Letture

La dama del Lambro

“Allora, me la butti giù una storia originale per il prossimo numero?“.

“Mica facile essere originali oggi“.

“Te la do io la dritta. Vai a intervistare la dama del Lambro“.

Così venne fuori il mio editore preferito un paio di settimane fa.

“Quale dama del Lambro?“.

“Come, non la conosci?“.

“Non la conosco no!“.

“È appena venuta fuori la sua storia in una radio privata. Una storia che è una bomba e voglio pubblicarla sul giornale subito, prima che lo faccia qualcun altro“.

“Racconta“.

“È la storia di un’anziana signora. Un tempo pare che fosse una signora per davvero. Adesso la si può definire una vecchia barbona, anche un po’ sbullonata. Nel corso degli anni pare che abbia raccolto decine di randagi, gatti e cani, e vive con l’intera tribù presso un’ansa del Lambro, sotto Linate, in una baracca di assi, cartone e lamiere sfondate. Stà laggiù coi sui cani e gatti da almeno vent’anni. I mezzi di comunicazione stanno cominciando a interessarsi a lei. Ecco perché voglio che tu vada a farle una bella intervista e poi mi scriva la storia sul prossimo numero“.

È sabato, un afoso mattino di fine luglio. Ho lasciato l’auto sulla provinciale che gira intorno a Linate e mi sto muovendo con varie imprecazioni attraverso uno spinoso, pulcioso e intricato sottobosco. Prendo subito a sudare. Cespugli e rovi mi ingabbiano di spine. In una simile boscaglia che si penserebbe poco frequentata dall’uomo mi imbatto invece in sacchetti di plastica di ogni colore, vuoti o mezzi pieni, non so di che cosa, lattine di birra acciaccate, stracci e giornali accartocciati usati, di sicuro, per atti di igiene purificatrice.

Mi sto recando, come avrete già capito, a intervistare la dama del Lambro. Sto sputando fuori l’anima in corpose gocce di sudore quando, finalmente, un segno: due paia di occhi tondi e curiosi mi osservano da sotto un cespuglio. Appartengono a un bastardino di mezza taglia, bianco e marrone, in compagnia di un bassotto grande come lui, anch’esso marrone.

Azzardo un richiamo: una specie di fischio soffocato che nemmeno un topo si girerebbe incuriosito. Entrambi orientano gli orecchi nella mia direzione. Indugiano. Parrebbero intenzionati a farsi avanti, il bassottino per il primo. Una sana diffidenza muove però il gatto, che rincula e schizza via seguito dopo un istante dal bassottino, del quale vedo, per ultimo, il codino che scodinzola.

Siedo sull’erba. Mi trovo sull’argine, a un metro dal Lambro che gorgoglia lì sotto, si fa per dire, in compagnia del suo cupo liquame. Mi viene da pensare che soltanto vent’anni fa là dentro schizzavano persici a strafottere. Sollevo le chiappe e riprendo il cammino. Quasi senza accorgermene mi trovo a ridosso di un muro coperto di edera fitta come una verde pelliccia. Percorro una specie di sentiero che costeggia il muro e scopro assi, lamiere e cartone che, di quel muro, fanno una specie di casa. Si tratta di un rudere a tutti gli effetti. Qualche passo ancora e me la trovo davanti: una casetta a un piano, minuscola e parzialmente diroccata, preceduta da un minuscolo orticello cinto da un malconcio steccato di canne. Laggiù c’è la porta di casa. Mezza chiusa o mezza aperta, dipende. Di ciò che sta oltre non si vede che il buio, immobile e denso. Resto lì fermo, presso un cancelletto. Non so cosa fare.

“Chi sei?“.

Mi si schiaccia lo stomaco in un groviglio di nodi. E subito balza in mente la strega della favola, quella che mi faceva pisciare sotto da bambino. Sulla porta è comparsa una figura bianca e minuta. Una donnetta sugli ottanta e oltre, vestita di qualcosa che una volta era stato probabilmente un abitino grigio. Insieme a lei tra i suoi piedi e intorno sono comparsi una quindicina tra cani e gatti, di ogni taglia e colore. Mi faccio forza e dico:

“Buon giorno…“.

E con voce incrinata dall’emozione, tranquillamente definibile genuina paura, le spiego chi sono e cosa voglio da lei.

“Entra“, dice con un bel sorriso.

Sospingo il cancelletto di lato e mi faccio avanti lungo un sentierino che taglia in due lo striminzito orticello. La casetta è ora in piena vista e mostra spudoratamente il suo stato di abbandono.

“Può essere il benevolo sguardo di divinità amiche e, allo stesso modo, l’occhio crudele di Satana…“.

Così mi accoglie la dama del Lambro.

“Che cosa…?“, chiedo.

“Chi, non che cosa. Gatti e cani sono creature affascinanti e misteriose. Sanno essere amiche fino alla morte oppure crudeli nemici. Gli uomini li hanno voluti nemici, gatti e cani. Io li ho voluti amici. E tali sono“.

