Letture

Il Circo delle Meraviglie di John Legba

Le ombre dei palazzi si allungarono minacciose, chiudendosi sulla via che fu fagocitata da un’oscurità sinistra e spettrale; soltanto il bagliore di qualche lampione tristemente disseminato nella nebbia riusciva a penetrare il velo impalpabile che si pose dinnanzi agli occhi di Daniel Evans. Egli si sentiva come una nave alla deriva, il cui unico punto di riferimento è un faro che arranca la sua fiamma nell’oblio di una notte senza stelle. L’uomo continuò a camminare trafelato. La sua lucida tuba pendeva da un lato del capo; incerta, come se dovesse precipitare a terra con il prossimo passo. Aveva la fronte madida di sudore, nonostante il freddo invernale fosse già al culmine quell’anno. Mancavano una manciata di giorni a Natale e nel West End, durante le ore diurne, si respirava un pigro clima festoso: un vero e proprio fiume di persone che venivano attirate dalle vetrine dei negozi addobbate da colori e insegne sgargianti; ma di sera tutto cambiava e quello che in principio era il caos, diveniva quiete e silenzio, come se esistesse una sorta di coprifuoco non dichiarato che entrava in vigore con l’imbrunire. Le persone, al calar del sole, si ritiravano nelle loro case, al tepore del focolare domestico e di tavole apparecchiate per la cena.

Daniel frugò ancora una volta sotto al suo cappotto e dal panciotto estrasse l’orologio che confermò, per l’ennesima volta, il suo spaventoso ritardo di quasi settanta minuti. Le ginocchia dolevano per il passo sostenuto, mentre gli scarponcini affondavano nel croccante ed immacolato nevischio. Dietro di lui, le sue stesse orme formavano un rettilineo di macchie scure la cui origine si perdeva dietro l’angolo, proprio accanto alla bottega chiusa di James Smith, il famoso venditore di ombrelli e bastoni da passeggio. Gli vennero in mente un sacco di ragioni, per le quali non avrebbe dovuto assolutamente trovarsi fuori a quell’ora così tarda, ma mancava così poco alla sua meta che decise di ignorare del tutto quei suoni funesti che la solitudine di un ambiente desolato amplifica nella mente, attribuendogli le conturbanti forme di un pericolo imminente e presenze in agguato. Sbuffò d’un tratto e, nonostante tutto, costrinse sé stesso a procedere.

Sì, Daniel Evans aveva proprio l’aria di chi ha una gran fretta e l’espressione tirata, tipica di qualcuno che di lì a poco ne inventerà delle belle per giustificarla.

Superò il parco e poco più tardi giunse allo svincolo del quartiere residenziale. La sua destinazione lo attendeva: una deliziosa casa a due piani, di una tenue sfumatura di grigio platino e il tetto a punta, contornata da una cancellata modesta, chiusa su un piccolo giardino d’ingresso. Dal camino usciva una lingua di fumo bianco che si apriva al cielo, sparpagliandosi come una macchia evanescente. Subito sentì crescergli nel petto una forte sensazione di vittoria.

Giunto alla porta, osservò per qualche istante la cordicella del campanello, cercando di ripetere a sé stesso, per un’ultima volta, quel discorso che per tutto il pomeriggio aveva preparato per sua moglie; quasi come fosse il monologo principale di un’opera teatrale. Era così che si sentiva: un commediante malinconico e mendace. Non era la prima volta che accadeva: Daniel non era un uomo fedele. Non era stato sempre così, s’intende, ma come per alcuni dei vizi peggiori, gli bastò cedere alla tentazione una prima volta per cadere nella stessa abitudine peccaminosa di cui si macchia un tabagista incallito.

Era un uomo sulla quarantina, di bell’aspetto, dal fisico prestante; occhi scuri e profondi, gli zigomi scolpiti e un paio di baffi importanti e pettinati con cura. Vestiva sempre molto elegante, dato che, per lavorare in banca, era richiesta una certa presenza; specie se si aveva a che fare, come nel suo caso, con i clienti più facoltosi.

Amava sua moglie Brenda. Anche ora che sentiva il bisogno di una compagnia extra coniugale, ne era certo: non dipendeva da lei. Brenda era sempre stata amorevole nei suoi confronti e non era affatto una di quelle donne inclini all’incuria del proprio aspetto. Era piuttosto una donna graziosa, di sette anni più giovane di lui, che aveva mantenuto la stessa bellezza di quando l’aveva conosciuta dodici anni prima.

