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East Of Angel Town
Peter Cincotti
Cincotti due
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Peter Cincotti - East Of Angel Town (Warner Bros)

di Stefano Bianchi

C’è modo e modo di fare il “crooner”. O darsi smaccatamente al post-Sinatra, rivisitando sul filo di un rinnovato “easy listening” pezzi di Goffin & King, Cole Porter e Rodgers & Hammerstein; o lasciar perdere le covers calando l’asso di composizioni proprie. Nel primo caso, il rischio dell’impopolarità è pressochè zero: si swinga il repertorio altrui, si mettono in fila un po’ di “sold out” a Las Vegas e il gioco è fatto. Nel secondo, il rischio di capitombolare è serio. E se non scrivi a getto continuo brani perlomeno imparentabili alll’aureo jazz-swing, ti appiccicano addosso l’etichetta del presuntuoso che non vale una cicca. Ma vuoi mettere il gusto di fare “crooning” per i cavoli tuoi? Di non dover inanellare serate di nobil “karaoke” davanti a una platea di panzoni e di “sciure” ingioiellate? Peter Cincotti, 23 anni nati a Manhattan, sangue piacentino-napoletano nelle vene, aveva optato per la prima strada infarcendo di Ain't Misbehavin', I Love Paris, Up On The Roof e compagnia swingante il disco di debutto intitolato a suo nome (2003) e On The Moon (2004). Pezzi da novanta per una nuova The Voice. Applausi e strette di mano. Senonchè, l’orgoglioso Cincotti si è visto soffiare sul collo da chi, probabilmente, le covers le interpreta con più paraculaggine di lui: l’italo canadese Michael Bublè. E un inglesino talentuoso e un po’ strafottente, Jamie Cullum, gli avrebbe prima o poi rubato lo scettro di “voce di velluto”. A colpi, oltretutto, di assoli pianistici.

E allora Peter, che il pianoforte lo suona dalla tenera età di 3 anni, ha rotto gli indugi. Meglio rischiare che rosicare. Ha fatto tesoro delle poche (ma buone) canzoni sue che riempivano i piccoli spazi disponibili nei 2 album e si è tagliato su misura un repertorio da far tremare i polsi alla concorrenza. Il risultato, East Of Angel Town, è un volo radente sui più svariati stili: jazz (ovviamente), pop, rock, funk, blues. Musica di Peter Cincotti e (10 pezzi su 13) parole di John Bettis. Un caracollare di suoni raffinati e botte d’energia. Senza vie di mezzo, giacchè il buon Cincotti si mostra a proprio agio sia nelle melodie avvolgenti stile Elton John (Goodbye Philadelphia; December Boys; The Country Life), sia nel funk irrobustito dalla violenza scintillante del piano (Angel Town) e nelle impennate rockeggianti di Be Careful. Ma è soprattutto Billy Joel il nome con cui fare i conti, ascoltando il canzoniere “made in Cincotti”: quello di New York State Of Mind, che affiora tra le pieghe di Cinderella Beautiful e di una Broken Children jazzisticamente increspata dal sax. E poi, con poco (ma sano) swing e tanta adrenalina, fa un bell’effetto scoprire che le nuove possibilità di fare “crooning” puntano al rhythm & blues che sottolinea Man On A Mission, all’essenzialità blues di Always Watching You , al pop scattante di Witch’s Brew. Il che la dice lunga (insieme alla vena oriental/psichedelica di U B U) sulle infinite potenzialità di Peter Cincotti. Che ha rischiato. Finalmente. Buttando nel cestino il biglietto per Las Vegas.

www.warnerbrosrecords.com

www.petercincotti.com

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