Letture

Danni Collaterali

Vi offriamo in anteprima esclusiva il primo capitolo del nuovo romanzo di Sergio Cioncolini, intitolato Danni Collaterali, edito da Pendragon. Fra le altre opere dello scrittore lombardo ricordiamo Il cortile del diavolo (2011), I giorni corti (2012), Andava a veder morire i piccioni (2014), L’albero delle bionde (2015), Un’isola sottovento (2016), Un coltello di ceramica verde (2018).

 

Una calda notte di fine luglio. È l’una passata da poco. Laggiù in fondo, dove l’ultima città sconfina nei campi, quei pochi spelacchiati campi che ancora resistono all’aggressione del cemento e a quella, non meno perniciosa, delle discariche abusive, laggiù, dicevamo, il buio riesce ancora a farla da padrone. Nel senso che proprio nulla gli si pone a contrasto. La sua uniformità è totale. Tranne, forse, per talune sbavature di più chiara oscurità, tanto vaghe quanto inconsistenti, di difficile attribuzione. Anche il silenzio non scherza, percorso soltanto dal canto dei grilli. Uno appena, viene da pensare, solitario superstite di una specie aliena ardua da rintracciare nell’informe abbandono delle periferie urbane. Qualche centinaio di metri più in giù l’oscurità cede bruscamente alle mille luci che rischiarano a giorno l’aeroporto di Linate, dove il silenzio non può che malamente soccombere. Nella palazzina del Club dell’Aeronautica, esclusivo ed elegante complesso che sorge nei pressi dello scalo, una porta nella vetrata dell’ingresso si spalanca sulla strada che le scorre davanti. Ne escono insieme luci e suoni. Momenti di una festa d’estate in pieno svolgimento all’interno. Poi, d’improvviso, è come un agitarsi di ombre nell’angusta luce della porta. Si tratta, sembra, di due persone che guadagnano contemporaneamente l’esterno. Con una certa difficoltà, pare. Poiché si ha la fugace impressione che, per un istante, si ostacolino nell’atto di uscire affiancate dalla porta. Una porta che non li contiene entrambi appaiati. L’avrebbe notato chiunque. La porta si chiude alle loro spalle con un colpo secco e risucchia in sé tutti i suoni e la luce che aveva appena liberato sulla strada. Permangono svolazzi di profumi e tenui umori femminili che però svaniscono nella più vasta aria che li accoglie.

” Troppa ressa “.

” Troppo rumore “.

Le due persone avanzano, di nuovo affiancate. Sono uomini, apparentemente. Giovani, si direbbe, a giudicare dal loro sciolto incedere. Muovono verso la riva dell’Idroscalo, ampio specchio d’acqua che dorme dietro il circolo, incurante del notevole casino prodotto dagli aerei in fase di decollo e di atterraggio.

I due osservano l’acqua che scivola via impercettibilmente, senza fretta e senza rumore, verso la chiusa situata un chilometro, forse meno, oltre l’aeroporto. Così, insieme piegati all’ingiù, sembrerebbero cercare qualcosa di preciso che si aspettano di veder emergere da un momento all’altro. Ma poi si drizzano, ancora insieme, e guardano alla chiazza di luce polverosa che s’allarga sotto il lampione acceso qualche metro sopra di loro.

” Sono migliaia i moscerini che svolazzano in quella polla di luce “.

“ Che cosa intendi per polla ? “.

“ Intendo una chiazza “.

“ Ah… “.

” Migliaia “.

” E le zanzare ? Quante saranno le zanzare che seghettano nella stessa polla ? “.

” Seghettano ? “.

” Svolazzano “.

” Ah… “.

” Quante pensi che possano essere ? “.

” Centinaia “.

” A centinaia aspettano il passaggio di epidermidi sudate “.

” Vale a dire ? “.

” Come la mia ” .

” Già “.

” E pungono “.

” Già “.

” E anche come la tua perché sudi al mio stesso modo “.

” Già “.

” Tu, però, sembri esentato dalle loro punture “.

” Già “.

” Chissà perché “.

” È una questione tecnica “.

” Vale a dire ? “.

” È la temperatura superficiale dell’epidermide, nonché gli umori contenuti nel sudore che attraggono le zanzare. Ferormoni, si pensa “.

Riportano gli occhi sull’acqua.

” Sembra dormire … “.

” Chi ? “.

” L’Idroscalo “.

” Nero e lucido come una gigantesca biscia addormentata “.

” Una biscia non direi … “.

” Che cosa diresti, allora ? “.

” Direi che mi ricorda un’immensa macchia d’inchiostro nero “.

” Ah ! Originale come immagine. Hai una bella fantasia, mio caro… “, ridacchia quello della biscia. Il suo pare un riso di tono saputo. Come se la similitudine con un banale rettile suoni più originale della banale macchia d’inchiostro. Chissà perché. Poi si fa serio e alza gli occhi al cielo.

” È piena, stanotte, la bianca luna … “.

” La buttiamo sul lirico ? “.

” È quel suo esserci senza rumore, senza che neanche te ne accorgi …, mi prende … “.

” La luna ? “.

” No, l’acqua dell’Idroscalo mi prende !”.

” Ah ! “.

” Ha un che di misterioso. Provo la sensazione che nasconda qualcosa e lo porti via nel profondo di sé. Qualcosa che si porta via anche adesso, di mio, sotto il pelo dell’acqua e io non posso fare nulla per impedirglielo “.

” Che cosa vorresti impedire ? “.

” Non saprei, ma qualcosa c’è … “.

” La stai ributtando sul lirico “.

” Tu dici ? “.

” Io dico di sì “.

Insieme sollevano il busto e tacciono per alcuni istanti. Quindi si volgono e lanciano un’occhiata di là, alla strada che fugge oltre il parco dell’Idroscalo.

” Che brutto rudere “.

” Quale rudere ? “.

” Laggiù. È ciò che resta di una vecchia taverna “.

