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#allthatjazz: John Abercrombie, gentiluomo elettrico

21 giugno 1974, Generation Sound Studios, New York. John Abercrombie (1944-2017) sta entrando in sala per registrare il suo 1° album da leader dopo una lunga gavetta e un assiduo lavoro di sideman che lo ha visto collaborare con nomi quali Billy Cobham, Gil Evans, Gato Barbieri e David Liebman. Manfred Eicher, il patron della neonata etichetta discografica che caratterizzerà il jazz degli anni successivi, la tedesca ECM, ha messo sotto contratto e crede ciecamente in questo chitarrista discreto, elegante, còlto, speciale.

All’ingresso Abercrombie incontra i suoi compagni d’avventura, il batterista Jack De Johnette e il tastierista Jan Hammer. Il loro abbraccio la dice già lunga sull’atmosfera e il feeling che c’è fra i 3 musicisti. John è reduce da anni accanto a Billy Cobham, da un jazz rock pirotecnico basato sulla maestrìa percussiva del leader ma arricchito dai preziosismi dei suoi prestigiosi collaboratori: Michael Brecker (sax), Randy Brecker (tromba), Glenn Ferris (trombone), Milcho Leviev (tastiere) e Alex Blake (basso). Abbandonare una formazione di successo e un lavoro ben retribuito per avventurarsi su un terreno impervio quale è la carriera solista, è un atto di grande coraggio… Ma la storia darà ampiamente ragione ad Abercrombie, gratificandolo con riconoscimenti da ogni angolo del mondo.

John Abercrombie

Parlare di un artista come lui pensando anzitutto alla mole della sua discografia e alla varietà dei gruppi diretti (su rapporti umani ben consolidati) non è cosa facile. John è fra i massimi esponenti di quella estetica ECM (che molti, stupidamente, osteggiano a priori solo per mancanza di valide argomentazioni) oggi rivalutata per riaffermarne l’indiscusso valore artistico. A completare il quadro va però anche sottolineato che Abercrombie è stato un grande dimenticato, perfettamente conscio di aver avuto meno possibilità di altri jazzisti (anche se di ciò non se ne è mai crucciato, anzi ha reagito con sagacia e ironia) pur sapendo di essere un caposcuola, il titolare indiscusso di una cifra autoriale capace di porsi nel solco della tradizione ma anche di aprire nuove possibilità all’universo sonoro delle sei corde. Da John Scofield a Pat Metheny, da Wolfgang Muthspiel a Kurt Rosenwinkel, da Nir Felder a Julian Lage, tutti gli attuali protagonisti delle sei corde devono qualcosa a lui.

Ma veniamo a Timeless (ECM), album d’importanza storica per vari motivi: definisce un suono e un’estetica che poi diverrà “scuola“, avvalendosi di composizioni ricercate in cui l’improvvisazione ha lo stesso valore della pagina scritta. Se proprio vogliamo cercare il “pelo nell’uovo“, un appunto che si può muovere a questo Lp è di non aver saputo sostenere nel proprio sviluppo un arco narrativo in grado di mantenersi a un livello costante. Ricordiamo che Abercrombie nasce già chitarrista elettrico, al contrario di molti suoi colleghi che dallo strumento acustico sono transitati all’elettrico. Come viene raccontato nel Dvd Open Land, da ragazzo conosce un vicino di casa che suona la sua chitarra elettrica sul porticato. John si innamora di quegli effetti e inizia il suo cammino nel mondo della musica jazz.

