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Release The Stars
Rufus Wainwright
Want One
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Rufus Wainwright – Release The Stars (Geffen/Universal)

di Stefano Bianchi

Quasi sempre, il Grande Narciso canta come se dovesse acciuffare il “leitmotiv” di un musical americano. Guarda caso, a settembre uscirà la registrazione del live in cui ha riproposto per filo e per segno un concerto tenuto da Judy Garland nel 1961, alla Carnegie Hall di New York. Lui è Rufus Wainwright, “world’s greatest entertainer”, canadese, classe ’73, rampollo del cantautore Loudon III e della folksinger Kate McGarrigle, sul pentagramma dal ’98 e autore di almeno un paio di gemme, Want One (2003) e Want Two (2004). Prolisso e ridondante per chi non riesce a digerirlo, genialmente imprevedibile per chi lo adora. Senza vie di mezzo. Ma si sa, è il destino dei compositori che dureranno a lungo. Rufus Wainwright è kitsch e lussuoso, frequenta bulimicamente la “grandeurorchestrale e poi fa il Gershwin del pop in doppiopetto, ironizza e drammatizza, si autocompiace e si autoflagella. È un talento vero. Che ogni tanto, però, meriterebbe d’esser bacchettato sulle dita e riportato fra i comuni mortali.

Prodotto da se stesso e da Neil Tennant (ma non aspettatevi sbuffi elettronici alla Pet Shop Boys), Release The Stars conferma e rilancia le stratificazioni sonore e l'inappuntabile scrittura dell’acidulo dandy, vocalmente in bilico fra un Thom Yorke meno stressato e uno Scott Walker meno dark. C’è chi lo incolpa di essere sfacciatamente barocco: in effetti il Cd si apre con Do I Disappoint You che conferma il vizio srotolando arpeggi e contrappunti sinfonici. Poi, però, è la sobrietà di Going To A Town ad ammaliarti con quel non so che di Billy Joel. E si prosegue viaggiando in rétro, stile sophisticated comedy (Tiergarten); scarnificando la melodia col canto che prende a dialogare con gli archi (Nobody’s Off The Hook); virando verso un pop-rock solo all’apparenza scontato (Between My Legs) e un rhythm & blues punzecchiato da fiati tex-mex (Rules And Regulations). Non fa che spiazzarti, l’egocentrico Wainwright. Vorresti umiliare la sua ciclopica presunzione togliendo il Cd dal lettore, ma non ce la fai. Perché è impossibile non rimanere soggiogati dalla sua identificazione a pelle con Neil Young (Not Ready To Love), dal vellutato decadentismo che sottintende Leaving For Paris N° 2, dal bizzarro incedere ispanico di Sanssouci. E vorresti stringergli la mano, se l’epilogo è Release The Stars: ballata blues da decorazione sul campo.

www.rufuswainwright.com
www.geffen.com

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