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Joni Mitchell - Shine (Universal)

di Redazione

Ci aveva lasciati 10 anni fa, dopo Taming The Tiger. Opera di classe immensa: uno di quei Cd che restano impressi nella memoria, per coerenza e alto livello d’ispirazione. Ci aveva lasciati con dichiarazioni al vetriolo contro le majors discografiche che snobbano il suo lavoro, e che in virtù di un fantomatico “mercato“ lasciano in disparte artisti che han fatto la Storia della canzone e della musica americana. Ci aveva lasciati perchè stanca, avvilita, in crisi. Si era ritirata nella sua casa di campagna rifugiandosi fra i suoi amati pennelli, le sue tele, i suoi quadri. Ora, finalmente, Joni Mitchell è tornata. Per lasciare, ancora una volta, il segno. Un segno che s’intitola Shine: album intenso e meraviglioso che ci riconsegna una cantautrice mai banale, mai ripetitiva, sempre in costante evoluzione, sempre “avanti“. Non si pensi a un disco come Mingus (1979), o come il suo capolavoro riconosciuto: quell'Hejira (’76) in cui comparivano jazzisti del calibro di Jaco Pastorius, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Pat Metheny, Michael Brecker. Non ci sono più i mezzi economici di allora, né l'appoggio incondizionato del produttore. Shine è un album intimo, raccolto, nato e cresciuto dalla penna di Joni Mitchell con l'aiuto di pochi ma fidati amici, fra cui l'ex marito e fantastico bassista Larry Klein e il batterista Brian Blade, genio della percussione moderna. Emotivamente coinvolti dall'estetica minimalista, gonfia d’autentica poesia, dell’artista canadese.

Poesia, infatti, è la parola chiave di Shine. Non solo per la ritrovata vena creativa di Joni, ma anche per i rimandi a Tennessee Williams, a Edgar Lee Masters e al suo Spoon River, alla grande tradizione poetica a stelle e strisce. Nei testi della Mitchell ritroviamo quel “looser“ cantato da William Faulkner e da John Fante; la vita quotidiana che si fa arte, poesia, creazione. Fino a farsi universale, comune, patrimonio di tutti, condivisibile, riconoscibile. Fra i brani, spicca la reinterpretazione di un suo classico, Big Yellow Taxi: manifesto del modo d’interpretare la vita metropolitana caotica, frenetica, avvilente e spersonalizzante da parte di un’artista che ha sempre trovato le parole giuste e le metafore per estrapolare da un momento di vita vissuta un'opera d'arte. È ritornata, Joni Mitchell. Senza clamori, senza squilli di trombe, in punta di piedi. Ma con la consapevolezza d’essere ancora la maestra, l'indiscussa caposcuola. Parole pungenti, musiche sontuose, arrangiamenti efficaci costruiti su misura su quella voce un po' rovinata dalle troppe sigarette ma pur sempre affascinante. Un disco, insomma, che è già un “must“ per gli amanti della grande canzone d'autore.

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