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Eric Mingus - Healin' Howl (Intuition/Family Affair)

di Luca Scotto di Carlo

Che musica suonerebbe oggi Jimi Hendrix se fosse ancora vivo? È forse la più gettonata, fra le domande retoriche sulla categoria “musicisti immortali ma morti”. Jimi e tutta la combriccola di rockers scomparsi, da Janis Joplin a Jim Morrison, passando per John Lennon, Marvin Gaye, fino a Ian Curtis e Miles Davis. In verità, proprio il mitico trombettista nero ci aveva offerto begli squarci di dove si poteva arrivare, passando dal be-bop al doo-wop e riunendo attorno a sé una giovane e talentuosa giovane band (scippatagli in seguito dal primo Sting) a cui Miles lanciava spunti e idee che loro sviluppavano. E se per Marvin Gaye o Ian Curtis - e finanche per lo stesso Lennon - si può azzardare dove sarebbero arrivati (diciamo la verità: grandi, ma un po più monocordi), sul futuro mai compiuto di Hendrix ci si potrebbe sbizzarrire notevolmente. Avrebbe fatto qualche altro disco con gli Experience? Con Buddy Miles? Un “unplugged” o un album di covers, come impone la moda del momento? E come avrebbe vissuto i favolosi Anni ’80? Avrebbe tenuto duro con il suo genere, o si sarebbe dato fuoco davanti al Nepenta? E il grunge? Lo stoner? Lo avrebbero chiamato i Kaiser Chiefs o i Franz Ferdinand per un cameo alla traccia 6? E i suoi “live” avrebbero attratto ancora centinaia di migliaia di persone? Cosa ne avrebbe pensato di MTV? E di MySpace? E della cultura mp3?

Sì, è bello crogiolarsi nel mistero. Fatto sta che quando ho sentito Fool For You, track numero 1 di questo disco, mi sono detto: “È lui o non è lui?”. Ovviamente non era lui, non poteva esserlo, ma sembrava proprio. Immaginatevi Jimi Hendrix che suona il basso più della chitarra elettrica e della voce. Beh, la voce… sappiatemi dire. Healin' Howl è un disco maturo, forse il più maturo della carriera del quasi quarantenne Eric Mingus, figlio d'arte, ed è suonato in compagnia di una band solida, senza fronzoli né furberie. Quel che si dice un gran bel disco di rock-blues. Blues urbano made in Brooklyn. Oh. Ed è anche inutile, a mio parere, fare i conti col nome che si porta sulle spalle, quello del grande papà Charlie – definirlo un mostro sacro è riduttivo – che anche aveva divagato al di fuori del mondo jazz, anche se troppo tardi (1979, l’album era di Joni Mitchell e s’intitolava proprio Mingus, ma lui era già molto malato). In modo sano e intelligente, Eric si è tenuto alla larga dai paragoni e ha imboccato la sua strada, giusta o sbagliata che sia, in compagnia di Bruce Katz all’organo (uno che ha suonato col signor Gregg Allman, sai com’è), del chitarrista Ross Bonadonna e di Elliott Sharp. 12 canzoni che sprigionano rabbia e depressione in chiave blues, con influenze che vanno da Tom Waits a Solomon Burke. Bellissima è The Fade, una ballata elettrica ad alto tasso di emotività, ma anche To Keep You Off My Mind: quando il blues si sposa al punk. Sì, blues e punk. Aggiungete un pugno di funk e una spruzzata di jazz, possibilmente freddo. E come si dice in questi casi, mescolate. Il risultato? Piacerebbe anche allo zio Jimi, ne sono certo. Anche se mister Mingus jr. farebbe un po’ fatica a suonare Star Spangled Banner con il basso, mettendoselo dietro la testa. O a fare un bell’assolo con i denti.

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