Una bassa costruzione in rovina si intravede oltre la striscia del cemento stradale. Rotta e cupa che pare un carcere dismesso, smantellato, con l’intera parete esterna percorsa da scritte e graffiti.

” Una vecchia che cosa ? “.

” Una vecchia osteria di campagna “.

Osservano le poche finestre in fila, vuote come le orbite prosciugate di un antico teschio.

” Non è un bel vedere, però la luce sembra migliore che di qua “.

” Sono i lampioni stradali, più numerosi su quel lato ” .

” È la via Rivoltana. Il mattino battuta dai pendolari che entrano in città a bordo delle loro vetture. Gli stessi che ne escono in lunghe code la sera. Più la fauna stanziale “.

” La fauna stanziale ? “.

” Gli abitanti della zona “.

” Ah … “.

” Alle volte ho l’impressione che tu, oltre virus e batteri, conosca poche altre cose … “.

” Se lo dici tu … “.

Il primo gli volge lestamente il capo. Sembrerebbe voler aggiungere nuove parole, ma si ferma d’un subito, come interessato a tutt’altro. Spinge il volto un pelo in avanti e annusa l’aria. Almeno così pare.

” Lo senti l’odore ? “.

” Quale odore ? “.

” Il profumo dell’acqua “.

Anche il compagno spinge avanti il volto e inspira a fondo.

” Dolciastro, con una lieve innervatura di selvatico. Sono le alghe marce del fondo. Pungente … “.

Ridacchia sommessamente. Continua:

” Ricorda un poco l’interno cosce di una giovane donna. Eccitante … “.

Ora ride. Non suona certo come un’aperta risata, la sua. È un moto secco e breve che somiglia piuttosto a una tosse stizzosa. Prende il passo. L’altro lo segue. Superano il cono di luce sotto il lampione, un tempo non lontano definita polla, che non è un cono. Vestono abiti estivi di tessuto leggero.

” Lieve, fresco sudore di giovane donna cui si aggiunge il suo intimo, personale profumo “.

Ride di nuovo. Ancora secco e breve.

” Non ti pare ? “.

Cade qualche istante di silenzio.

” Non mi pare “.

” Vale a dire ? “.

È ancora silenzio, qualche ulteriore istante.

” Ferormoni “, aggiunge il primo volgendo il capo in faccia all’altro. Si direbbe un’istanza furbetta il brevissimo lampo che sfiora i suoi occhi.

” I ferormoni, per loro natura, non profumano di fresco “.

” Appunto, ma è difficile che ti riesca comprensibile una tale finezza “.

” Se lo dici tu … “.

Procedono lentamente a qualche passo dall’argine, affiancati, le mani nelle tasche, ciascuno nelle proprie. Una fila ininterrotta di automobili sosta presso il muro di cinta del club per quanto è lungo.

” C’è un sacco di gente stasera al circolo “.

” La grande festa d’estate richiama sempre tutti i soci “.

” Belle donne in quantità “.

” Già “.

” Varrebbe la pena di approfondirne la conoscenza “.

” Di tutte ? “.

” Come sarebbe ? “.

” Di tutte le donne presenti alla festa ? “.

” Alludevo ai ferormoni “.

” Vale a dire ? “.

” L’odore dell’Idroscalo e della sua acqua pressoché stagnante sopra un letto di alghe in decomposizione ha risvegliato in me un vago senso di eccitazione sessuale. Trovo che somiglia all’odore intimo di una giovane donna, come ho appena detto. Ferormoni, appunto, anche se non profumano di fresco “.

” Vale a dire ? “.

” I ferormoni, per loro natura, non profumano di fresco “.

” Appunto. È già stato detto “.

Inspira con forza, come se le parole appena pronunciate abbiano rappresentato un costo non indifferente nel portafoglio della sua emotività.

” Non ti pare ? “.

Cadono alcuni istanti di silenzio, quasi gli stessi di prima.

” Non mi pare. Trovo che l’accostamento automatico dell’acqua dell’Idroscalo all’odore intimo di una giovane donna è soltanto tuo. Audace, oltretutto. Ci deve essere stato un importante episodio, o una serie di episodi, nel tuo lontano passato, forse traumatici, che ti sollecitano ora a produrre un fantasioso nesso tra le due sensazioni olfattive. Un aggancio che ti eccita sessualmente. Forse era l’odore di tua madre quando entrava nuda nella vasca e faceva il bagno con te che schizzavi, felice, acqua da tutte le parti e orinavi liberamente fuori. Dentro la vasca, intendo “.

” Mia madre non entrava nella vasca con me “.

” Ne sei certo ? “.

” Sì. E non ricordo di avere mai fatto il bagno nudo con mia madre nuda accanto a me, né orinato nell’acqua della vasca “.

” Però l’hai desiderato “.

” Di orinare nella vasca da bagno ? “.

” Di fare il bagno nella vasca con tua madre dentro con te. Di certo l’hai desiderato. È quanto basta. Stare nell’acqua della madre, con lei vicina, equivale a ritrovarsi in essa, nel suo grembo, dentro il suo ventre, caldo e protettivo. È un godimento infinito … “.

” Varrebbe la pena di farci sopra qualche studio in laboratorio “.

” Non abbiamo tempo per queste cose “.

” Vale a dire ? “.

” Ci sono delle priorità da rispettare “.

” Infatti “.

Passo dopo passo hanno percorso una ventina di metri, o poco meno. Oppure qualche metro in più. La sostanza non cambia in modo sensibile. Fino a raggiungere il termine del muro di cinta del circolo. Lo superano. Transitano accanto a uno spazio che si apre alla loro destra, apparentemente vuoto, più buio della generale oscurità notturna di quelle parti. Si direbbe trattarsi di un prato a voler considerare la completa assenza di variazioni nella tonalità del nero. Un intenso frinire di grilli rompe il silenzio della notte.

” Non me li aspettavo così numerosi “.

” Chi ? “.

” I grilli “.

” Il loro è un suono ossessivo “.