Se c’era qualcosa di storto nel loro rapporto, dipendeva senz’altro da lui. Era passato molto tempo dal loro primo incontro, ma Daniel lo ricordava come fosse accaduto soltanto il giorno prima. A quell’epoca, nel 1856, lui era appena stato assunto come addetto allo sportello contabile presso la Barclays Bank: un giovane uomo attento al futuro e pronto a cogliere gli insegnamenti dei suoi superiori con umile attenzione. Brenda, invece, lavorava come sarta nella bottega di famiglia specializzata nel confezionamento di abiti da sposa di gran classe, adatti alle tasche dei più danarosi benestanti della city. Si erano incontrati per caso, durante una passeggiata ad Hyde Park, in un giorno caldo di maggio. Le rispettive famiglie avevano dato il loro consenso quando i due innamorati avevano deciso di frequentarsi e nel giro di un anno lui le aveva fatto la proposta: in grande stile, con un anello costatogli quasi un’intera paga mensile. Poco dopo, avevano comprato quella casa ed era nato loro figlio Mathew che ora aveva undici anni.

Già, Mathew…” pensò, rabbuiandosi. Non bastava il senso di colpa che nutriva nei confronti di sua moglie; ad attenderlo al varco di ognuna delle sue notti insonni, c’era anche il pensiero del loro unico figlio… Mathew non meritava un padre come lui.

Daniel era molte cose, ma non un ipocrita. Non aveva mai pensato, nemmeno una volta, di essere nel giusto. Sapeva di sbagliare, ne era consapevole; soltanto che, semplicemente, non ne poteva fare a meno. Si sentiva consumato da una vita che, d’un tratto, lo aveva cambiato nell’essere meschino che ogni mattina lo scrutava dallo specchio. Si piaceva? No di certo: piuttosto si odiava profondamente per quello che faceva.

La campanella tintinnò al suo tocco e la porta di casa fu aperta da una delle loro due domestiche.

“Mr. Evans, bentornato” disse la donna, aprendosi in un impercettibile inchino.

Prima di entrare, Daniel ripulì la suola delle scarpe dalla neve, strusciandola sull’apposito ferro incastonato nel muro esterno. Si spoglio lentamente, quasi come se volesse prendere altro tempo, prima di consegnare pastrano e cappello alla governante.

Brenda lo attendeva nell’orangerie[1], con lo sguardo perso fuori a contemplare le piccole geometrie di ghiaccio rappreso, formatesi sul vetro, simili alle fantasie di un caleidoscopio.

“Bentornato caro”, disse la donna, voltandosi nella sua direzione con un sorriso. “Ti prego di scusarmi, ma io e Mathew abbiamo già cenato. Chiedo subito ad Isabella di scaldarti la cena. Sarai affamato…”, aggiunse.

Era meraviglioso il modo in cui lei riusciva sempre a spiazzarlo: mai una lamentela, mai un rimprovero, eppure Daniel passava ore a studiare quelle bugie a fin di bene che lo avrebbero salvato da ogni circostanza.

“Mi dispiace molto cara, ma sono stato trattenuto in ufficio. Il cocchiere della carrozza mi ha lasciato a tre isolati da qui, per via della neve, e ho dovuto percorrere l’ultimo pezzo di strada a piedi… Ho fatto prima che ho potuto.” Una bella scusa davvero, pensò poco dopo averla usata, compiacendosi con sé stesso per essersi messo in salvo così elegantemente. L’euforia lo pervase, mista al rammarico. Se soltanto Brenda avesse saputo della sua doppiezza, ne sarebbe certamente morta. Lei… una donna così pudica, timorata di Dio, dedita alla famiglia, non avrebbe mai accettato o perdonato le sue scappatelle.

Quando ebbe finito di cenare, prima di ritirarsi nel salotto per un ultimo bicchiere di Brandy, raggiunse la camera di Mathew al secondo piano. Qualcosa dentro di lui lo spingeva sempre lì nelle serate come quella, poco prima di coricarsi. Si inginocchiava vicino al letto e sfiorava la fronte del figlioletto con le labbra, in un gesto quasi meccanico ma carico di sentite scuse.

Fissava il vuoto per qualche istante e chiudeva gli occhi. Pregava affinché nulla mai turbasse quella quiete. Pregava affinché i suoi cari si mantenessero sempre in salute. Pregava affinché la sua doppia vita non fosse mai scoperta.

