di spiegare al pubblico il senso della sua opera), e mentre sullo sfondo udiamo un coretto di “doop doop doop”, Nick grida una delle cose più belle che abbia sentito da un po’ di tempo a questa parte: “Prolix! Prolix! Nothing a pair of scissors can’t fix!”. Cosa significa? Non chiedetevelo troppo. Ascoltate il suono che fa. Non sono parole. È musica.

www.mute.com

www.nickcaveandthebadseeds.com

Foto: Polly Borland


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