” Quale suono ? “.

” Il canto dei grilli, se così vogliamo chiamarlo. Ripetuto migliaia di volte in una notte, sempre uguale a sé stesso. Rasenta il parossismo “.

” Sei sicuro che si tratti di grilli ? Potrebbero essere cicale. Le cicale friniscono, non certo i grilli “.

” Non mi pare. Sono grilli. Anche i grilli friniscono “.

” Tu sai distinguere i due suoni ? “.

” Quali suoni ? “.

” Il linguaggio dei grilli, se così vogliamo chiamarlo, e quello delle cicale “.

” Non credo “.

” Appunto “.

” La calura impazza, quella sì è davvero fastidiosa “.

Estraggono insieme due fazzoletti bianchi, ciascuno il proprio dalla propria tasca. La sinistra dei pantaloni per entrambi. Li passano lungo la fronte, i fazzoletti non i pantaloni, sotto gli occhi e sul mento. Poi li ripongono nelle rispettive tasche con perfetta sincronia gestuale. Sono giunti a lato della strada. Davanti a loro, di là, si erge, si fa per dire, il fatiscente rudere della vecchia osteria. O taverna, che dir si voglia. Laggiù, come si è visto, la luce dei lampioni stradali appare più intensa che altrove e aiuta a chiarire, dei due, almeno alcuni dei caratteri distintivi. Si tratta, infatti, di due giovani maschi. Sui trentacinque, quarant’anni. Vestono abiti di lino o cotone, di colore scuro. Probabilmente blu. L’ovale del viso, i capelli corti, gli occhialini tondi con la montatura in filo d’oro sono comuni a entrambi. A prima vista si direbbero assai somiglianti. Un’osservazione più attenta, però, dimostra che la somiglianza si ferma, come dire, alle linee generali dei volti. I dettagli esprimono invece il contrario, ovvero le differenze. Poiché occhi, naso e bocca si presentano diversi. Gli occhi, per cominciare, tondeggianti in uno e lievemente obliqui nel secondo. Il colore dell’iride non é percepibile data l’oscurità. I nasi. Quello del primo, teso e sottile. A bistecca, direbbero da queste parti. Schiacciato alla base, nell’altro. A patata viene qui definita tale variante. La bocca del primo è lunga e diritta con labbra di poco spessore, in linea con il naso. Per il secondo parrebbe esagerato parlare di labbra grosse, tuttavia poco ci manca.

Non si esclude del tutto che possano essere consanguinei, sebbene non sussista alcuna evidenza del contrario. Almeno così appare. Il dettaglio, tuttavia, non sembrerebbe importante ai fini dello svolgimento della storia. Si vedrà.

Sfilano le giacche di dosso, forse per via della calura che si è fatta quasi insopportabile. Di sotto indossano camicie bianche con le maniche corte e un taschino sul petto, a sinistra. Il taschino di entrambi appare leggermente rigonfio, ma in modo uniforme, quasi vi avessero ficcato dentro due sottili barre di cioccolato. Si tratta, invece, di telefoni cellulari. Sono bruni, i giovanotti. Uno, però, sembrerebbe più chiaro dell’altro. Smilzi, questo è un dato sicuro. Anche l’altezza non è uguale tra i due. Sul metro e settanta il primo, alcuni centimetri più alto il secondo. Con le giacche ripiegate sulle spalle, rette per entrambi da due dita ad uncino traversano l’arteria in un momento di assenza del traffico veicolare. Giungono al muro slabbrato della vecchia osteria, cosparso di scritte a prima vista incomprensibili, ma che si presume oscene, e qualche graffito di buona fattura. Osservano intorno con attenzione. Paiono cercare qualcosa che non si mostra, che magari neanche conoscono. Riflettono, immobili, per una manciata di secondi. Si direbbero sospettosi. Non si ravvede alcun motivo di esserlo al momento. Alle volte, tuttavia, il timore dell’ignoto, del non conosciuto, che è il loro caso specifico, carica di una timorosa aspettativa che rende attenti, circospetti.

Il più prossimo al muro, d’un tratto, abbatte una mano aperta sul collo. Il proprio. S’ode un suono come di schiaffo.

” Lo sapevo “.

” Che cosa ? “.

” Se esiste una zanzara in tutto il circondario, puoi stare certo che quella pizzica me. Figurati qui, che di zanzare ne svolazzano a migliaia “.

” A centinaia “.

” A centinaia “.

” Sei fortunato “.

” Vale a dire ? “.

” Se di zanzare, qui attorno, ne svolazzano a centinaia, si può ben dire che sei fortunato, dal momento che una soltanto ti ha pizzicato “.

Ride. Un po’ nervosamente, forse.

” Il tuo umorismo, a volte, davvero non lo capisco “.

” Non fa nulla, è una questione di sottigliezze “.

” Tanto sottili che le comprendi solamente tu “.

Verosimilmente costui ha spiaccicato l’insetto sul collo. Porta infatti due dita a staccarlo dall’epidermide sudata. L’indice e il pollice della mano destra, per la precisione, dal momento che indice e pollice della mano sinistra sono tuttora occupati a reggere la giacca sulla spalla. Le due dita interessate ne fanno una minuscola pallottola rotolando il corpicino dell’insetto tra i polpastrelli. L’uomo sporge poi il braccio all’esterno e cerca di disfarsene sfregando con vigore i polpastrelli, uno sull’altro, quindi scuotendoli nello stesso modo in cui si procede allo sganciamento di un cappero o caccola dalle medesime estremità, in circostanze peraltro diverse. La microscopica porziuncola sembra tuttavia resistere appiccicata all’indice. L’uomo, a quel punto, estrae ancora di tasca il candido fazzoletto e provvede con esso a pulirsi le dita, sempre usando la stessa mano la quale, al presente, è l’unica disponibile. Ciò gli costa una discreta fatica. Prima di riporre il fazzoletto l’osserva con attenzione.

” Chi l’avrebbe detto ! “, esclama nell’infilarlo in tasca.

