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Songs Of Mass Destruction
Annie uno
Lennox due
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Annie Lennox - Songs Of Mass Destruction (Sony BMG)

di Stefano Bianchi

La signora, sotto, ha 2 sfere così. Chiariamoci: non che prima di Songs Of Mass Destruction non le avesse. Altrimenti non si spiegherebbero i successi con gli Eurythmics (lei tirava la volata, Dave Stewart faceva il gregario), gli ottimi “exploits” solisti (Diva + Medusa + Live In Central Park + Bare, dal 1992 al 2003) e un rosario di cifre kolossal da snocciolare: 78 milioni di dischi venduti, 1 Oscar, 4 Grammy Awards, 2 Golden Globes. La novità è che Annie Lennox, 53 anni indossati infischiandosene del tempo che passa, stavolta se ne frega d’incidere l’ennesima tacca in cima alle classifiche. Stavolta, le 2 sfere così, le ha messe politicamente e umanitariamente in gioco. Come donna. Che non ci sta. E allora, queste 11canzoni di distruzione di massa” (gonfie di dolore, sofferenza, rabbia) le spara contro Bush & Blair, contro chi si volta dall’altra parte quando sente pronunciare HIV/AIDS, contro questo mondo in preda all’irriducibile follia. Dice, Annie Lennox, di aver messo sangue e ossa dentro questi pezzi. Di aver dato tutto ciò che aveva da offrire. Incazzature, lacrime, sudore. Sacrosanto. Basterebbe azzerare la musica e ascoltare solo la sua voce: mai così potente, naturale, duttile. Pilotata dagli stati d’animo, più che dalle esigenze del business discografico.

Se c’è un neo, in questo disco, è Glen Ballard: produttore ipertrofico, perfettino, che ha tentato in tutti i modi di soffocare l’istinto di Annie, come a suo tempo fece con Alanis Morissette. Ma vivaddio, la più nera delle cantanti bianche ha dribblato ogni ostacolo mettendo sprezzanti coloriture vocali al servizio di Dark Road, ballata in sublime crescendo dagli accenti “beatlesiani”, e dentro l’enfasi melodrammatica di Lost. E chi cerca la “woman in black”, troverà adrenalina per le sue orecchie: nel nevrile “crossover” di soul e blues che irrobustisce Love Is Blind; nelle colate di pop, rhythm & blues e gospel che rendono Ghosts In My Machine paragonabile a Sisters Are Doin’It For Themselves (made in Eurythmics: Annie Lennox vs. Aretha Franklin) e nel funky un po’ scolastico, ma irresistibile di Womankind. Capitolo Eurythmics: acqua passata, oramai. Senonchè – ed è uno degli episodi più riusciti dell’album – Coloured Bedspread è talmente geniale da somigliare a una Sweet Dreams un pizzico più dark. Infine, Sing. Pura militanza. Dalle parole ai fatti. Un inno per le donne africane nobilitato dal coro di 23 grandi artiste fra cui Joss Stone, Martha Wainwright, k.d. lang, Madonna, Bonnie Raitt, Beth Orton, Angelique Kidjo e Beth Gibbons. Frutto del coinvolgimento di Annie Lennox nel progetto 4664 e nella Treatment Action Campaign di Nelson Mandela, organizzazioni impegnate nella lotta per la difesa dei diritti dell’uomo, l’istruzione e le cure mediche per le persone affette dal virus HIV. E in Sudafrica, una donna su 3 è sieropositiva. Annie ha voluto gridarlo a tutto il mondo. E lotta insieme a loro.

www.annielennox.com


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