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Dylanesque
Bryan Ferry
These Foolish Things
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Bryan Ferry - Dylanesque (Virgin)

di Stefano Bianchi

Fifty fifty. Metà canzoni proprie, metà rivisitazioni di pezzi altrui. Bryan Ferry, art-rocker e crooner con e senza Roxy Music, non ha mai fatto mistero di essere pigro. Quattordici anni fa, al Lancaster Hotel di Parigi, con l’album di covers Taxi nei negozi, mi confidò quanto fosse snervante comporre canzoni. E ritoccarle più e più volte, e alla fine inciderle con un gran cerchio alla testa. Aveva in progetto un disco fra pop music e sperimentazione, Horoscope, che mi giurò avrebbe quanto prima visto la luce. Ma rimase un’ipotesi. L’ennesimo sogno nel cassetto di Mr. Ferry, eterno dandy. Meglio le covers: da interpretare con voce di velluto e senza troppi scrupoli di coscienza. Facendo 2 + 2, da quando nel 1973 ha cominciato ad alternare carriera solista e attività “roxyana”, Bryan ha inciso 6 album di covers (fra cui These Foolish Things, Another Time Another Place e As Time Goes By) e almeno 3 dischi con un pugno di strategiche riletture in scaletta. Nel primo conteggio va incluso Dylanesque. Sogno, stavolta, esaudito: interpretare 11 canzoni tratte dall’oceanico repertorio di Bob Dylan.

Bryan Ferry ci ragionava su dai tempi di These Foolish Things: da quando, cioè, infilò in quell’ellepì una mirabile versione “glam” di A Hard Rain’s A-Gonna Fall. Dopodichè, nel 2002 di Frantic, si è ben cimentato con Don’t Think Twice It’s Alright e It’s All Over Now Baby Blue. Con Dylanesque, la devozione per il cantautore americano si è trasformata in affettuoso tributo. Dylan: scoperto nel ’64 ma troppo “folky” per un Ferry che all’epoca si considerava un Northern Soul boy. Apprezzato dopo la svolta elettrica. Affrontato oggi con ineffabile “nonchalance” (mettendo per una volta da parte l’abituale gigioneria), passo spedito e coretti di “copyright” rhythm & blues, in una pregevole versione di Just Like Tom Thumb’s Blues. Quindi virato in un soul appena candeggiato dal rock (The Times They Are A-Changin’), pilotato da un pop-rock a presa rapida (Simple Twist Of Fate) e giostrato con un accenno di ritmo in levare e barlumi country & western (All I Really Wanna Do). E anche quando si confronta coi cosiddetti cavalli di battaglia (Knockin’ On Heaven’s Door e All Along The Watchtower), Bryan supera la prova petto in fuori. Riservandosi vezzi da crooner con le purpuree rivisitazioni di Make You Feel My Love e Positively 4th Street. Preoccupante, se i “dylaniani” di stretta osservanza avessero qualcosa da ridire… E chi seguita a non comprendere il Dylan che da troppi anni biascica perfino i suoi pezzi più celebri fino a renderli irriconoscibili, apprezzerà l’elegante discrezione di Bryan Ferry.

www.bryanferry.com
www.roxymusic.co.uk

Foto: Julian Broad c/o Bill Charles Agency

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