” Che cosa ? “.

” Che mi ha succhiato fuori una bella gocciolina di sangue. Enorme, date le sue dimensioni “.

” Come puoi vederla in tutto questo buio ? “.

” Ti dico che l’ho vista. Una macchiolina scura sul luminoso candore del fazzoletto “.

” Temi una contaminazione genetica ? “.

” Non è questo … “.

S’interrompe. Sembra rammentare qualcosa. Sorride appena. Guarda in faccia il compagno.

” A proposito, ci abbiamo messo un anno giusto, giusto …”.

” Vale a dire ? “.

” Vale a dire che in questi giorni ricorre il primo anniversario dall’inizio dei nostri esperimenti “.

” Già “.

” È quasi entusiasmante “.

” Quasi “.

” Ricordi quando iniziammo, quell’afoso mattino in cui il professore ci chiamò fuori dal laboratorio e ci chiese se volevamo partecipare al progetto ? “.

” Era il diciotto di luglio “.

” Il ventuno, lo ricordo bene. Faceva un gran caldo anche allora “.

” Era il diciotto “.

” No, era il ventuno “.

” Va bene “.

” Al principio si era soltanto in cinque “.

” Il professore, noi due, l’andrologo e quella genetista tedesca con gli occhi chiari chiari e le labbra rosse come fragole mature. Come si chiamava … ? “.

” Inge Shell “.

” Già, era brava ” :

” E bella. Le piaceva fare l’amore in laboratorio “.

” Dietro la gabbia delle cavie bianche “.

” Già, solo topolini bianchi. I ratti le facevano senso, ricordi ? “.

” Già “.

” Ce la siamo passata tutti, la bella Inge, professore compreso “.

” Chi l’avrebbe mai detto “.

” Che cosa ? “.

” Che anche tu partecipassi agli incontri “.

” Fu lei ad attirarmi nel laboratorio e fu ancora lei a possedermi. Di forza, oserei dire … “.

” L’avevo immaginato “.

” Quando godeva squittiva come i topolini in agonia “.

” Già “.

” Proprio quelli. Il manto bianco delle piccole cavie le dava un senso di verginità in pericolo. Me lo confidò lei in persona. È probabile che si trattasse della stessa verginità che aveva perso da ragazza, magari in circostanze drammatiche, sopra un letto bianco, con lenzuola bianche e lei con le mutandine bianche che le venivano strappate via … Fatti che richiamava alla memoria mentre faceva l’amore in presenza del bianco manto dei topolini. Trasferimento, desiderio di riappropriazione … “.

” Mi pare una delle tue fantasie da psico-analista dilettante “.

” Chissà che fine ha fatto ? “.

” Una fine invidiabile. È a Berlino, all’Istituto Superiore di Genetica Umana “.

” Adesso siamo in diciannove tra ricercatori e tecnici di laboratorio full-time “.

” Più i contrattisti esterni “.

” Che sono quattro, se non vado errato “.

” Cinque “.

” Pensa quanti soldi si costa all’istituto “.

” Preferisco pensare a quanti ne riceverà dopo che avrà brevettato la formula e immesso il preparato al consumo “.

” Mille, centomila, un milione di volte tanto ! “.

” E noi ? “.

” Noi diventeremo ricercatori al top. Offerte dai più prestigiosi centri di ricerca genetica di tutto il mondo ! “.

” Piano, my friend. Manca ancora uno step, quello definitivo e veramente probante “.

” Il test del preparato sull’organismo umano non rappresenta una vera e propria incognita per quanto riguarda la risposta del soggetto trattato. Noi sappiamo che la risposta umana, in questi casi, non può essere completamente dissimile dalla risposta fornita dalle cavie di laboratorio. Occorrerà procedere a degli aggiustamenti, questo sì “.

Gli occhi si cercano nel buio. Luccicano ad entrambi.

” Comunque, non sarà una passeggiata “.

” Troveremo il soggetto adatto. È soltanto una faccenda di denaro, in fondo. E il denaro per il progetto, all’istituto, non manca di certo “.

” La fai troppo facile, tu “.

” In una città grande come questa, quanti pensi che siano i pensionati tra i sessanta e i settanta che non arrivano a fine mese con i quattro soldi che gli rifila la previdenza sociale ? “.

” Un esercito “.

” E allora ? Si tratta di selezionare il soggetto adatto tra decine di migliaia di potenziali esemplari “.

” Sì, ma non si può pubblicare un annuncio sui giornali “.

” Certo che no. Occorre cercarlo con discrezione il nostro uomo. Informandolo, quando lo abbiamo trovato, sempre con discrezione, di quali saranno i benefici che gli verranno dal trattamento. Oltre a una bella sommetta per il disturbo, naturalmente … “.

” Naturalmente “.

” E i rischi cui va incontro, sarà il caso di fargliene menzione ? “.

” Non ci sono rischi “.

” Mah, il norvegicus qualche problemino ce l’ha creato … “.

” Il norvegicus è il norvegicus. L’uomo che noi cerchiamo è un’altra cosa …, e poi i danni collaterali sono sempre da mettere in conto nella ricerca avanzata, ma non si sottraggono dal risultato finale. Io non li enfatizzerei. Si può affermare che tutto o quasi, nel mondo, è un danno collaterale, anche un contrattempo foriero di novità “.

” Non ti seguo … “.

” Le conseguenze di un fatto, qualsiasi fatto, possono essere negative o positive. Se sono positive, tutto passa. Nel caso siano negative, ed è di gran lunga la possibilità maggiore, allora diventano danni collaterali, almeno in piccola parte. Chi ci fa caso, in sostanza ? “.

” Non ti seguo … “.

” Non fa niente “.

