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Stardom Road
Marc Almond
Soft Cell
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Marc Almond – Stardom Road (Sequel/Edel)

di Stefano Bianchi

Marc Almond, che negli Anni ’80 architettò con Dave Ball il synt/pop/fetish dei Soft Cell, ha spesso rivisitato i repertori altrui con piglio brechtiano, darkeggiante, cabarettistico. Lo ricordiamo, una volta solista, darsi anima e corpo alle covers di Jacques Brel, Syd Barrett, Lou Reed, Juliette Gréco. Vincendo, ogni volta, sfide che parevano impossibili con indosso quell’inconfondibile timbro vocale da glam-crooner. Almond, a un soffio dai cinquant’anni, ha percepito come tutti quelli della mezza età che il tempo fila via sin troppo veloce e che i ricordi sono ormai consuetudine. Succede ai comuni mortali, figurarsi alle popstars. Dunque, ha deciso di misurarsi con le canzoni di metà vita pizzicando i generi prediletti: lo swing dei crooners Anni ’50, il pop orchestrale dei ’60, il glam rock dei ’70… Lo ha fatto, in Stardom Road, liberando quelle che sono da sempre le sue peculiarità interpretative: una certa enfasi melodrammatica e un’evidente propensione alla teatralità.

Queste 12 covers, più l’unico pezzo griffato Almond e intitolato Redeem Me (Beauty Will Redeem The World), o intrigano o annoiano. Senza mezze misure. Poiché sono “trash” con snobismo, eccessive con eleganza, “glamourosamente” patinate. Sbilanciamoci: stile Liza Minnelli con un abbozzo di barba. Accanto a riletture (volutamente?) caricaturali - I Have Lived di Charles Aznavour (orchestra ad alto tasso glicemico); Strangers In The Night di Frank Sinatra (performance da Casinò di quart’ordine) – spiccano interpretazioni che non fanno una grinza: quella in puro Sixties style, con Sarah Cracknell dei Saint Etienne, che fa scintillare I Close My Eyes And Count To Ten di Dusty Springfield; e quella melò/intimista, in compagnia del “loureediano” Anthony, che titilla The Ballad Of The Sad Young Men (già portata al successo da Shirley Bassey). Ma ci sono altre rivisitazioni che non deludono: la scorza sanguigna di Bedsitter Images (Al Stewart), l’orecchiabile svolgimento di The London Boys (David Bowie), la solida efficacia di Backstage (I’m Lonely) e Dream Lover (Gene Pitney e Bobby Darin), l’imprevista metamorfosibrechtiana” di The Curtain Falls (ancora Darin). Persino Kitsch (Barry Ryan), nel suo paradossale glam che strizza l’occhio ai T. Rex, è irresistibile.

www.marcalmond.co.uk
www.edel.com

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