Letture

I lombrichi del signor Lovati

Il vecchio Guglielmo Lovati viveva come un eremita. Per sua fortuna il lavoro lo impegnava parecchio, di modo che giungeva a sera praticamente slombato, senza avere il tempo di accorgersi della sua solitudine, per via che riusciva ad accorgersi soltanto della sua stanchezza.
Quella di Guglielmo era una casa modesta, però ordinata e pulita dove l’indispensabile non era mai assente. Sorgeva a mezza costa su una collina della Val Seriana e guardava un orto che scendeva e finiva a ridosso del fiume Serio. L’orto e il torrente gli davano da mangiare. L’uno con verdure e qualche frutto, l’altro con le grasse trote che gli ridevano in faccia sotto il pelo dell’acqua. Qualche soldo lo rimediava dalla vendita di uova e conigli e i grossi pollastri che le trattorie della bassa gli ordinavano i giorni festivi. Guglielmo, tra l’altro, era un esperto agronomo e inventava nuovi concimi di continuo, mischiava terre diverse e incrociava semi i più stravaganti per ottenere colture più resistenti ai parassiti. Nel mezzo del cortile aveva montato una specie di serra dove preparava i suoi intrugli.
Come spesso accade alle persone sole, Guglielmo parlava con i suoi animali. In special modo con una gallina bianca che aveva chiamato Lucrezia. La quale, a differenza delle sue compagne e dei conigli, gli prestava attenzione e sembrava quasi comprendere i discorsi dell’uomo, fissandolo con i suoi occhietti aguzzi ogni volta che lui apriva bocca. Ciò recava un grande piacere a Guglielmo che considerava Lucrezia alla stregua di un cane fedele.
In una fiacca sera di luglio Guglielmo, rovistando tra i suoi manuali, si trovò tra le mani un vecchio testo di agronomia. Incapace di prendere sonno cominciò a sfogliarlo quando un capitoletto a fondo pagina svegliò la sua curiosità. Parlava dell’allevamento dei lombrichi. Guglielmo sapeva quanto utili alla terra fossero tali vermi con il loro nutrirsene, digerirla e restituirla fine come sabbia e ricca di nutrimento. L’idea dell’allevamento lo allettò e il mattino dopo, sbarbato e rivestito, partì verso il paese. Ne tornò a sole alto reggendo sopra una spalla una cassetta di legno. All’interno, dentro una terra molle e nera, sbirciavano centinaia di grassi lombrichi.
Posò la cassetta al suolo e raccomandò subito a Lucrezia di starsene ben lontana dai vermi.
“ Se ne ingolli uno soltanto ti faccio saltare in padella! “, le urlò sul becco.
Si recò quindi con la sua cassetta nella serra chiudendosi ben bene la porta alle spalle. Con una zappetta smosse parte del terreno nella cassetta rovesciandolo al suolo. Lo delimitò con assi come un minuscolo campetto coltivato. Restò poi a osservare. Per alcuni minuti vi fu un gran movimento di lombrichi, i quali presero a scavare gallerie per tutto il terreno recintato. Poi, in superficie, tutto si calmò. Guglielmo si affrettò dentro casa, seguito da Lucrezia che forse si aspettava almeno un mezzo lombrico nel becco. Studiò quindi il manuale di istruzioni che gli avevano venduto insieme ai lombrichi. Ci spese sopra tutto il resto della giornata.
“ Ci sono! “, esclamò alfine.
Aveva deciso che i suoi lombrichi sarebbero diventati i migliori esemplari della zona. Per ottenere ciò occorreva un cibo speciale che Guglielmo, dopo altre ore di studio, credette di avere trovato. Corse nella serra. Raccolse da un angolo un pentolone di rame e lo collocò sopra il tavolo dei suoi esperimenti. Prese numerosi appunti sopra un quadernetto nero. Si recò quindi nell’orto, dove tagliò diversi mazzetti di verdura. Poi corse in riva al torrente ed empì una ciotola di certe foglie selvatiche. Portò tutto nella serra e ne colmò il pentolone. Aggiunse acqua e collocò il pentolone sopra il fornello del gas.
“ Ci vorranno ore per la cottura “, mormorò parlando a sé stesso.
Richiuse la porta della serra e raggiunse la sua casa lasciandosi cadere sopra il letto, dove piombò subito in un profondo sonno.