Insieme sospirano. Lanciano al cielo un lungo sguardo, sempre insieme, alla pallida rotondità della luna, alle sue macchie scure, profonde come antiche tumefazioni. I loro volti appaiono come scarnificati nel gioco bianco e nero di luci ed ombre. Sembrano molto vecchi, decrepiti, se non fosse per la lucentezza degli sguardi che vivificano il loro sembiante. È un momento di magica sospensione per entrambi. L’aria è calda e ferma. Non circola un’anima attorno, nemmeno sull’asfalto dell’arteria. Anche i grilli tacciono, forse stremiti dal generale silenzio della notte. Non è escluso, tuttavia, che si tratti di cicale. Poi, d’improvviso, un suono buca l’aria.

” Hai sentito ? “.

” Sì “.

” Che cosa sarà stato ? “.

” Sembrava una sorta di richiamo … “.

” Una specie di lamento … “.

” È venuto da dentro “.

” Dentro che cosa ? “.

” Dentro la casa “.

” La casa ? Quale casa ? “.

” Dietro questo muro sbrecciato “.

” Ah … “.

Col braccio teso indicano entrambi il buio oltre la breve parete di mattoni. Quattro occhi attenti frugano di là. Poi i due muovono alcuni passi, altrettanto attenti, e trovano una breccia nel muro. Scavalcano e inciampano in alcune pietre, forse mattoni, sparse al suolo. Quindi si sporgono in avanti e cercano la forma di quel suono, ma non scorgono altro che chiazze di diversa oscurità. I loro nasi, al contrario, percepiscono chiaro un sentore, un tanfo, meglio, che si sovrappone all’odore del verde cresciuto incolto all’interno della disastrata bicocca. Un netto, indiscutibile puzzo di merda. Tante cagate insieme, per la precisione, di diversa anzianità. Confrontano gli sguardi, palesemente titubanti. E anche schifati. Tuttavia la curiosità è forte e vince sul timore di cui sempre si nutre l’ignoto e i due si fanno ancora avanti. Scendono cauti sopra un fondo morbido, cedevole. Si tratta forse di erba, ma non è facile discernere. Sopra le loro teste non c’è soffitto. Non rimangono che due sgangherate travi a coprire il cielo incombente.

” Non vedo che un tratto d’erba incolta, ma più che vederla la indovino. È tutto così buio “.

” Vedo un grande cespuglio. È una cosa grossa cresciuta contro un pezzo di parete. La vedi ? È vasta, più chiara del resto che ha intorno “.

” Sì, mi pare … “.

Aguzza ancora di più la vista.

” Non è un cespuglio, però … “.

” Tu dici ? “.

” Dico di sì . Quella cosa si muove, forse è uno spiffero d’aria a muoverla, sebbene, di aria, non mi pare che ne circoli da queste parti, al momento. È come attaccata al muro. Sembra un sacco imprigionato tra i rami del cespuglio e quella mezza parete “.

” Potrebbe trattarsi di un sacco nero dell’immondizia caduto da un furgone dell’AMSA “.

” Poco credibile “.

” Magari qualcuno lo ha scaraventato qua dietro … “.

” Vale a dire ? “.

” Uno che voleva liberarsene evitando i canali tradizionali dello smaltimento rifiuti “.

” Vale a dire ? “.

” Un tale che ha fatto a pezzi la moglie e ha pensato bene di smaltirla in un modo non convenzionale “.

” Poco credibile “.

” Succede, che cosa credi ? “.

” Succede, certo, nei filmetti horror di cui ti ingozzi la sera prima di addormentarti “.

” Sarà, ma se ne legge anche sui giornali, ogni giorno … “.

” Ripeto che è poco credibile. Tuttavia, se si tratta davvero di immondizia possiamo anche andarcene “.

” Però i sacchi dell’immondizia non possiedono la capacità di lamentarsi “.

” Non sarei così sicuro di avere udito qualcosa che somigliava a un lamento “.

” Neanch’io “.

Raddrizzano le schiene come un sol uomo. L’intenzione tacitamente condivisa, a questo punto, è quella di andarsene. Stanno per scavalcare la breccia nel muro e saltare di là quando il suono si ripete. Chiaro. Cupo. Breve.

” È stato un lamento, non c’è dubbio “.

” Una sorta di brontolio frammisto a un colpo di tosse. Tosse catarrale “.

” Se lo dici tu, dopo che hai speso sei mesi a esaminare espettorati di soggetti tubercolotici … “.

” È roba vecchia, chi ci pensa più “.

” Potrebbe essere umano… “.

” Potrebbe … “.

Riportano gli occhi laggiù, dov’è stata l’origine del suono. Quella specie di sacco pare ora muoversi. Si tende. Ritorna. Sembra davvero incagliato nel cespuglio, come legato ad esso.

” C’è vita laggiù ! “.

” Forse è il gioco di una corrente d’aria attiva in quell’angolo “.

” Quale corrente d’aria ? “.

” Nulla, dicevo così … “.

” Quella cosa vive, ripeto. Potrebbe trattarsi di un essere umano “.

” La pensi una cosa credibile ? “.

” Oppure un cane, un gatto o un coniglio imprigionati dentro un sacco e poi scaraventati là sotto “.

” Un cane, un gatto o un coniglio imprigionati dentro un sacco sarebbero molto più rumorosi di quanto ci accade di udire e anche vedere ora laggiù. E poi, si è mai sentito di tosse catarrale in cani, gatti o conigli ? “.

” Non saprei, sei tu l’esperto di espettorati “.

S’ode un breve sogghigno, o qualcosa di analogo, non chiaramente attribuibile a uno dei due. E nemmeno ad animaletti di piccola taglia “.

” Questo mi pare abbastanza credibile “.

” Andiamo a prenderlo “.

Fanno qualche passetto indietro e posano delicatamente le giacche sul muretto e di nuovo scavallano di là.

” Siamo certi di fare la cosa giusta ? “, si dicono insieme.

Ora sono fermi. Diritti. Vicini. Si cercano gli occhi, che non trovano per via del solito buio.

” Vale a dire ? “.