Poi, il suo sguardo cadde sul comodino a scrutare qualcosa che gli parve, sul momento, come la soluzione perfetta per farsi perdonare di tutte le assenze e bugie. Mathew aveva conservato tre biglietti per il circo e il giorno seguente avrebbe certamente insistito con suo padre per andarci.

“Tesoro, ho visto i biglietti per il circo in camera di Mathew…”, disse alla moglie che lo attendeva nella camera da letto.

“Oh, dimenticavo caro, questa mattina sono stata alla fiera di quartiere con lui e mi ha pregato tanto di comprare un biglietto della lotteria: una di quelle per bambini, dove si vincono pattini e giocattoli; ma pare che abbiamo vinto l’ingresso per tutta la famiglia al circo, per lo spettacolo che si terrà tra un paio di giorni nella city… Mathew vorrebbe tanto andarci, se tu sei d’accordo”, disse la donna avvicinandosi a lui, baciandolo sulle labbra, per poi consegnargli la locandina pubblicitaria che le era stata fornita con i biglietti. Daniel ricambiò il suo bacio con tenerezza e subito dopo si concentrò su quel pezzo di carta che citava: Direttamente da Boston e solo per un’unica, grande serata a Londra, il Circo delle Meraviglie

L’uomo strabuzzò gli occhi senza riuscire più a leggere il resto. “Brenda, hai letto bene cosa dice il manifesto? Si tratta di un Freak Show… Non sono sicuro che sia adatto a Mathew…”

“Certamente caro, è la prima cosa a cui ho pensato quando ho saputo; ma ho chiesto agli organizzatori della fiera e mi hanno assicurato che si tratta di uno spettacolo innocuo e sorprendente, dove i bambini si divertiranno un mondo. Inoltre, Mathew non sarà l’unico della sua età ad essere presente…”.

Daniel sorrise con riluttanza, ma con la testa fece un segno d’assenso. Nessuno poteva immaginare quanto già si sentisse in difetto con entrambi per i mille motivi che soltanto lui conosceva; e negargli quello svago, anche se un po’ inusuale a suo avviso, gli sarebbe costato un altro lembo della sua cenciosa coscienza.

In effetti sua moglie e suo figlio, pensò, avrebbero potuto ottenere qualunque cosa da lui, se soltanto fossero stati consapevoli di questo potere e del suo senso di colpa. In quello stesso istante ringraziò il cielo che ne fossero all’oscuro. Cosa ne sarebbe stato di lui altrimenti? No, Brenda non ne sarebbe mai stata capace. Il ricatto morale era così distante dalla sua natura che quel pensiero morì sul nascere, pur spingendolo ad una brevissima riflessione oscura che durò quanto un battito di ciglia.

Nei giorni che seguirono Daniel rimase a casa e si dedicò completamente alla famiglia.

Giunsero al circo nel pomeriggio, in un clima di gran festa. Nell’aria si sentiva odore di mele caramellate e cannella, mentre la banda intonava le carole, ad un giorno dalla vigilia. C’erano persone di ogni tipo e di tutte le età che sfilavano all’ingresso, in file compatte. I bambini guardavano i cartelloni della donna barbuta e bisbigliavano tra di loro divertiti. Mathew era ammirato da tanta maestosità, al cospetto dell’immenso tendone color cremisi che riempiva tutta l’area che gli era stata assegnata fin quasi ad uscirne, come un sandwich troppo farcito.

“Padre, la locandina dice che ci saranno anche gli animali…”, osservò il bambino entusiasta.

“Certamente tesoro. Credo ci siano anche i cavalli, che ti piacciono tanto”, rispose Daniel amorevole, elargendo un’affettuosa carezza sulla nuca del piccolo. Brenda prese sottobraccio il marito e il terzetto si incamminò verso l’ingresso, dove mostrò i biglietti vinti ad un uomo dalla statura minuta e i tratti somatici di un bambino precocemente sviluppatosi in qualcosa di simile ad un adulto.

“Miei cari signori, benvenuti al Circo delle Meraviglie di John Legba! Prego, accomodatevi…”, li accolse quest’ultimo con una voce stridula e molto acuta, tanto da sembrare innaturale.

