Letture

Domani qualcuno verrà

Giuseppe si svegliò. Stranamente il gesto abituale di stiracchiarsi ad ogni risveglio non gli procurò il solito piacere di sentirsi fisicamente vivo. Il cervello lo sentiva sveglio, tuttavia i sensi apparentemente non funzionavano. Provava la curiosa sensazione di essersi liberato del corpo e di vagare mollemente nel nulla come una nuvola materialmente inconsistente. Trovava ciò semplicemente assurdo poiché sentiva di continuare ad esistere: infatti pensava. Non solo. Si rese conto che ciò gli riusciva meglio del solito: la rapidità di deduzione, l’acutezza dell’intuizione e la forza creatrice della fantasia si erano moltiplicate. I confini entro i quali si era sempre dibattuto il suo pensiero erano caduti: inibizioni, pregiudizi, consuetudini, regolamenti e il limite stesso della materia non esistevano più. Come un gran fiume costretto a scorrere nel suo alveo che irrompe in mare non appena gli argini saltano, così Giuseppe vide schiudere innanzi a sé orizzonti immensi mai neanche immaginati.

Prima non era così. Ecco di nuovo il confronto. Ma prima quando? Quand’era in vita, ovviamente. Ecco, ci siamo. Egli non era più. Il suo ciclo vitale in Terra era terminato. Allora, nel preciso istante in cui formulava tali ipotesi, dove si trovava? Che cosa era diventato? Le sue facoltà psichiche, indotte fino a quel momento a considerare l’essere e il non essere, si volsero allo studio dell’ambiente esterno e del sé in esso. Non poteva vedere in senso fisico, tuttavia sentiva. Le capacità di cui ora disponeva gli permettevano di percepire ciò che lo circondava meglio di qualunque capacità umana. Sapeva di vagare in sospensione dentro un nulla composto di fumo sospinto da una brezza gentile. In breve appurò la natura del suo nuovo essere: pura energia psichica. Onde mentali che non occupavano spazio, ma che potevano irradiarsi ovunque con la rapidità del pensiero.

Giuseppe si beava nell’esercitare le sue nuove facoltà. Lavorava febbrilmente. Pensieri, idee, immagini nascevano in lui in modo sorprendente. Si era già abituato alla sua nuova dimensione, che aveva chiamato “Dimensione zero“, quando un’emissione estranea s’insinuò in lui con tale veemenza da bloccare qualsiasi velleità da parte sua.

“Benvenuto tra noi“.

Giuseppe fu afferrato da un gran senso di panico e null’altro.

“Non temere. Bandisci la paura. Essa limita le tue capacità pressoché infinite. Io sono come te e come tutti gli altri che hanno avuto il privilegio di giungere qua. Più di voi ho soltanto dell’anzianità di servizio che si estrinseca in responsabilità di ordine e di giustizia nei vostri confronti. Le mie capacità sono infinitamente più grandi delle tue, grazie ad un continuo processo di affinamento iniziato quando fui chiamato in questa dimensione. Molte volte sono disceso sulla Terra e ho assunto le più disparate sembianze. Ora ho cessato i miei viaggi, decido dei vostri. Lo so, le domande che vorresti pormi sono innumerevoli, ma non avere fretta. Capirai di misura che le tue capacità aumenteranno. L’origine terrena del corpo che ti ha condizionato per tanto tempo, anche se non esiste più, è tuttora un fattore limitativo del tuo sviluppo, ma ogni cosa cambierà“.

La voce in lui tacque. Contemporaneamente Giuseppe riacquistò tutte le sue facoltà. Persisteva tutt’intorno un potentissimo campo magnetico, per cui le onde mentali faticavano non poco ad irradiarsi. Segno evidente dell’immensa forza liberata dall’entità superiore.

Dunque non era solo. C’erano altri come lui.

“Bene …“, si disse Giuseppe, “…così potrò arricchirmi scambiando qualche pensiero“.

Giuseppe era di nuovo solo con sé stesso. Si sorprese a chiedersi da quanto tempo si trovava lì. Non riuscì a formulare una risposta: il concetto di tempo gli era ormai sconosciuto. Però era stanco. Questo lo sentiva. Provò ad annullare la volontà creatrice bloccando ogni emissione. Ci riuscì. Ora non esisteva proprio più.

