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Okkervil River - The Stage Names (Jagjaguwar)

di Luca Scotto di Carlo

Fra i più acerrimi nemici della vostra musica preferita, c’è la vostra fidanzata. Mi spiego: se siete amanti di un certo tipo di musica - un po’ più impegnata, difficile e ben più ricercata della media nazionale - dovrete fare i conti con chi vi sta intorno. La fidanzata, spesso, non condivide i vostri gusti. E non le va a genio che voi torniate a casa la sera e mettiate su un bel disco di sano rock con quel “riff” sporco di Telecaster che vi piace tanto. Nossignore. Anche in assenza di mal di testa, il massimo che vi concederà sono 2 tacche di volume. Praticamente al limite dell’udibile, per l’orecchio umano. E così, inizia una vita di compromessi: fatta di Einaudi e Sakamoto, o al massimo di languide ballatone sdolcinate. Sorseggiando un flûte di champagne sul divano e rinunciando per sempre all’indipendenza musicale. Ne ho visti tanti passare per amore da Robbie Robertson a Robbie Williams; dagli Alice In Chains ad Alicia Keys; da Michael Schenker a Michael Bublè. E altrettanti rifugiarsi nelle colonne sonore d’oggidì: simpatiche compilations che mescolano ruffianamente vecchio e nuovo; sempre molto orecchiabile, per carità. Ebbene, The Stage Names è un disco che inganna le fidanzate. Perché è un disco che parte allegro, trascinante, pieno di gioia di vivere. Ma lo fa in modo raffinatissimo e mai scontato. Our Life Is Not A Movie Or Maybe (il brano d’apertura) è proprio un gran pezzo che ricorda i secondi Cure, quelli più ariosi e “joyful”, quando mr. Robert Smith aveva rinunciato ai suoi oscuri propositi di suicidio. Tanto per intenderci, più The Lovecats che Three Imaginary Boys.

Gli Okkervil River, sfruttando al meglio le capacità compositive del loro leader Will Sheff e le sonorità che sprigionano classicismo rock da tutti i pori (è gente che sa suonare, fidatevi), ci regalano una quarantina di minuti di musica ad alto livello in cui le corde delle chitarre riescono magicamente a toccare le nostre, di corde. (Sì, a volte penso che sia magìa). Unless It’s Kicks, A Hand To Take Hold Of The Scene e Savannah Smile sono una delle più belle sequenze degli ultimi anni, dove chi ascolta trova da solo i riferimenti musicali a lui più congeniali. Perché ce sono davvero tanti, di richiami. Dalla chitarraslide” alle maracas. E un pizzico di quelle orchestrazioni tanto care agli Arcade Fire. I testi? Sono ok. Ficcanti e stralunati allo stesso tempo. Ma io sono della scuola “non mi importa cosa dice, ma come lo dice”. La musica vince sempre. Se voglio un bel testo, mi leggo un buon libro. Proseguendo nell’ascolto, le atmosfere si incupiscono e si dilatano facendo riaffiorare i fantasmi di Black Sheep Boy, l’ombroso lavoro precedente altrettanto valido, anche se diverso. Ma ormai è troppo tardi per la fidanzata, l’inganno ha funzionato. (Per la cronaca: la situazione potrebbe anche essere ribaltata: della serie fidanzata musicofila e fidanzato PlayStation-dipendente, io parlo da maschietto). Anche perché, furbescamente, gli Okkervil River chiudono col sorriso sulle labbra: sulle note di John Allyn Smith Sails, un quasi omaggio ai Beach Boys che ci saluta e ci dà appuntamento al prossimo capitolo di una storia che si fa avvincente. E tanti saluti alla signora.

www.jagjaguwar.com

www.okkervilriver.com

Foto: Todd W. Wolfson
Traci Goudie

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