La sottile donnina siede sopra una panca fuori la porta di casa. Cani e gatti le si fanno subito attorno. Sembrano quasi porsi a sua difesa. Tolgo di tasca blocco e penna.

“Pare che Osiride, dio del Sole, amasse presentarsi agli umani ora in forma di gatto, ora in forma di cane. In talune incisioni egizie, direi meglio graffiti, la presenza dei due animali andrebbe ricercata negli occhi del dio, perennemente accesi da una scheggia di luce solare, attraverso la quale egli legge le cose del mondo…“.

L’ascolto come estasiato dalle sue parole. Volgo gli occhi agli animali. Molti di essi presentano cicatrici e mutilazioni. Alcuni mancano di un occhio, di un pezzo di orecchio. Altri cani mostrano chiazze di pelle rossa e aggrinzita che paiono ricucite con lo spago. Ce ne sono di ogni stazza e colore. Appaiono tuttavia sani. Lo si indovina dagli occhi asciutti e puliti, dal pelo liscio e luminoso. Mostrano, inoltre, un aspetto tranquillo e sereno.

La dama alza gli occhi al cielo. Mi sembrano blu, luminosi come un cielo pulito.

“Le ferite che vede sui corpi dei miei amici sono le prove della loro devozione nei miei confronti. Sono il risultato delle lotte furiose che essi sostengono ogni notte con i ratti del Lambro. Bestiacce enormi e feroci, la cui natura è stata alterata dalle acque inquinate del fiume…“.

Improvvisamente sembra fuggirsene in una dimensione tutta sua, lontana dalla terra degli uomini.

“Ora vattene, giornalista. Sono stanca. E poi devo nutrire i miei amici, per farli forti avanti che faccia notte. Torna domani con le tue domande. Allora sarò pronta a rispondere“.

Mi ignora e prende a carezzare i suoi animali, che le si fanno più vicini, ma come attenti a rispettare la giusta distanza nei confronti di lei.

Mi volgo e raggiungo in silenzio il cancelletto dell’orto. Scorgo dei pomodorini rossi e verdi, fagiolini, piselli e altra verdura. La guardo una volta ancora. È intenta a preparare tante porzioni di cibo per i suoi tanti animali.

Rifaccio la strada tra sterpi e radici affioranti. Infine sbuco sulla provinciale. L’auto mi aspetta dove l’ho lasciata.

Sono le tre del pomeriggio. C’è un caldo bestia. Picchia più di ieri. Sono per strada, tra i soliti spuntoni e la sterpaglia. Tra le gocce di sudore che mi allagano gli occhi scorgo uomini vestiti di rosso che corrono intorno. Odo strani rumori. Richiami e voci. Più mi avvicino alla meta, più le voci si accentuano. Sono perplesso. Finalmente arrivo alla casetta della dama del Lambro. Che non c’è più. Anzi, che non ci sono più. Ci sono invece alcuni pompieri che corrono intorno a spegnere fili di fumo che salgono isolati al cielo sopra una montagnetta di macerie. C’è stato un incendio, lo capisco subito. Un incendio che ha distrutto quel poco di casetta che ancora resisteva in piedi.

Trafelato mi avvicino a quello che sembra essere il capo dei pompieri.

“Che cosa è successo?“, gli chiedo. “Lei chi è. È un parente…?”.

“Sono un amico…“, rispondo.

“Bene, così potrà darci qualche dettaglio della donna che occupava la baracca, almeno nome e cognome“.

“Ma…, che cosa è successo?“, insisto.

“È successo che è bruciato tutto. A prima vista pare un gesto vandalico. Qualcuno che si è introdotto nella casa. Anzi, più d’uno, parrebbe. Hanno forse picchiato quella povera donna fino a ucciderla. Ma deve essere stato il suo vecchio cuore che ha ceduto. Poi hanno steso a colpi di doppietta parecchi degli animali. Gli agenti di polizia sono già al lavoro. A loro avviso sono stati alcuni contadini dei dintorni disturbati dai latrati notturni dei cani che attaccavano i topi del Lambro. Li ha mai visti ? Certe pantegane di cinque chili a dir poco. Scherzano un cazzo, quelle bestiacce!“.

Ride.

“Poi, come spesso accade in queste situazioni la furia… la smania di vendetta ha preso la mano a quegli uomini e tutto è degenerato. Fuoco, fiamme e l’aggressione a quella povera barbona. Capita sempre così quando perdi la testa…“.

“E tutti gli animali che stavano con lei, che fine hanno fatto?“.

“Mah, qualcuno disperso nella campagna. Altri, per quanto si può vedere, stecchiti a roncolate. Quando la gente perde la testa, anche per motivi futili come questo, diventa peggio delle jene affamate“.

Fra i romanzi di  Sergio Cioncolini pubblicati da Pendragon ricordiamo Il cortile del diavolo (2011), I giorni corti (2012), Andava a veder morire i piccioni (2014), L’albero delle bionde (2015), Un’isola sottovento (2016), Un coltello di ceramica verde (2018), Danni collaterali (2019) e Vacanza di sangue (2020).

 

 

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