Di colpo un’aggrovigliarsi di immagini e sensazioni turbò il suo riposo.

“Attività psichica nelle vicinanze“, pensò Giuseppe riemergendo dal nulla. Per la seconda volta ogni sua volontà venne annullata ed egli percepì la presenza dell’entità superiore dentro di sé.

“Giuseppe, sono io, il rappresentante di ordine e giustizia. Ascoltami attentamente. Ora sei maturo per la scelta. Il tuo grado di affinamento psichico giustifica la mia decisione. È regola che un’entità definita da me matura debba tornare sulla Terra e riassumere sembianze umane al fine di conoscere e vivere esperienze sempre nuove e poter tornare tra noi arricchita: in grado, cioè, di migliorare la nostra capacità conoscitiva, fino al punto in cui conosceremo ogni creatura terrena. In quel momento… Lo so, la percepisci come una specie di condanna, ma non lo è. È una legge alla quale non si può derogare in alcun modo. Ti è tuttavia concessa la scelta del corpo nel quale ti reincarnerai: scelta da effettuarsi fra tre involucri terreni rappresentanti di altrettante categorie di viventi. Se assolverai degnamente il tuo compito, sarai richiamato. Ora le tue facoltà extrasensorie capteranno alcune immagini significative della vita di tre diversi terrestri. Al termine farai la tua scelta e tornerai tra gli uomini. Ma bada, qualora non riuscissi a identificarti in uno dei tre esemplari sottoposti alla tua valutazione, sarai passibile di un trattamento punitivo“.

La sensazione di panico, che già gli si era proposta, si ripropose in tutta la sua forza. Giuseppe riuscì a scacciarla poiché le sue facoltà erano ora tese nell’attesa di entrare nella prima vita che egli stesso dovrà scegliersi. Ed ecco che immagini terrene ormai dimenticate si fecero strada nel suo pensiero assumendo caratteri sempre più precisi.

OOOOOOOO

Un prete ancora giovane, ma già precocemente rinsecchito, ciondolava nel cortile dell’oratorio, mentre alcuni ragazzi correvano dietro a un pallone. Tra le mani reggeva un breviario, ma non leggeva. Di tanto in tanto posava lo sguardo sui giovani petti ansanti nella corsa, sulle gambe scolpite nella fatica e non ricordava sé stesso ragazzo impegnato in quel modo. D’un tratto un ragazzetto sudato gli s’infilò quasi tra le sottane a ricuperare il pallone sfuggito al gioco

“Fermati un momento, non vedi come sei sudato? Prenderai un malanno!“.

Gli passò una mano sul collo e il contatto con la pelle calda e sudata gli procurò un fremito. Si ritrasse immediatamente e fuggì. Si ricompose subito ma non riacquistò la calma con la stessa rapidità. Non riusciva nemmeno più a leggere. Si volse allora ai ragazzi ed esclamò con rabbia:

“Basta ragazzi, andate a casa. È tardi. L’oratorio si chiude, tornate domani!“.

S’avviò alla sacrestia, la sottana svolazzante tra le gambe nervose. Nel momento che infilava la porta una ragazza lo fermò. Voleva confessarsi. Era giovane e sudata, come per una lunga corsa. Don Giuseppe si chiese se i giovani sudavano tutti.

“È tardi…“, protestò debolmente. Torna domattina prima della funzione…“.

Non riuscì a farcela, la ragazza insisteva. Disse che la mattina dopo sarebbe andata in gita…

Mentre parlava il giovane prete non riusciva a staccare gli occhi dalla camicetta sbottonata, dalle gambe abbronzate. In qualche modo la confessione finì e la ragazza volò via lasciando il povero prete in compagnia di un residuo svolazzo di giovane sudore che la ragazza s’era lasciato dietro.

