Letture

Pietro Verri, A mia figlia

Nelle scuole si studia il suo amico/nemico Giuseppe Parini (1729-1799) ma non lui, Pietro Verri (1728-1797). Se non vagamente, a corollario del Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria (1738-1794). Le persone acculturate sanno che fu lui il motore dell’Illuminismo lombardo, ma la sua ampia varietà di studi – dal Diritto, alla Storia, all’Economia Politica – è ormai esclusiva materia di qualche corso universitario, anche se molti sono tuttora reperibili.

Ci sono tuttavia 2 testi del Nostro che meritano una diffusa conoscenza: Il 1° di cui vi sto per parlare, intitolato A mia figlia, è facilmente reperibile edito da Sellerio; il 2°, Diario militare che tratterò prossimamente, non viene ristampato da decenni e può essere recuperato solo in edizione vintage.

A mia figlia è una sorta di manuale di istruzioni rivolto alla giovinetta Teresa, che Verri scrive allo scopo di indirizzarla a una vita felice supponendo di non poterlo fare direttamente avendola avuta in età piuttosto avanzata. Le insegna perciò a sapersi ben comportare in società; a come vestirsi, ma senza farsi schiavizzare dalle mode; a prestare attenzione agli uomini, ma senza essere scontrosa; a trovare un buon marito. Stiamo parlando di una signorina del 18° secolo; e molto di ciò che il buon padre le insegna, oggi potrebbe apparire fuoriluogo. Ma a parer mio, alcuni aspetti non sono da sottovalutare. Innanzitutto le ricorda di essere nata privilegiata: ma siccome in questa nascita non c’è un merito, le raccomanda di ricordarsi sempre dei poveri e di non scordarsi mai di appartenere a un rango sociale superiore; e mai, allo stesso modo, umiliare o insuperbire chi è inferiore.

Questo atteggiamento si collega anche al comportamento sociale: Verri rammenta a Teresa che chi ha tante virtù non dovrebbe farle pesare agli altri. Per esempio, è un consiglio di notevole finezza non parlare in società di argomenti che possano mettere a disagio gli interlocutori: o perché non ne sono a sufficiente conoscenza, o perché non sono di buon gusto. Soprattutto (ed è un consiglio molto utile anche adesso) non bisogna mostrare completamente quella che è la propria cultura, ma sapersi fermare sempre un po’ prima in modo tale che rimanga, in colui che ascolta, la curiosità di saperne di più; o per lasciare l’idea che si conosca più di quanto non si è fatto vedere.

Ma l’illuminista milanese è assai particolareggiato quando si addentra nel campo dell’amore: un campo dove, afferma, ha fatto parecchia esperienza. Le dice una cosa che ora appare incomprensibile: “Cara figliola, scegliete di chi innamorarvi”. Un’affermazione del genere stride totalmente con l’idea che noi abbiamo dell’amore romantico, ma non va sottovalutata. L’uomo contemporaneo pensa che tutto inizi dall’attrazione sentimentale nei confronti di una persona; e che poi, da lì, si vada a costruire una vita a 2. Ma probabilmente Verri intuisce che l’attrazione sentimentale rischia di svanire una volta che si entra nel ritmo della convivenza; perciò è meglio osservare con mente serena – e non condizionata dal sentimento – la persona che si è scelta per la vita, apprezzarla per le sue qualità e, sembra suggerire Verri alla figlia, il sentimento verrà da sé.

Il principio teorico è sicuramente giusto: se tutti si comportassero così, probabilmente ci sarebbero meno matrimoni sfasciati; ma il principio di realtà si diverte a sconvolgere anche i propositi più sensati, poiché sarà proprio Teresa a smentire il padre. Infatti scelse male: il suo fu un matrimonio infelice.

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