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Rock and Roll Heart
Lou Reed Glam Rock
Lou Reed Anni '90
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Lou Reed - Rock and Roll Heart (Dolmen Home Video)

di Stefano Bianchi

«Detestavo la scuola. Non mi piacevano i gruppi. Odiavo ogni forma di autorità. Ero fatto per il Rock & Roll». Sincero fino al cinismo, Lou Reed si descrive nell’incipit di Rock and Roll Heart, film biografico prodotto e diretto nel 1997 da Timothy Greenfield-Sanders, che l’anno successivo si aggiudicò il Grammy Award nella categoria “best music documentary”. Rinomato fotografo (fra le sue pubblicazioni più note ricordiamo XXX: 30 Porn-Star Portraits e Face To Face), Greenfield-Sanders incontra Lou allo sbocciare degli Anni ’90 e con una videocamera Canon Hi-8 lo pedina riprendendolo in concerti, readings, festivals. Fra una tappa e l’altra, per “ritrarre” ad hoc la straniante carriera dell’ex Velvet Underground, intervista 35 fra musicisti, scrittori e seguaci della Factory di Andy Warhol: da John Cale a David Bowie, da Patti Smith a Suzanne Vega, passando per Philip Glass, Ronnie Cutrone, Mary Woronov, Joe Dallesandro, Gerard Malanga, Holly Woodlawn. Rock and Roll Heart, finalmente disponibile in Dvd con sottotitoli in italiano, racconta Lou Reed per filo e per segno cogliendone gli esordi newyorkesi da rocker dilettante con gli ShadesMi limitavo a intonare ‘uh! uh!’ in sottofondo, poiché pensavo di non saper cantare»), da interprete di “surfing songs” su commissione (The Ostrich) e da seguace letterario di Delmore Schwartz Il Mozart della conversazione»), Allen Ginsberg, William Burroughs e Hubert Selby Jr. L’epopea dei Velvet Underground, mirabilmente ricostruita con filmati d’archivio e “rinnovata” con sequenze tratte dalla "reunion" del ’93, si focalizza sul compositore di Heroin, il complice confidenzale di Andy Warhol, lo stratega dell’Exploding Plastic Inevitable Show.

Altrettanto valida la parentesi “glam”: dal “battesimo” con David Bowie per l’ellepì Transformer (esauriente la disanima di Walk On The Wild Side; struggente la rimpatriata dei 2 musicisti nel ’97, in occasione del concerto al Madison Square Garden per i 50 anni di Bowie), alla discesa negli inferi con il "mitteleuropeo" Berlin. Si passa quindi al Lou Reed avanguardista, che gioca d’azzardo col "feedback" di Metal Machine Music; all’istrione rabbioso e introverso che calca i palcoscenici e infiamma album live come Rock And Roll Animal e Take No Prisoners, arrivando a intonare Kicks sul respiro del free jazz e di James Brown. Saltati a piè pari i transitori Anni ’80 (spesi più che altro a frequentare gli Alcolisti Anonimi e a recuperare l’uso della chitarra elettrica), ecco i nuovi capolavori: l’epico New YorkCredo di averla sempre avuta nel Dna, questa metropoli»), il commovente Magic And Loss e lo straziante Songs For Drella, con John Cale, in memoria di Warhol. Dopo aver visualizzato sequenze concertistiche dalla Knitting Factory e dal Supper Club (’97), l’epilogo di Rock and Roll Heart è dedicato a Time Rocker, blitz teatrale del ’96 al fianco del regista e scenografo Bob Wilson. Dopodichè, le ultime parole non può che pronunciarle lui, il “songwriter” che più d’ogni altro ha scannerizzato le dannazioni e le redenzioni di New York: «Il Rock & Roll non ha limiti. Ne sono convinto». E rispondendo a chi gli sollecita un ricordo del suo più grande ispiratore, Delmore Schwartz: «Potrei guardarlo negli occhi e dirgli: ‘Ecco fatto, Delmore».

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