“Quello era un nano, vero? Non ne avevo mai visto uno dal vivo… sembra simpatico”, asserì Mathew con un sorriso. Per la verità sembrava essere l’unico a sentirsi pienamente a suo agio in quel contesto, in quanto i suoi genitori parevano invece turbati da quel primo incontro con uno dei tanto chiacchierati freak dello spettacolo. Ci fu un momento in cui, entrambi, probabilmente all’unisono, si sentirono fuori luogo e desiderosi di andarsene. Lo capirono da un semplice sguardo reciproco. Ma fu una sensazione passeggera, perché si accomodarono ai posti loro riservati senza mai parlarne; proprio nelle prime file, dove attesero che gli spalti, disposti come in un’arena d’altri tempi, si riempissero fino alla cima.

Ci fu un rullo di tamburi e dal centro della pista circolare, cui tutti erano rivolti, comparve del fumo grigiastro che impregnò l’aria di un intenso odore sulfureo.

“Benvenuti, Signore e Signori. Benvenuti al grande Circo delle Meraviglie di John Legba… che poi sarei io…”, disse una voce dal tono possente, scandendo bene ogni singola parola in modo da farsi udire da ogni orecchio. Calò il silenzio e un uomo si fece avanti. Indossava una marsina[2] rossa che terminava con le classiche code di rondine, un panciotto grigio scuro da cui pendeva una catenella dorata; una camicia bianca dal colletto alto e pantaloni a scacchi in tinta, con stivali da cavallerizzo, tutti lustri e lucidati di fino. Aveva un viso allungato, incorniciato da una barbetta molto curata e mefistofelica; un curioso taglio di capelli incanutiti, simile ad una corona di alloro fatta di stoppa, in modo da finire con una curiosa punta sui lati ad evidenziare una lucida pelata nel mezzo del cranio. Tra le mani, su cui ogni dito spiccava un gioiello, stringeva un cilindro logoro.

“… Qui vedrete creature d’ogni sorta e fattezza, come mai in vita vostra; dotate dei più disparati talenti… o stranezze, che se ne dica…”. Il pubblicò iniziò a ridacchiare, rapito dal fare di quell’uomo che sembrava possedere un talento innato nell’imbonire le folle con gesti teatrali.

“Ma non temete: di ciò che vedrete, nulla potrà arrecarvi danno. Sedetevi comodi, quindi, e godetevi lo spettacolo…”. Ci fu un fragoroso applauso a cui si unirono anche Daniel e Brenda, dimentichi del disagio provato poco prima.

Per prima entrò in scena la donna barbuta, che certo non aveva bisogno di ulteriori introduzioni. I bambini ne furono rapiti e così tutti i presenti. Poi fu la volta di un gruppo di nani a cavallo, che nulla avevano da invidiare ai più abili cavallerizzi inglesi. Gli applausi nascevano dagli spalti con ondate assordanti. I presenti si schiaffeggiavano le mani con foga e sguardi sempre più attenti, cercando di indovinare quale fosse il prossimo numero o la prossima attrazione. Arrivarono due gemelli siamesi, uniti tra di loro per la testa, che recitarono una buffa filastrocca; e per la prima volta Daniel si estraniò dalla scena, cercando di osservare con occhi nuovi quello che stava realmente accadendo. Si sentiva come se in quello stesso istante fosse l’unico che potesse vedere una realtà distante da ciò che percepivano tutti gli altri: profondamente grottesca e di cattivo gusto. In lui riaffiorò quella sensazione di forte disagio che poco prima, all’ingresso del circo, l’aveva colto alla sprovvista. Posò lo sguardo sulla moglie e ciò che vide lo gettò nell’inquietudine più profonda: gli occhi della donna non gioivano più per lo stupore; al suo posto vi trovò un’espressione al limite del sadico, chiusa in una smorfia di volgare scherno. La stessa espressione che albergava nello sguardo dei bambini della terza fila e nelle persone alla sua destra. Quella smorfia era sul volto di tutti, come fosse una malattia contagiosa in grado di infettare non il corpo, ma l’animo umano. Tutto ciò era sbagliato… Profondamente sbagliato. Sua moglie e suo figlio facevano parte di quello scempio e anche lui ne fu partecipe. Stavano veramente assistendo ad una fiera della carne, fatta di malformazioni e disagi, per sbellicarsi dalle risate? C’era qualcuno che veramente aveva pagato il biglietto per quella cosa che chiamavano circo?

Sul palco dell’indecenza salì poi un mago. Non un’attrazione come le altre, ma un semplice mago di mezza età.

Daniel era ancora perso nei suoi pensieri, quando la voce ovattata e distante di sua moglie lo raggiunse come fosse filtrata attraverso un cuscino.