” Potrebbe rivelarsi imprudente recuperare quella specie di relitto, o reperto, o carcassa. O qualunque cosa sia. E se si trattasse effettivamente di un uomo ferito, o moribondo ? Oppure di un futuro cadavere, un suicida che sta esalando l’ultimo respiro ? “.

” Cominciamo col tirarlo fuori, poi vedremo “.

Il più basso dei due si accuccia al suolo. Gli crocchia un ginocchio. Percepisce la carezza dell’erba sui risvolti dei pantaloni. È una sensazione che trova fresca e gradevole. Tuttavia ha un paralizzante sospetto, ma si rifiuta di pensare che vi possano essere reperti organici nelle immediate vicinanze, tipo cagate di randagi, sopra le quali disgraziatamente scivolare. Ma non è che una speranza senza costrutto. Invece l’odore del cespuglio e di ciò che contiene, ora che gli è vicino, è puro e schifoso tanfo.

” Ecco, perché ora non mi parli dei tuoi ferormoni. Trovi eccitante ‘sto disgustoso tanfo ? “.

” Vale a dire ? “.

” Lasciamo perdere. Dammi una mano, invece. Con l’altra afferrati saldo al muro che ti sta dietro. Reggimi forte mentre mi avvicino alla cosa dentro il cespuglio. Non mi va di finire per terra, in piena notte, attaccato a qualcosa che somiglia a un fetente corpo umano “.

Si allunga verso il basso mentre l’altro gli serra la mano nella sua. Distende tutto il braccio e arriva a toccare il cespuglio.

” Quest’erba è umida “.

Scruta ancora il grande fagotto.

” Puzza maledettamente ! “.

Afferra un ramo del cespuglio, uno che gli pare robusto. Tira. Strappa. Sente che regge. Allora lascia la presa del compagno e cala al suolo scivolando con le chiappe sull’erba.

” Sembra spalmata di burro … “, mormora.

” Che cosa ? “.

” L’erba “.

” Dell’erba spalmata di burro …, questa mi giunge del tutto nuova “.

” Sarà mica …? “.

” Che cosa ? “.

” Merda ! “.

” Non credo. Soltanto le feci di recente deposizione risultano spalmabili, e neanche tutte. Qui c’è soltanto una certa abbondanza di vecchie o antiche deiezioni, per loro natura disidratate e non più spalmabili. Ma, se anche fosse, ci vuole altro per schifare un biologo che si è gingillato per anni con espettorati di soggetti tubercolotici “.

” Ora basta, per favore. Però scivolo ! “.

Infatti avanza troppo rapidamente, quasi scendesse un declivio. Fino a perdere l’equilibrio. Riesce tuttavia a non mollare la presa sul ramo. Infine si ferma tutto storto a ridosso del cespuglio. Si raddrizza con fatica. L’altro, alle sue spalle, osserva attento quel poco che riesce a vedere.

” Ridammi la mano, non mi sento per niente sicuro in mezzo a tutto questo buio “.

” Eccola “, risponde pronto il compagno, il quale distende subito il braccio e gli porge la mano aperta che l’altro afferra prontamente.

Così rimangono per alcuni secondi. Fermi, tesi, con il respiro che sibila rumoroso fuori dalle loro bocche. Colui che sta sopra comincia a stancarsi. Il braccio teso gli formicola. Le giunture del gomito e della spalla, misere giunture da biologo, stirate oltremisura, pungono. Come se aghi acuminati vi penetrassero contemporaneamente in parecchi punti.

Sprofondati nel buio della notte sarebbero praticamente invisibili se non fosse per le camicie bianche comunque percepibili all’occhio, nonché il rumore graffiante del loro respiro, anch’esso chiaramente percepibile da un normale orecchio umano.

” Ho messo un piede contro la cosa ! “.

Sbuffa. Si ritrae, ma subito protende il braccio. Gli è sopra. Allarga le dita. Riesce a ghermire il fagotto. Lo sente informe, pesante, ma cedevole. Solleva la testa di scatto.

” Non è un sacco ! “, sbotta nel fiatone, ” E neanche un fagotto. Ho stretto qualcosa che … “.

” Vale a dire ? “.

” Qualcosa che mi ricorda un braccio umano ! “, strilla.

” Allora si tratta veramente di un uomo ? “.

” Direi di sì “.

” È morto ? “.

” Come faccio a saperlo ? “.

” Qualche sensazione, andiamo …, sei un biologo, dopo tutto “.

” Non mi sembra rigido “.

” Ecco, così va meglio “.

” Sento del calore … “.

” Ancora meglio “.

” Che cosa faccio ? “.

” Trascinalo un pezzo in qua “.

Avvinghiato alla mano dell’altro, contratta attorno alla sua, serra le dita della mano superstite intorno a ciò che suppone essere un braccio umano. Comincia a tirare. A quel punto anche lui percepisce pugnalate di aghi gelati all’innesto del braccio nella spalla. Dapprima gli sembra di non riuscire a smuovere il voluminoso reperto. Poi, di colpo, lo sente venire, quasi che anch’esso, inopinatamente, partecipi al recupero di sé stesso. Adesso è tutto fuori. Un ammasso grigiastro e scomposto schiacciato tra le ultime radici del cespuglio.

Si guardano negli occhi.

” Puzza da morire ! “.

” Tira ! “.

Bloccano il fiato in gola. Inspirano. Tirano. Espirano. Inspirano. Tirano. Espirano. Strappi che assomigliano a pesanti vogate di canoa entro un fiume di fango essiccato. Infine il corposo fagotto arriva sotto la breccia nel muro dalla quale sono entrati. L’osservano muti per lunghi secondi, le schiene piegate dalla fatica, i volti madidi di sudore. Il respiro di entrambi si divide equamente in rantoli e sibili. Nonostante aguzzino due paia di occhi, ciò che vedono con qualche chiarezza è ancora pochino.

” Pantaloni e camicie sono da buttare via “.

” Come fai a vederli, con tutto questo buio ? “.

” Dico i nostri pantaloni e le nostre camicie “.

” Ah … “.