Da sereno che era stato il mattino, il tempo andava ora guastandosi. Grosse nubi correvano a mangiarsi l’azzurro e lampi improvvisi nascevano nel cielo fattosi ormai tutto nero. E venne il temporale. Tuoni e fulmini esplodevano e scintillavano in continuazione. Alfine la pioggia prese a cadere in fitte raffiche. Verso la metà della notte un lampo accecante più degli altri piombò nei pressi dell’orto e la saettante coda colpì in pieno la serra. Il telaio di legno bruciò immediatamente e la coda del fulmine andò a scaricarsi proprio nel pentolone al cui interno bolliva l’intruglio di Guglielmo. Per un istante l’intero pentolone fu avvolto da una nuvola di scintille quindi il liquido, fino quel momento di colore verde, si tinse di un giallo brillante. La poltiglia ribollì un momento. Poi, passato l’effetto del fulmine tornò lentamente a cuocere.
Al termine della notte Guglielmo si destò. Il temporale era cessato. Sedette sul letto. Ai suoi piedi gli occhi aguzzi di Lucrezia lo fissavano con insistenza. La bianca gallina sembrava molto eccitata. Guglielmo non ci fece caso perché gli occhi delle galline sembravano sempre accesi da un’interna luce. Si vestì e tornò nella serra. Il pentolone era pieno fino all’orlo.
“ Che strano colore! “, esclamò il vecchio, “ Giallo come un campo di grano maturo “.
Pasticciò l’intruglio con le dita, lo annusò, lo studiò in controluce e infine lo versò sulla terra dei lombrichi.
“ Vediamo ora che succede “, si disse.
Trascorsi alcuni secondi decine di lombrichi salirono in superficie e presero ad agitarsi, ad aggrovigliarsi come fossero impazziti. Poi, all’improvviso com’era cominciato il movimento cessò e i vermi ricaddero immobili sul terreno. Guglielmo li osservò attentamente e capì che erano tutti morti.
“ Il mio ricostituente li ha uccisi tutti… “, mormorò sconsolato.
Scappò dalla serra a capo chino e rientrò in casa. Lucrezia gli andò a sbeccuzzare tra le gambe.
“ Domani butto via ogni cosa “, le disse sul becco.
Il sole risplendeva alto allorché Guglielmo varcò la soglia della serra. Si curvò e prese a smuovere il terriccio con un bastoncello. D’un tratto, appiccicato a un sasso, scorse due macchioline bianche. Le osservò.
“ Uova! “, strillò, “ Sono uova di lombrico ! Ma, allora, non sono tutti morti… “.
Ripose delicatamente il sasso a terra e cominciò a ragionare. Lui ragionava sempre ad alta voce.
“ Sono uova certamente deposte da un lombrico prima di morire. Se ne nascono dei piccoli lombrichi si nutriranno della terra impregnata del mio ricostituente. E allora… Aspettiamo e vediamo “.
Sfregò le mani e se ne andò nell’orto a zappettare.
L’indomani le uova si erano dischiuse e Guglielmo studiava i lombrichi appena nati attraverso una potente lente.
“ Sono due lombrichi di un specie stranissima “, si disse, “ gialli come il mio intruglio… “.
I giorni passavano e Guglielmo non si dava pace. Correva dall’orto alla serra, dalla serra all’orto senza discontinuità. E tutto per via dei piccoli lombrichi, i quali crescevano a vista d’occhio. Aveva anche scoperto che erano carnivori. Lui stesso li aveva scoperti mentre assalivano e mangiavano una cavalletta che si era posata sul loro pezzo di terra. Per di più aveva un gran daffare a tenere Lucrezia lontana dalla serra. La gallina, non appena scorgeva i lombrichi muoversi traverso la porta aperta, impazziva dall’eccitazione. Gli occhietti le divenivano di un colore rosso scarlatto mentre lei prendeva a saltare e starnazzare finchè Guglielmo non l’allontanava a viva forza dalla porta della serra.
Nei giorni che seguirono i lombrichi crebbero a tale misura che Guglielmo, per osservarli, non si serviva più nemmeno della lente. Avevano raggiunto i cinque centimetri di lunghezza e i loro corpi gialli risplendevano come metallo dorato. Al centro della testa, rotonda come un pisello, brillavano due occhietti neri e lucidi. La bocca era armata di numerosi dentini simili a spilli.