“Sta chiamando te caro…”, sussurrò al suo orecchio.

L’uomo si riebbe. Con lo sguardo inebetito fissò attentamente il dito guantato del mago che puntava nella sua direzione e lo incitava ad alzarsi.

“Vai padre, ti prego!”, lo esortò Mathew con quel sorriso a cui non poteva resistere. Quanto avrebbe voluto scomparire e gridare a tutti il suo disgusto! Quanto avrebbe voluto alzarsi e uscire, strappando i suoi cari da quel posto malvagio!

“Farò questa cosa e poi ce ne andremo…” sentenziò, mettendo al corrente la moglie della sua decisione con tono autoritario, prima di eseguire la richiesta di malavoglia.

“Ditemi: come vi chiamate?”.

“Daniel Evans”.

“Un applauso di incoraggiamento per Mr. Daniel Evans, Signore e Signori, che quest’oggi mi aiuterà ad eseguire un difficile esperimento di sparizione corporea…”.

La folla emise l’ennesimo mugolìo incredulo; ma Daniel sembrava completamente uscito da quel gioco ipnotico e nulla gli si poteva dire per suscitare ancora in lui il minimo stupore. Aveva il volto tirato e un’espressione indispettita; ancora poco e sarebbe esploso, lo sentiva.

Entrò in scena una cassa e gli fu chiesto di sdraiarsi al suo interno. Obbedì senza proferir parola, forte del fatto che quella buffonata si sarebbe conclusa in una manciata di minuti; sarebbe tornato a casa, sulla sua poltrona preferita, e avrebbe finalmente dimenticato quel maledetto posto. Un sorso del Brandy, la sua pipa e tutto sarebbe tornato alla normalità.

La cassa fu chiusa sopra la sua testa. Avvertì il rumore dei lucchetti che scattarono e poi il vuoto lo risucchiò in una caduta che sembrò interminabile. Gli mancò il fiato e il cuore gli finì letteralmente al centro dello stomaco. Con un colpo violento, le sue natiche urtarono un vecchio materasso che emise un suono sordo.

“Ne ho abbastanza!”, urlò fuori di sé, cercando di alzarsi da quella scomoda e ridicola posizione. “Me ne vado! Basta sciocchezze…”.

“Benvenuto Mr. Evans”, lo interruppe una voce che all’inizio non riconobbe. Ora che ci faceva caso, si trovava in un posto strano: una sorta di piccolo studio dall’aria angusta, con luci tenui e sottili, che a malapena bastavano per non inciampare.

“Siete appena arrivato e già volete andare via? … Lo spettacolo non si è ancora concluso …”. La voce, che ora riconobbe come quella del proprietario del circo, arrivò da un piccolo scrittoio posto in fondo alla stanza. John Legba si voltò con un sorriso amabile e si alzò per andargli incontro con la mano tesa, in un gesto d’aiuto; ma Daniel la rifiutò senza pensarci due volte, issandosi sulle proprie gambe, da solo.

“Mr. Legba, vorrebbe gentilmente mostrarmi l’uscita?”, chiese con tutta la cordialità di cui fu capace in quel momento, cercando di ritrovare la compostezza che si addice ad un banchiere di buona famiglia. L’uomo sorrise ancora, raccolse una lampada ad olio da un pensile e intensificò la luce. Daniel ebbe un tremito che lo raggiunse fin dentro le viscere. Lo studio era colmo di strani scaffali, su cui erano poggiati vasi di vetro il cui contenuto galleggiava in un liquido putrescente che ingrandiva, come per effetto di una lente, qualcosa di viscido, malato e in procinto di decomporsi. Vide serpenti dalle squame nere, scorpioni di ogni grandezza, teste di anfibi deformi e ragni grossi quanto il pugno di un uomo. John Legba rise sonoramente, questa volta, quasi a schernire quella sua spontanea reazione disgustata.

Daniel aveva sentito parlare di posti come quello sui giornali scandalistici, talvolta. Conosceva, ad esempio, la storia di un certo Phineas Barnum che qualche anno prima aveva presentato al mondo una creatura di sua invenzione, conosciuta con il nome di Sirena delle Fiji; ma nonostante lo scalpore suscitato da quella mummia artefatta, per metà scimmia e per metà pesce, sapeva per certo che si trattava di una fandonia creata da un ciarlatano per fare soldi; ma quel luogo tutto sembrava fuorché una finzione. C’erano strane bambole di paglia appese alle pareti, puntellate al muro con dei grandi spilli. Giurò a sé stesso di aver visto le dita di una mano fuoriuscire dal coperchio di una cesta in vimini. E poi quell’odore nauseabondo di zolfo, che gli si depositò in gola graffiando e infiammando.

