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Alex Chilton – Un uomo chiamato distruzione

Iniziare a raccontare di Alex Chilton. Lo potremmo fare partendo dai momenti più disparati vissuti dal grande artista prematuramente scomparso, ad appena 60 anni, proprio 10 anni fa – nel 2010. Potremmo raccontare di quando strinse amicizia con i Beach Boys; di quando tutto, ma proprio tutto il college rock americano degli anni 80 e oltre, con in prima fila pezzigrossi tipo Replacements, R.E.M., Sonic Youth e Wilco, lo elesse come massimo nume tutelare; di quando alla Ork Records aveva compagni di scuderia quali Television, Lester Bangs e Richard Hell & The Voidoids; di quando dal successo prematuro dei grandi Box Tops passò al tremendo flop commerciale degli ancora più grandi (grandissimi!) Big Star; di quando scoprì e produsse i Cramps ma pure lo splendido e misconosciuto Tav Falco; di quando, dopo 10 anni di insuccesso, finì a fare lo sguattero nella sua Memphis, Tennessee.

Orgoglio nostrano, oggi più che mai con Chilton ci viene di iniziare proprio in Italia. No, non da Adriano Celentano di cui Chilton fu accanito fan (tanto da incidere Il ribelle, a metà anni 90) – iniziamo da Lucio Battisti, che non rammentiamo più in quale libro lo abbiamo letto, pare entrasse alla Ricordi al grido «Aò, ma ‘sti Box Tops non l’hanno fatto un disco novo?», talmente il genio di Emozioni fosse preso da Alex (Battisti, fra l’altro, citò i Box Tops fra i suoi gruppi favoriti in una trasmissione radiofonica Rai di fine anni 60, facilmente reperibile in YouTube). Ecco, Alex Chilton, gracile che fosse di persona, era uno di quegli artisti la cui portata, con il passare del tempo, è solo aumentata esponenzialmente.

Più che benemerita, dunque, l’iniziativa di Jimenez Edizioni che finalmente traduce, compito svolto egregiamente da Gianluca Testani, la biografia pubblicata da Holly George-Warren nel 2015, A Man Called Destruction/The Life And Music Of Alex Chilton, From Box Tops To Big Star To Backdoor Man – uno dei pochi testi pubblicati sul grande e sfortunato musicista, che va ad affiancarsi a Big Star/The Story Of Rock’s Forgotten Band (2010) di Rob Jovanovic e al prezioso trattato sul 2° disco dei Big Star firmato da autori vari, Big Star’s Radio City (2009). Un uomo chiamato distruzione – mai titolo fu più congeniale, titolo peraltro mutuato da un suo album-gioiello del 1995, visto che l’affaire Chilton è roba complessa, con l’uomo preso da molti problemi personali, primo fra tutti la mai vinta battaglia con la bottiglia; ma pure con l’artista la cui storia sembra la sceneggiatura perfetta di come una carriera che inizia negli anni dell’adolescenza con il clamoroso successo dei Box Tops, grazie a un brano di enorme successo come The Letter che divenne l’inno dei soldati americani mandati in Vietnam, finisca per inforcare fallimenti commerciali uno dopo l’altro, di quelli che intaccano la psiche. La cosa lascia allibiti, perché i riff e le canzoni di Chilton, specie all’epoca dei primi Big Star negli anni 1971-75 di album capolavoro come #1 Record (1972) e Radio City (1974), senza scordare il postumo Third/Sister Lovers (1978), sono la Bibbia di molto rock che è seguito – lavori che ancora oggi impressionano per modernità, lasciando i famosi Ardent Studios di Memphis, dove quei dischi furono scolpiti, fra i luoghi culto della musica americana, un po’ come succede per gli studi Chess, la Sun Records oppure gli Electric Lady di hendrixiana memoria.

Il libro è un iperbolico viaggio in una vita cervellotica, scritto benissimo e pieno di preziosissimi aneddoti, su questo Vincent van Gogh che seppe mettere insieme Memphis Sound e Kinks (ognuno ha i propri punti di riferimento: Ray Davies è quello di Chilton); scintillante power pop e songwriting di primissima qualità; voodoo punk e Beach Boys (intenso il rapporto epoca Box Tops con 2 dei fratelli Wilson, Carl e Brian), fino a giungere agli anni più vicini a noi, dove con la reunion dei suoi 2 antichi gruppi ha potuto comunque vivere una vita dignitosa finché, stanco e logorato, non ha chiuso gli occhi per sempre.

Fra i tanti commenti che si trovano in questo eccezionale libro, molto a fuoco quello di Jakob Dylan, il leader dei Wallflowers: «Per Paul Westerberg dev’essere forse doloroso vedere tutti quei gruppi, decisamente inferiori ai Replacements, avere successo facendo un’annacquata versione di serie B della loro musica. È come se, per qualche strana ragione, l’America abbia bisogno di quel tipo di artisti, non importa se si tratti di Paul o di Alex Chilton». Commento cui fa eco proprio Westerberg, che afferma: «Alex è un chitarrista decisamente sottovalutato. Io conosco tre accordi, uno dei quali è roba sua». Per chi non ricordasse, i Replacements all’epoca di Pleased To Meet Me (1987) vollero l’ex Big Star in session e scrissero l’eloquente inno Alex Chilton, pezzo con il trascinante ritornello che gridava alla luna con strozzato swingChildren by the million sing for Alex Chilton when he comes ’round/They sing “I’m in love… what’s that song? I’m in love with that song”. Già, come ti fanno innamorare le canzoni di Alex Chilton vi riescono poche altre.

Chiudi la gran lettura che è Un uomo chiamato distruzione e pensi a quel paio di volte che con Chilton vi hai avuto a che fare in Italia di persona. L’uomo pareva fragile, con quegli occhi un po’ sfuggenti e un po’ infelici. Occhi che sempre hanno fatto venire in mente uno dei suoi pezzi più belli ma, per strano scherzo del destino, rimasto inedito per moltissimi anni: quel magnifico All We Ever Got From Them Was Pain inciso nel disco in solo abortito post Box Tops/pre Big Star prodotto da Terry Manning nel 1970, dove Alex cantava struggente “I see sadness in your eyes, I do think I know why/They left us in the street to live or die“. Dimenticavamo, per chiudere obbligatoriamente in Italia: All We Ever Got From Them Was Pain, con il massimo classico dei Big Star Thirteen, per mera assonanza risuona quanto mai battistiana: come se i great late Lucio e Alex in qualche modo sconosciuto a noi mortali fossero germani di spirito & musica che non si sono mai incontrati – se non chissà dove fra le innocenti evasioni e le grandi stelle. Sia chiaro: dici Memphis, Tennessee – e dici Elvis Presley, Sun Records… e Alex Chilton!

Holly George-Warren, Alex Chilton – Un uomo chiamato distruzione, Jimenez Edizioni, 449 pagine, € 22

Foto: Big Star
Alex Chilton con Paul Westerberg
Insieme a Tav Falco

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