Guglielmo aveva dato loro un nome: Uno e Due. Li sapeva distinguere per via di una macchiolina scura che soltanto Due recava nei pressi della coda. Dimostravano entrambi un formidabile appetito e si cibavano di mosche e altri insetti.
Era il pieno pomeriggio di una giornata afosa. Guglielmo stava per uscire dalla serra quando un passero vi volò dentro e andò a posarsi sul terreno dei lombrichi. Uno e Due si immobilizzarono all’istante e presero a fissare il passero. Gli occhietti di entrambi si erano come accesi. L’uccello saltellò qua e là. Sbeccuzzò avvicinandosi ai lombrichi. Non appena fu loro molto vicino, Uno e Due gli balzarono addosso divorandolo ferocemente. In pochi minuti non rimase sul terreno che lo scheletro del passero.
Guglielmo abbandonò la serra alquanto spaventato. Osservò le galline nell’aia e un pensiero lo rassicurò subito. Poi esclamò ad alta voce: “ Quando diverranno davvero pericolosi li affiderò alle cure di Lucrezia e delle sue amiche “.
Un mattino all’alba, appena entrato nella serra, la trovò vuota. Di Uno e Due nemmeno l’ombra. Guglielmo si gettò subito attorno alla loro ricerca. Ben presto scoprì le tracce del loro passaggio: un coniglietto in un angolo del cortile. La povera bestia si era trascinata fin là sanguinando da una zampa. Non fu difficile a Guglielmo l’attribuzione di quei piccoli morsi tondeggianti. A quel punto Guglielmo si arrabbiò di brutto. Afferrò un bastone e decise di farli secchi entrambi.
Li cercò dappertutto finché li scoprì sulla riva del torrente. Bevevano come i cani e non si erano accorti del suo arrivo. Guglielmo alzò il bastone e fece per calarlo su di loro. Proprio in quel momento Uno e Due levarono il capo dall’acqua e lo fissarono a lungo. I loro occhi di pece brillavano come stelle al tramonto.
Uno e Due si gettarono ai piedi di Guglielmo, immobile al suolo. Stavano quasi per raggiungere le sue caviglie allorché accadde qualcosa di inaspettato. Dapprima si udì un gran frastuono di schiamazzi e strepiti. Poi, tra l’erba, spuntarono penne multicolori dappertutto. Era l’intero drappello dei galli e delle galline del pollaio. Lucrezia è alla loro testa e si lancia a becco spalancato contro i lombrichi. I suoi occhi hanno il colore del sangue.
È una lotta furibonda quella che si svolge dinanzi al povero Guglielmo. Sono penne che volano ovunque. Strilli e strepiti che si levano acutissimi al cielo.
Due galline crollano nell’erba, sfinite dai morsi ricevuti. Lucrezia è sopra Uno. Gli artiglia il capo e lo colpisce col becco. Più volte. Il potente rostro alfine ha la meglio. Uno si contorce per alcuni istanti, Quindi giace immobile al suolo. Lucrezia balza allora in soccorso delle compagne che attorniano Due, il quale ha già fatto altre vittime, tra le quali il gallo più grosso del pollaio.
La bianca Lucrezia non molla e affronta il lombrico superstite. Tuttavia il suo assalto non è preciso e Due l’avvinghia strettamente alla gola. Lucrezia cade al suolo. È sul punto di soffocare tra le spire del verme.
A quel punto Guglielmo ha finalmente un sussulto. Scopre la sua gallina in pericolo di vita e si getta d’impeto nella mischia aiutato da alcuni giovani pollastri. Afferra Due con entrambe le mani. Stringe e strappa con tutte le sue forze. Il lombrico allenta la morsa al collo di Lucrezia. Si contorce. Infine molla la presa e crolla al suolo. Lucrezia è salva e mena sul verme a terra colpi forsennati finché quest’ultimo crolla stecchito. Lucrezia guarda Guglielmo.
“ Mangia pure, amica mia, è un tuo sacrosanto diritto! “, mormora Guglielmo. Quindi siede nell’erba. Poi, per la prima volta tranquillo dopo tanti giorni, osserva Lucrezia e la sua banda che pasteggiano allegramente.

Fra i romanzi di Sergio Cioncolini pubblicati da Pendragon ricordiamo Il cortile del diavolo (2011), I giorni corti (2012), Andava a veder morire i piccioni (2014), L’albero delle bionde (2015), Un’isola sottovento (2016), Un coltello di ceramica verde (2018) e Danni Collaterali (2019)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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