“Mr. Evans, temo che una presentazione più accurata e una spiegazione siano doverose a questo punto, non crede?”.

John Legba si avvicinò ancora a lui: una figura alta, la cui magrezza aveva qualcosa di inquietante.

Daniel ancora non capiva perché quell’uomo si ostinasse a non volergli mostrare la via di uscita. E così espose ancora le sue ragioni, questa volta più energicamente.

“Mr. Legba, le chiedo gentilmente di mostrarmi l’uscita!”.

“Del resto abbiamo fatto molta strada per incontrarla… questo Circo è venuto fin qui per lei…”.

“Io… io non capisco… cosa vuole da me?”.

“Io nulla, Mr. Evans. Ma sua moglie ha richiesto i miei servigi affinché lei impari una lezione molto importante. Non si preoccupi Mr. Evans, è già stato tutto pagato. Mi creda, non è facile ottenere la mia attenzione. Il biglietto speciale che aveva con sé all’ingresso… è molto raro ottenerlo. Si tratta di un privilegio che concedo a pochi, in effetti; ma la storia che mi è stata raccontata da sua moglie mi ha toccato particolarmente e quindi ho deciso di esaudire la sua richiesta…”, disse John Legba senza mai perdere quel grottesco ghigno dalla faccia.

“Cosa diavolo farneticate?! Mostratemi l’uscita o chiamerò la polizia!”, sbraitò Daniel con tutta la forza che aveva nei polmoni. Legba si avvicinò ancora, passo dopo passo, con tutta calma, fischiettando una melodia ossessiva, con quel suo sorriso sempre più ampio, sempre più malvagio.

“… Temo che sentirà un po’ di bruciore ora, Mr. Evans”, disse infine mostrando a Daniel un’affilata lama di rasoio.

Quanto può essere forte il sentimento che si chiama gelosia? Quanto può essere subdolo il dolore di una vita di ingiustizie che sfocia, infine, nella vendetta incontrollata? Lo sapeva bene Brenda, che per molti anni aveva finto di non sapere della vita segreta di suo marito. Centinaia di volte aveva recitato la parte di colei che non capisce; semplicemente girando lo sguardo altrove, mentre Daniel passava dalle cosce di una donnaccia all’altra, calpestando i suoi sentimenti e riducendoli ad una poltiglia sanguinante. Aveva sentito di quest’uomo che tutti i problemi risolveva con un tocco di magia, così le aveva detto quel tale, canticchiando una filastrocca. Certo era costato molti soldi, ma della casa non aveva più bisogno ora che si sarebbe trasferita con Mathew dai suoi genitori. Sua madre sarebbe stata contenta di vederli arrivare, ne era sicura. Le avrebbe detto che Daniel era partito per un viaggio d’affari, per l’America forse, o Haiti, il luogo da dove veniva quel Legba, se quello era il suo vero nome… E poi avrebbe inventato qualche altra storia, quando ce ne sarebbe stato bisogno, prendendosi tutto il tempo. Ma ora forse si stava pentendo di aver condannato un essere umano a quella fine disgraziata che gli era stata descritta come la giusta punizione pensata per lui. Le lacrime le caddero calde sul viso. Prese per mano il piccolo Mathew che già si domandava dove fosse finito suo padre e lo condusse da basso, per poi uscire dal tendone del circo da una porta secondaria. Lo cercò per una buona ora, ma di lui non vi era traccia. Gli addetti ai lavori sembravano troppo impegnati per darle retta; e mentre madre e figlio camminavano sconsolati nel corridoio di sassi e polvere che le gabbie degli animali formavano nel cortile posteriore, tra i caravan del circo, una piccola scimmia cappuccina dal pelo bruciacchiato, castrata da poco, li osservò sfilare con sguardo languido e acquoso, emettendo un lamento acuto simile ad uno strillo disperato e probabilmente colmo di significato. Ma, ahimè, del tutto incomprensibile all’orecchio degli uomini.

[1] Giardino d’inverno tipicamente annesso alle ville inglesi dell’epoca Vittoriana.

[2] Detto anche Frac, è un abito da cerimonia maschile, molto formale.

 

 

 

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