” È un uomo, avevi ragione “.

” Aggiungerei le scarpe “.

” E anche grosso “.

” Solo le tue. Le mie non sono poi così conciate “.

Si chinano su di lui. Lo toccano con mani prudenti, ma curiose. Il più vicino gli porta un orecchio accanto alla bocca.

” Respira appena. Il suo respiro suona come una grattugia. Pare un respiro stanco, da vecchio “.

” Giovane, certo non è “.

” Vale a dire ? “.

” Ha i capelli bianchi, quasi certamente “.

” Come puoi affermarlo entro una simile oscurità ? “.

” Mio caro collega, ha dimenticato che il capello senile, ovvero bianco, è riconoscibile al tatto rispetto alla chioma di un giovane ? “.

” Vale a dire ? “.

” È più sottile al tatto, più fragile “.

” Non lo ricordo, ma se lo affermi tu, sono d’accordo “.

” Facciamo un rapido check up delle sue condizioni fisiche, poi decidiamo che cosa farne “.

Ora gli calano sopra entrambi, ciascuno palpando e osservando qua e là per il corpo.

” Il polso è debole “.

” L’importante è che un polso ci sia “.

” L’arteria del collo pulsa “.

” Il cuore si sente appena “.

” Il soggetto mantiene una strana postura. Innaturale, direi. Deve essersi rotto da qualche parte in basso. Forse il bacino, oppure un femore “.

” È conciato male. Il volto è coperto di escoriazioni e gonfiori che si sentono benissimo al tatto “.

” Per la maggior parte sembrano tuttavia danni lievi. Una volta lavato e ripulito del sangue e del terriccio in volto e sul collo … “.

L’osserva molto da vicino.

” … e anche sulle braccia e sul tronco, non dovrebbero rimanere che tagli superficiali, abrasioni, ecchimosi e contusioni di varia entità. Poi si tratterà di accertare eventuali fratture interne e traumi cerebrali “.

” Vale a dire ? “.

” Chiamo un’ambulanza “.

Tende una mano. Raggiunge la giacca posata sul bordo del muro. Sguscia il cellulare dalla tasca interna. Il suo gestire non è privo di una certa plasticità, quasi elegante. Sarà per via della giovane età, oppure per altri motivi al momento insondabili. Porta il cellulare davanti al naso. L’accende. Il quadro s’illumina d’intenso verde.

” No, aspetta ! “.

Le facce si cercano. Gli sguardi s’incontrano. Dopo un istante lampeggiano, come per una luce, un ‘idea che li illumina entrambi. Il cellulare torna a riposare nella tasca interna della giacca del proprietario.

” Si tratta di un soggetto anziano. Magari é un sessanta, settantenne in andropausa … “.

” Vale a dire ? “.

” Un soggetto tipo quello che ci serve “.

Calano di nuovo sulle ginocchia. Riprendono a osservare il ferito. E, insieme, scorgono qualcosa che gli si muove tra le gambe contratte, che pare volerne uscire. Una cosa lucida e scura più della notte che infine si stacca dal corpo dell’uomo, lenta e sinuosa.

” Una pantegana ! “.

S’ode un piccolo riso soffocato, comunque secco e breve.

” Mi meraviglio, collega, che si rivolga in tal modo a un esponente delle creature che ci porteranno prestigio e denaro per i prossimi vent’anni “.

Si tratta, in effetti, di un topo grosso e umido d’acqua che prende a scendere verso il fondo del muro, senza eccessiva premura, diretto, forse, a una roggia nei dintorni. Ciò spiegherebbe lo stato del pelo umido d’acqua. La coda, più chiara del corpo, lo segue sinuosa come una serpe.

” Credo che l’amico stesse per accingersi a fare uno spuntino con le tenere cosce del nostro uomo “.

” Tenere, non direi “.

” Vale a dire ? “.

” Non siamo in presenza di un poppante, mi pare “.

” Se non si interveniva noi a tirarlo fuori dal cespuglio, quel ratto e altri suoi simili … “.

Cerca con gli occhi tra le gambe del ferito.

” … che di sicuro stanno acquattati nei dintorni, se lo sarebbero mangiucchiato per bene a partire dalle parti molli, quelle che loro prediligono, e domattina qualcuno avrebbe trovato costui più che defunto e mancante dei genitali e altre tenere parti. Il soggetto è troppo debole per opporre un qualsiasi tipo di resistenza contro i topi di roggia. Sai i fantasiosi titoli dei quotidiani, domani:

‘ anziano pensionato mutilato dei genitali nei pressi dell’Idroscalo ‘, oppure: ‘ maniaco mutilatore evira un vecchio pensionato in un prato di periferia ‘ “.

” Si tratta di un bell’esemplare di rattus rattus “.

” Non direi: lo definirei, piuttosto, un rattus norvegicus “.

” Una pantegana, appunto “.

” Di nuovo quel termine. Un po’ di rispetto, collega ! “.

Stira le guance in un breve sogghigno. Scende sulle ginocchia. S’ode un secondo crocchio.

” Insisto nella mia versione … “, ripete l’altro, ” …è un rattus rattus “.

” Ti dico che trattasi del norvegicus. Osserva il pelo. È ispido e lungo, e scomposto. Caratteristico della varietà norvegicus. E le dimensioni, davvero ragguardevoli. E poi la sicurezza, la fiducia nei propri mezzi di difesa e di offesa. Se ne va tranquillo con noi due che gli soffiamo sopra a mezzo metro di distanza “.

” Certo che è bello grosso. Sarà lungo almeno venti centimetri, con la coda altrettanto lunga “.

” È un esemplare da concorso “.

” Quasi migliore dei nostri “.

Gli si rivolge come a un gattino.

” Sarei tentato di portarti all’istituto, mio caro. Ci faresti comodo da quando Hulk si è messo in aspettativa di passare a miglior vita. Però devi essere un maschio, altrimenti non ci interessi. Sei dunque un maschio ? “.

