Music

#allthatjazz: John Zorn e la Città Nuda

Un cadavere sull’asfalto con la faccia sbattuta contro il selciato. In primo piano, la pistola che ha appena sparato. Un titolo, Naked City (su etichetta Elektra Nonesuch), che nel 1990 lascia subito intuire la cruda, difficile realtà della cronaca nera che fa da sfondo alla proposta musicale. Fin dagli inizi è il jazz la colonna sonora ideale per un film noir, di malavita, di gangster o poliziesco. Ci sono autentici capolavori, al riguardo: Anatomy Of A Murder (Anatomia di un omicidio) a firma Duke Ellington; Les liasons dangereuses (Le relazioni pericolose) di Art Blakey; Ascenseur pour l’échafaud  (Ascensore per il patibolo) di Miles Davis, con il celeberrimo grido strozzato della sua tromba, complice un frammento di pelle del labbro.

John Zorn

È un genere musicale, questo, che John Zorn predilige e conosce a fondo.  Sassofonista, intellettuale, assai vicino alle istanze della musica sperimentale contemporanea, Zorn è un improvvisatore radicale cresciuto nell’estremizzazione dei generi. Osservatore attratto dalla follia e dalla creatività malata, con Naked City concepisce un album dalle tinte oscure, difficili, impenetrabili, ispirato a una città violenta che è la perfetta scenografia per un discorso musicale dedito alle soundtrack, alla musica evocativa. In questo suo “workshop creativo“, viene affiancato dal polistrumentista Fred Frith (già con gli Henry Cow), dal chitarrista Bill Frisell, dal tastierista Wayne Horvitz e da quel genio della percussione contemporanea che risponde al nome di Joey Baron. In alcune tracce, inoltre, compare la voce di Yamatsuka Eye.

Musicista prolifico, Zorn rileva nel 1993 l’etichetta discografica Tzadik Records per dare vita ai suoi progetti e alle sue elucubrazioni mentali degne del miglior protagonista del Pasto Nudo di William Burroughs. Il ruolo di produttore, poi, gli consente di mettere in pratica il suo punto di vista sulla musica contemporanea, evidente in questo disco che spazia dal country western al death metal, attraversando suggestioni morriconiane e il free jazz di Ornette Coleman, del quale ripropone una versione strampalata e geniale di Lonely Woman, sorta di debito genetico accanto a The Sicilian Clan (Il clan dei siciliani) di Ennio Morricone, all’Henry Mancini di A Shot In The Dark, a Chinatown di Jerry Goldsmith, al James Bond Theme di John Barry e al tema della serie tv Batman.

Composizioni brevi e brevissime, assai complicate da eseguire, riff al fulmicotone, citazioni che si infilano ovunque, quasi per gioco e per provocazione. In realtà nulla viene lasciato al caso: Naked City ripropone le strutture originarie dei brani su cui innestare le invenzioni dei solisti o le improvvisazioni di una banda iconoclasta, apparentemente avulsa dal contesto musicale che vuole esplorare, ma inserita nella logica jazzistica di una visione personale del tema e del suo svolgimento. Una banda di musicisti compatta, che entra “armi in pugno” nelle partiture per poi depredarle, manipolarle, trafugarne il tratto originario e su quest’ultimo costruire elucubrazioni che possono piacere o disturbare, ma di certo non lasciano indifferenti.

Nella foto, in senso orario: Wayne Horvitz, John Zorn, Bill Frisell, Fred Frith, Joey Baron

Evoluzione post moderna di un free ormai storicizzato, la proposta di John Zorn rimane l’ultima, autentica, reale provocazione in un ambito, il jazz, che ha difficoltà nel riconoscersi come musica di rottura, critica, denuncia. Zorn è bravissimo a recuperare la caratteristica primigènia di far pensare e di scuotere le coscienze, tipica della musica afroamericana. Non un sottofondo piacevole e gradevole, ma un tarlo nel cervello che va a erodere le granitiche certezze sulle quali tentiamo di aggrapparci per non farci sopraffare dal dubbio, dall’ignoto, dal non conosciuto.

Se Joey Baron costruisce trame ritmiche che nessun altro batterista al mondo è in grado di proporre; e ha il grande merito di saper essere al contempo delicato, elegante e di passare dalle atmosfere post evansiane al free più radicale senza perdere un’oncia della sua straripante personalità, Bill Frisell rivela quella straordinaria capacità di sentirsi a proprio agio in ogni contesto, transitando con disinvoltura dal bluegrass al country, fino alla musica contemporanea e alla libera improvvisazione, mantenendo sullo strumento una voce personale, difficile da imitare.

© Stuart Nicholson

La musica di Zorn è sempre tesa in avanti anche quando si volge all’indietro, alla riscoperta di generi come il noir e il poliziesco che oggi forse dimentichiamo ma che ci hanno lasciato opere di assoluto valore. Le atmosfere sono in continua evoluzione e non c’è uno stile predominante. La perizia strumentale dei musicisti coinvolti consente di passare da un death metal degno delle peggiori band del genere a un clima free jazz che può apparirci mainstream, ma che conserva intatta quella forza corrosiva che aveva quando apparve sulle scene.

Oltre a essere un disco tutt’altro che facile che richiede ripetuti ascolti per poterne comprendere le sfumature più nascoste, Naked City ha il merito di condurci verso ogni possibile espressione di jazz futuribile. Un jazz che non deve necessariamente tendere alla cacofonìa o all’esasperata melodicità, bensì mantenere la caratteristica fondamentale della ricerca, attenta e profonda, del patrimonio musicale contemporaneo.

«Abbattiamo le categorizzazioni!», ci esorta John Zorn. La musica da ballo non è meno importante della musica sacra, della musica da camera, della musica sinfonica. Come sostiene il compositore, sassofonista e flautista americano Henry Threadgill, «Purtroppo esiste la brutta musica. Ed è quella che mai e poi mai dobbiamo creare ed eseguire. Eppure è anch’essa istruttiva, poichè ci insegna tutto ciò che dobbiamo evitare. Quindi, ha la sua importanza».

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