Era l’ora di cena. Mangiò svogliatamente con gli altri preti e si ritirò subito dopo il rito della sera. Faticò ad addormentarsi. Il ragazzino del pallone e la ragazza che lo implorava di confessarla gli tornarono più volte alla mente. Sognò. Nel sogno un’immagine si ripeteva, si ripeteva … Fino a schiarirsi e don Giuseppe lo vide quel sogno: si stava confessando. Che buffo, pensò nel sonno. Infatti le posizioni si erano invertite. Il giovane del pallone era lì di fronte a lui, insieme alla ragazza

mezza scamiciata. Loro confessavano lui, un prete confessato da due ragazzi!

Un dolore improvviso a una spalla lo svegliò bruscamente. Era caduto dal letto trascinando con sé il comodino. E laggiù si ritrovò. Dopo una buona mezz’ora si alzò a fatica. La spalla doleva. Andò alla finestra e rivide tutto il sogno. Gli fece ancora male e cadde nel pianto.

OOOOOOOO

Giuseppe, di colpo, riebbe l’uso del pensiero.

“No…, io…io non posso… Non credo… È difficile… Io…, Io non ce la farei“.

OOOOOOOO

“Ciao carino, vieni?“ .

Il giovane al volante, fermo al semaforo, sporse la testa dal finestrino e la guardò, prima incuriosito e poi tentato. Silvana reclinò un poco il capo e sorrise invitante.

Era bella Silvana, la migliore della zona. La prima domanda che uno si poneva, al primo incontro, era perché mai facesse la puttana. I capelli folti e neri che le cadevano lungo le spalle creavano un piacevole contrasto con la pelle chiara del viso. Lineamenti marcati, ma nient’affatto sgradevoli. Anzi, la rendevano più seducente. Occhi grandi, scuri. Bocca larga, ma ben disegnata. Il trucco, dosato al minimo, le regalava un aspetto addirittura fine. Quella sera indossava un maxicappotto blu che le cadeva fino ai polpacci. Di sotto, una minigonna cortissima. Calzava stivaletti di pelle nera.

Il semaforo si spostò sul giallo. Il giovane, incalzato da quel paio di secondi che gli rimanevano a disposizione cedette all’invito. La fece salire in macchina e si mosse subito.

Silvana lo guidò al solito albergo. Salirono in camera. Franco, questo il nome del giovane, dimostrava poco più di vent’anni. Era visibilmente imbarazzato e rimase fermo in mezzo alla stanza.

Silvana gli si avvicinò e lo baciò lievemente sulle labbra. Poi si portò ai piedi del letto e cominciò a spogliarsi. Piano, senza cessare di guardarlo. Quando fu in sottoveste, un oggettino poco più grande di un fazzoletto, ma assai più invitante.

“Avvicinati“, gli sussurrò.

Franco le si portò accanto e la baciò su una spalla nuda. Tremava. Silvana lo attirò sul letto. Le faceva tanta tenerezza. Le ricordava un suo caro fratello morto poco più che ventenne.

“Non riesco…, non ce la faccio!“, esclamò sconvolto, gli occhi colmi di lacrime.

“Scusami…, io…, non so cosa mi succede…, non mi era mai capitato prima…, forse l’emozione …, non so “.

Ora piangeva senza ritegno. Si vergognava di non essere riuscito, si sentiva profondamente umiliato, si sentiva colpevole di avere umiliato anche lei, la sua bellezza…

Silvana lo capiva benissimo e le faceva sempre più tenerezza. Le ricordava sempre più il fratello morto. Lo consolò. Si rivestirono. Franco, ancora tremante, fece il gesto d’infilare la mano in tasca. Silvana lo bloccò. Lo guardò fisso negli occhi. La voce le si fece roca quando riprese a parlare:

“Questo non dovevi farlo. Io sono come te, cosa credi!“.

“Ma…, il tempo che ti ho fatto perdere…, il costo della camera…“.

Prima che rispondesse Silvana fu interrotta dalla violenta apertura della porta. Un giovane entrò nella stanza.

“Che cosa è successo? Si è fatta troppo lunga e io sono volato su. Cosa c’è, lo sbarbato non paga, non ha i soldi per pagare?“.

“No, no! I soldi ce li ha e voleva anche pagare. Sono io che non li ho accettati. Sai…, lui non ce l’ha fatta, è giovane, poverino…, assomiglia al mio povero fratello…, che tu conoscevi…“.