Lo guarda di fino. Sposta il capo di qua e di là. Il proprio.

” Non si capisce, la luce non è delle migliori. Comunque non puoi unirti a noi. Siamo sprovvisti di una gabbia. Sarà per la prossima volta, mio caro “.

Senza alzarsi da terra protende busto e braccia come per avvicinarglisi ulteriormente.

” Guarda “.

” Che cosa fai ? “.

Dal basso alza gli occhi in faccia al compagno. Storta le labbra in un mezzo sorriso, forse meno. Quindi infila una mano nella tasca dei pantaloni. La destra, pare. Gli costa una certa fatica nella sua posizione contratta. Fruga a lungo. Apparentemente cerca qualcosa di minuto non facile da raggiungere o da trovare. Infine estrae la mano dalla tasca. Annusa le dita. Piega di nuovo la bocca in un mezzo sorriso. Forse meno.

” Gli offro qualcosa di allettante “.

” Che cosa ? “.

” Sono alcune briciole del prelibato mangime che nutre i nostri pensionati all’istituto. Me ne rimangono sempre dei frammenti in fondo alle tasche. I nostri ne vanni pazzi. Dovrebbe piacere anche a lui “.

Allunga la mano verso il ratto che si sta allontanando. Agita le dita nell’aria.

” Spargo il profumo del cibo attorno. Le sue finissime narici lo cattureranno in pochi secondi “.

Ne bastano un paio. Il ratto s’immobilizza lungo il percorso di allontanamento. Volge il muso. Porge le narici all’aria. Infine scopre l’origine dell’odore. Allora esegue un rapido dietro front e prende a trotterellare in direzione delle dita protese verso di lui. Il naso freme con le lunghe vibrisse. È quasi sul punto di toccare la punta delle dita quando gli sfuggono verso l’alto. Il ratto s’immobilizza.

” È sveglio l’amico. Quasi, quasi l’accarezzo “.

Ripete il gesto di tendere la mano verso il ratto che è ancora immobile ai suoi piedi.

” Ma non sarebbe cosa saggia. Dovrei lavarti, disinfettarti, vaccinarti e visitarti prima di sfiorarti con un solo dito “.

” Vado a recuperare l’auto. Sarò di ritorno tra cinque minuti. Lo carichiamo e lo portiamo all’istituto. Poi decideremo che cosa farne “.

” Parli del ratto ? “.

” Parlo del soggetto “.

” Ah … “.

” La decisione spetterà comunque al professore, è sempre lui che decide “.

” Ok, fai presto “.

” Vado … “, dice, ” … nel frattempo, tu, lascia stare il ratto “.

Ridacchia. Raccoglie la giacca dal muretto, la sua si presume, la indossa ed esce svelto sulla strada. Traversa e s’incammina in direzione del circolo. L’altro ne segue per un istante l’andare, poi raccoglie la giacca rimasta sul muretto, la sua di sicuro. La indossa e, con la coda dell’occhio, osserva il ratto che, compiuto un rapido dietro front, scompare nell’ombra silenzioso come una biscia. A questo punto si china sull’uomo contratto nell’erba. Il quale si è mosso. Ha disteso parzialmente una gamba. L’altra è malamente piegata verso l’esterno.

” Sembri un manichino svitato “.

Lo scruta dalla testa ai piedi. Più volte.

” Certo che hai un bel corpaccio “, mormora. Il suo tono suona pensoso e anche schifato.

Dapprima prova a girarlo e poi a sollevarlo, almeno in parte. Vorrebbe osservarne il volto alla luce del lampione stradale, non proprio vicinissimo. Tenta per tre volte. Per tre volte gli crolla di lato.

” Sembri rotto dappertutto “, sibila fuori nel respiro che si è fatto grosso.

” E pesi maledettamente ! “, aggiunge.

Una specie di grugnito fa eco alle sue parole. Seguito da un gemito e da un fremito lungo le gambe.

” Non ti muovere, potresti peggiorare la tua situazione “.

Ora gli è molto vicino. Ne percepisce tutto il tanfo dentro il naso. Puzza di vino rancido, di vecchi sudori, di orina stantia. Anche un poco di merda, a completamento dell’esame olfattivo.

” Il rilassamento del viscere porta alla fuoruscita di feci e di altro materiale organico. Orina e umori vari. Ma il viscere cede così solo in prossimità della morte … “.

Lo scruta in volto.

” Starai mica per morire, proprio adesso, vecchio scemo ?! “, strilla fuori palesemente irritato. Lo scuote alle spalle.

” Dai, sveglia ! Datti una mossa ! “.

Lo scuote ancora e ancora. Lo schiaffeggia. Poi si calma. L’osserva per quanto è lungo.

” Sei grande e grosso, almeno ottanta chili. Domani appureremo tutto su di te “.

Dal tronco in su è visibile soltanto un volto largo e forte sotto una gran massa di capelli bianchi spartiti in ciocche forse unte, comunque sporche.

” Null’altro che il puzzo infernale del tuo corpo mi è chiaro, per ora. E sembra addirittura che aumenti ! “.

Lo afferra per i capelli. Tira. Se aveva in mente di fare qualcosa, al di là di una piccola offesa, forse gratificante data la situazione, pare che abbia cambiato idea, perchè molla improvvisamente la presa. La grande testa di capelli bianchi crolla sull’erba.

” Ti lascerei volentieri quaggiù, a morire presso le fresche acque dell’Idroscalo, in compagnia di una banda di ratti affamati, e me ne tornerei alla festa del circolo. Ma ciò non è possibile. Sei un fetentissimo, ma potenzialmente preziosissimo reperto che dobbiamo trasportare all’istituto. Sembri destinato a servire la scienza, mio caro, ma in un modo assai piacevole, spero. Lo spero per te … “.

Ride piano, in modo secco e nervoso. Nel frattempo, laggiù in fondo alla strada, sono comparsi i fari accesi di un’auto.

Foto: © Eleonora Tarantino

 

 

 

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