Accanto a sè, per l’esordio, vuole Jack De Johnette alla batteria. I 2 hanno in comune non solo l’amicizia e la frequentazione, ma possono contare su una reciproca visione del progetto musicale e condividere la medesima ricerca sul suono. Nessun altro batterista, in buona sostanza, potrebbe essere più indicato a sedersi dietro tamburi e piatti per sostenere Abercrombie nel suo debutto. Alle tastiere, invece, troviamo il cecoslovacco Jan Hammer, fra i massimi esponenti di quella stagione straordinaria che fu il jazzrock; caposcuola nell’utilizzo del Moog, il piccolo sintetizzatore che tanto ha cambiato il corso della musica dagli anni 70 in poi; maestro di quel piano elettrico Rhodes, che lui stesso ha contribuito a portare alla ribalta. I 3 danno vita a un disco che fin dal primo brano, Lungs (a firma Hammer) offre spunti di riflessione e stimola l’ascolto ripetuto dando l’opportunità di scovare a ogni nota una gemma nascosta. La mancanza di un basso, il cui ruolo viene affidato ai pedali dell’organo di Jan, consente infine ad Abercrombie di lanciarsi in cavalcate chitarristiche che mai sono fini a se stesse, anzi: sono parte integrante di un discorso unitario.

Jack De Johnette

Timeless consta di composizioni spesso assai diverse fra loro: alcune improntate all’elettricità lisergica, a tratti nevrotica e ipnotica, in cui emergono le doti di interpreti dei 3 strumentisti, magnifici sia in fase solista che inseriti in un omogeneo lavoro di squadra. Il Trio, la dimensione raccolta, consentono ad Abercrombie di esprimere appieno la propria vocazione al lirismo espressivo, dimensione ideale per esaltare una musica dall’afflato cameristico. Il brano che dà il titolo all’album, poi, conferma una piena maturità che si sviluppa in una logica di gruppo e in una chiave più propriamente jazzistica, densa com’è di sfumature, di pennellate dense e di colori rilucenti che ritroveremo sempre nel corso della sua lunga carriera in una musica fluida, multiforme, ariosa e al contempo raccolta e intimista. L’onestà intellettuale, inoltre, gli consentirà nuove aperture di senso verso una musica sì piena di stilemi rock, ma cesellati ad arte all’interno di una rivisitazione del linguaggio jazzistico tanto necessaria, quanto inevitabile.

Dopo Timeless nulla sarà più simile al passato. La confluenza di 2 concezioni musicali, una impregnata di melodia e l’altra più energica e robusta; la convivenza fra tradizione e innovazione, saranno il tratto distintivo di una ricerca durata tutta la vita che ha condotto a svariati capolavori che recano la firma autorevole di John Abercrombie. A ciò va aggiunto e sottolineato l’aspetto “suono“. Pur nascendo come chitarrista elettrico, egli seppe reinventarsi un suono quasi acustico, chiaro, limpido che in seguito, specie in duo con l’amico di sempre Ralph Towner (sua unica e ammessa in più interviste influenza riconosciuta), riuscirà a trasporre anche sullo strumento acustico, completando così la propria parabola evolutiva.

Abercrombie ha sempre goduto di profonda ammirazione da parte dei colleghi musicisti. Non è un caso che Jack De Johnette, Kenny Wheeler, Vince Mendoza, Charles Lloyd, Jan Garbarek o John Surman abbiano fatto ricorso alla sua sonorità e al suo inconfondibile stile per impreziosire le loro composizioni. Impossibile pensare ai New Directions di De Johnette senza pensare a quella chitarra; o a Music For Small And Large Ensembles di Kenny Wheeler senza ricordare il suono inconfondibile che si fonde mirabilmente al contrabbasso di Dave Holland.

Jan Hammer

Musicista dalla reputazione gigantesca (indipendemente dal reale successo di pubblico), John Abercrombie si è sempre dimostrato compositore raffinato e solista straordinario, oltre che meraviglioso essere umano dotato di una grazia, una gentilezza, una dolcezza esemplari. A questo proposito, il grande sassofonista inglese John Surman, suo amico da sempre, lo soprannominò “John Applecrumble” (storpiando la pronuncia del suo cognome d’origine scozzese), ovvero “John Torta di Mele” per esprimere la sua dolcezza d’animo.

Ponte ideale fra un certo rock còlto e intellettuale e la grande tradizione della chitarra jazz, capace di flussi d’energia pura e momenti di lirismo ispirato e impressionistico, John Abercrombie si è rivelato un vero gentiluomo elettrico.

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