“Non mi interessa un cazzo se assomiglia al tuo fratello, non mi interessa un cazzo se non ce l’ha fatta! Hai capito? Sei la solita scema! E tu caccia il grano e fila via se non vuoi un regalino delle mie mani!“.

Mentre ancora finiva di parlare rifilò una sventola sul volto di Silvana, che crollò sul letto coprendosi la guancia. Poi afferrò il giovane atterrito per un braccio, gli strappò dalle mani alcuni biglietti da dieci euro che Franco aveva già preparato e lo scaraventò fuori dalla stanza.

OOOOOOOOO

Di nuovo l’immagine scomparve e Giuseppe si ritrovò ancora solo con sé stesso.

“Qualcosa di più umano…, quella povera ragazza, non ce la farei di sicuro a entrare nella sua vita, nemmeno per un’ora. Cerco qualcosa di meno cruento, di più umano…“.

Giuseppe si ribellò anche a questa seconda soluzione.

OOOOOOOOO

Una fredda sera d’inverno con uno splendente cielo blu sopra la testa. Il lamentoso suono di una sirena rompe il silenzio della periferia. La grande piazza antistante la fabbrica, fino a quel momento deserta, si riempie di vita. Sono gli operai che escono in massa dalla grande porta buia. Tornano stanchi alle case dopo il turno di lavoro. Hanno tanti volti, tutti uguali. Vestono tute blu, tutte uguali. Sembrano una marea, ma sono un solo uomo. Per le strade buie del primo mattino e la sera tardi, dentro un tram che corre nel buio lo si riconosce subito.

È Giuseppe, l’operaio. Indossa un soprabito logoro, o un cappotto, pantaloni di lana pesante senza piega. Nelle mani con le unghie listate a lutto regge una borsetta di plastica dove tiene le poche cose che servono per rinfrescarsi prima dell’uscita dalla fabbrica.

Quanti anni si pensa che abbia? Quaranta, cinquanta, sessanta. È difficile dargli un’età. Sembrerebbe anziano o quasi. Tuttavia, lo sguardo spento della sera e le rughe che gli rigano il volto non sono necessariamente sintomi di vecchiaia.

È una lunga scarrozzata in tram per Giuseppe, da un capolinea all’altro. Osserva dal finestrino le vite che animano la città che cambiano coll’animarsi delle strade: chiuse in sé stesse, rapide nell’andare lungo le buie strade della periferia. Vibranti di vita tra i viali coperti di luminosi palazzi. Ogniqualvolta Giuseppe attraversa il centro si chiede più volte il perché lui partecipi alla creazione della ricchezza senza mai goderne i benefici.

Non è mai riuscito a rispondersi. Allora si stringe nelle spalle e riprende a guardare la città.

Sono già le sette. Ora di cena. Entra in casa. Saluta la moglie ai fornelli. I figli gli corrono incontro. Uno, due, dipende. È il primo sorriso di Giuseppe. Siede a tavola con tutti loro. I figli chiacchierano loquaci. Gli piacciono. La moglie lo guarda e sorride, felice di averlo lì. Dopocena i bambini gli portano i compiti. Posano libri e quaderni sulla tavola liberata dalla tovaglia.

Giuseppe guarda con attenzione tutti i quaderni e incita i figli allo studio. Ogni sera. E ogni sera finisce via incitandoli a studiare e studiare, che è l’unica strada che li porterà a sconfiggere la miseria. Poi tutta la famiglia si stravacca davanti alla televisione. Giuseppe, vinto dalla stanchezza, si addormenta nel mezzo di un programma. Nessuno ci fa più caso ormai.

OOOOOOOOO

Per la terza volta Giuseppe si ritrovò nella nuova dimensione, quella parentesi senza tempo e senza spazio che ha poeticamente chiamato “Dimensione zero”. Un profondo senso di amarezza pervase i suoi pensieri. La proiezione di quest’ultima vita la sentiva forse meno lontana dalla sua vita di un tempo, ma quanta tristezza, quanto squallore.

“Qualora scegliessi quest’ultima vita nella quale inserirmi, sarei poi capace di assumerne tutte le ingratitudini di cui era composta. No, sono convinto di non essere in grado di sostenere a lungo le difficoltà che porta con sé…“.

