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Joe Jackson - Rain (Rykodisc/Audioglobe)

di Stefano Bianchi

Che sia lunatico, non è più una novità. Pensate che dopo essersi trasferito dalla natìa Inghilterra a New York, ha fatto le valigie e se n’è andato a Berlino solo perché il sindaco Bloomberg ha posto severi divieti ai fumatori incalliti come lui. Ma nicotina e antipatia a parte, è dalla fine degli Anni ’70 che Joe Jackson ribadisce il suo “status” d’illuminato musicista. Prendete Rain, il nuovo disco, e andate direttamente alla quarta traccia: Wasted Time. Con quel pianoforte (il suo) che afferra Burt Bacharach per il bavero e quella voce (la sua) che distilla dolcezze da consumato “crooner”. È pop. Suadente e meditativo. Figlio legittimo di Night & Day e di Body And Soul, fiori all’occhiello della discografia “jacksoniana”. Sono trascorsi più di 20 anni da quegli album. Eppure quel geniaccio lunatico di Joe è riuscito a ripetere il miracolo. Proprio lui, che senza “se” e senza “ma” nel ’94 annunciò rabbioso il “de profundis” del pop. Come a dire: non ci sto più nei 3 minuti e nei 3 accordi “standard”, vi saluto e vado oltre. Detto e fatto: coi voli cameristici di Night Music (’94) e le ingombranti sinfonie di Heaven & Hell (’97). Facendo il narciso, vendendo meno dischi, snobbando l’affezionato pubblico.

Riprendete Rain dall’inizio: Invisible Man. Un ritmo rappreso, che improvvisamente fugge nel rock. Già, il rock. Gran brutta bestia. Che Mr. Jackson volle morto e sepolto dopo averlo iniettato a dosi massicce nella new wave di Look Sharp! e di I’m The Man. E allora? Il signore predica bene e razzola male. Complimenti per la coerenza: sbarazzarsi del pop e del rock per poi tornare sul luogo del delitto a concupirli. Le cose, però, non stanno esattamente così. Con questo disco di soli 3 strumenti (lui al pianoforte, Graham Maby al basso, Dave Houghton alla batteria) l’esimio “songwriter” coniuga essenzialità melodica (pop) e dinamismo ritmico (rock) senza mai perdere il gusto dell’unghiata soul-jazz. Come ai bei tempi di Night & Day. Travestito da Cole Porter, raggiunge la perfezione con questo canzoniere malinconico e schizzato fatto di ballatedeluxe” come Too Tough, increspata da un piano nevrile; Rush Across The Road e la conclusiva A Place In The Rain. L’altra faccia del suo “ego smisurato, invece, si materializza nella frenesiauptempo” di Citizen Sane, nelle fibrillazioni jazzistiche e “black” di The Uptown Train, nell’effervescente dinamismo di Good Bad Boy e di King Pleasure Time, che scimmiotta un po’ lo stile di Paul McCartney and Wings. E l’inappuntabile classicismo di Solo (So Low), poco oltre la metà del disco, ribadisce l’identikit dell’antipaticone: professionista più che scafato, funambolo dei tasti bianchi e neri, vocalist sopraffino. Che è riuscito, ancora una volta, a regalarci non pochi brividi musicali.

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