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Amy Winehouse - Back To Black (Island/Universal)

di Stefano Boschetto

Amy Winehouse è la “next big thing” del 2007. Il suo segreto? Questo pregevole disco capace di amalgamare le tinte “deep soul” delle sue canzoni coi testi autobiografici che grondano vita vissuta oltre ogni limite fra pubs di Southgate e amori perduti. Questa ragazza di 23 anni, origini ebraiche ed esistenza sul filo del rasoio (venne espulsa dodicenne da scuola, spesso e volentieri dà vita a plateali uscite pubbliche come le invettive contro Sua Maestà Bono durante la cerimonia di consegna dei Q Awards), è con Back To Black alla seconda uscita discografica dopo Frank (2003), più orientato verso il nu-jazz. Ascoltare quest’ultima fatica vuol dire immergersi all’improvviso nelle atmosfere dei primi Anni ’60, all’epoca di una Londra divisa tra rockers e mods, quando questi ultimi si davano appuntamento coi loro abiti impeccabili e le scintillanti Lambrette in locali storici come Scene, 100 Club e Marquee, scatenando boogaloo e twist al ritmo dei 45 giri marchiati Motown, Chess, Kent.

L’evidente ispirazione della Jewish Princess del momento è infatti il soul di gruppi al femminile come Supremes, Shirelles, Chiffons e Ronettes, rivisitato con una voce abrasiva e disperata che ricorda a tratti “dark ladies” quali Janis Joplin e Billie Holiday. Il singolo apripista, Rehab, è la sintesi perfetta di questo suono decisamente Sixties, e grazie al suo ritmo accattivante che all’ormai noto ritornello associa un testo drammatico sulla rinuncia ai centri di riabilitazione per alcolisti, Amy Winehouse schizza decisamente in testa alle classifiche intascando il Brit Award 2007 come miglior vocalist. L’andamento dell’album, seppur derivato dai grandi modelli del passato, transita con disinvoltura da una spruzzata di hip hop (You Know I’m No Good; He Can Only Hold Her), a un soffice ritmo rock-steady (Just Friends) e ad aperture decisamente doo-wop (Me And Mrs Jones) che ci fanno rivivere atmosfere da locali fumosi, dove si consumano vite fra pinte di birra e Tanqueray sino all’orario di chiusura. Alcune apparizioni con Paul Weller (Jool’s Holland Annual Hootenanny ed Electric Proms) alle prese con “covers” di Marvin Gaye ed Etta James, non hanno fatto altro che affermare Amy come splendida realtà del British Soul, magari un po’ datato, ma basta ascoltarlo tutto d’un fiato per far tornare più che mai d’attualità il motto del Rock Steady Go, mitico programma della BBC negli anni della Swinging London: ”The Weekend Starts Here”.

www.amywinehouse.co.uk
www.universalmusic.it

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