“Giuseppe“, gli comunicò colui che già conosceva, “ora hai tutti gli elementi per decidere. Su quale delle tre creature è caduta la tua scelta?“.

“Non so…, non credo, onestamente, di poterne interpretare bene alcuna di esse. Non riuscirei mai a possedere le qualità necessarie per reincarnare degnamente uno dei tre esseri umani… desisto!“.

“Giuseppe, non sentendoti in grado di rivestire le sembianze mortali di uno dei tre terrestri sottoposti alla tua scelta, non sei degno di ritornare sulla Terra sotto qualsiasi forma. Sarai perciò confinato a vivere in eterno laggiù!“.

“Che cosa significa laggiù? Dov’è laggiù?“.

Non ci fu alcuna risposta alle sue angosciate domande. Giuseppe fu afferrato dal terrore dell’ignoto. La sua natura unicamente psichica non gli permetteva di soffrire fisicamente, né tantomeno di provare sensazioni appartenenti al mondo materiale, tuttavia si sentì come compresso entro sé stesso, rimpicciolito da una forza misteriosa che andava aumentando gradatamente la sua pressione. Fino al punto in cui in suoi pensieri sembrarono farsi di fuoco. Poi più nulla.

Pensava.

Quindi continuava ad esistere.

Non importa in quale forma. Il dato essenziale era che lui, Giuseppe, c’era ancora.

Aprì gli occhi, ma dovette richiuderli immediatamente. Bruciavano. La luce accecante che l’aveva ferito doveva essere certamente il sole. Si trattava forse di un’immagine evocata dal suo pensiero, oppure era di nuovo tornato materia? Come mai gli occhi gli dolevano se lui era costituito solo di energia?

Riprovò.

Due sottili lame sentì che si aprivano tra due palpebre. Il globo rosseggiante del sole era sempre nella stessa posizione. Volle trovare altre cose da osservare. Rimase a guardare quella cosa per lungo tempo. Era una mano umana. Spalancò di nuovo gli occhi e si guardò dal capo ai piedi. Era tornato a essere materia. Carne e sangue che gli appartenevano!

Dunque non l’avevano punito.

Nonostante il fallimento della prova, era stato rimandato sulla Terra. Una felicità strabocchevole s’impossessò di lui. Di nuovo riguardò il suo corpo. Gioiva nel toccarsi, nel sentirsi fisicamente vivo. Si sentì giovane, forte e bello. Si alzò da terra e finalmente riuscì a stiracchiare le membra come gli piaceva.

Guardò intorno a sé. Una spiaggia bianca inondata di sole. Ecco la prima cosa terrena che vide. Fece quattro passi e fu nell’acqua. Avanzò. Non potè più resistere. Si gettò tra quelle ondine turchesi e si sentì fresco e pulito. Uscì dall’acqua. Oltre la spiaggia bianca si estendeva a perdita d’occhio una macchia verdissima formata di vegetazione d’ogni natura e colore.

Risalì la sabbia e s’inoltrò nel verde. Frutta d’ogni forma pendeva dai rami. Uccelli multicolore lanciavano i loro strilli per l’aria. Camminò a lungo fermandosi più volte a osservare ogni cosa. Al calar del sole, sfinito, sedette sotto un albero.

“Domani mi metterò alla ricerca di qualche mio simile“, disse un istante prima di cadere nel sonno. Nei giorni che seguirono esplorò tanto di quella nuova terra. Non mancava nulla. Animali e frutta in abbondanza. Tuttavia, di misura che i giorni passavano il dubbio di essere l’unico uomo in quel paradiso divenne certezza.

Col tempo capì amaramente che l’unica entità che gli stava stretta accanto era la solitudine.

Ci fu una sera in cui si sentiva particolarmente abbattuto fin quasi a desiderare di morire. Respinse un tale pensiero con forza. Alzò gli occhi al cielo e urlò a tutte le stelle che ci brillavano dentro:

“È mai possibile che soltanto io non sono riuscito ad accettare le condizioni della reincarnazione? Io sono certo, devo essere certo, che qualche entità com’ero io una volta non ha accettato di tornare sulla Terra a reincarnarsi in un umano. Io sono certissimo che domani qualcuno verrà!”.

 

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