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E arrivò la spuma...

di Redazione

C’era una volta il post ‘68 delle rivoluzioni e delle ricostruzioni sociali. Di pantaloni a zampa, capelloni, figli dei fiori, Fiat 124 e 127… Mi spedirono, d’estate (avevo un’età compresa fra i 5 e gli 8 anni), ai laghi anzichè al mare. Immaginatevi un ragazzino di Bari, abituato a vivere a meno di 10 chilometri dall'acqua, che va a trovare i nonni (lombardi) ai laghi: Abbiate Guazzone, provincia di Varese. Bene. Un giorno, dopo aver esplorato il borgo, dalla finestra della camera di nonna Graziella vidi un mondo che pulsava e lavorava e correva e caricava e scaricava… la spuma! A Caslino al Piano, vicino al lago di Como, c’era un deposito della Spumador S.p.a. dove con l’acqua della fonte di S. Antonio producevano 2 bevande: spuma classica e spuma all’arancia. Le prime pubblicità comparvero negli Anni ‘30 sui muri dei paesi lariani e sul retro dei pullman di linea: un boccale di vetro che strabordava di schiuma Spumador. Poi, cartelloni pubblicitari raggiunsero le vie di Milano e le fiancate dei tram. Nel 1922, il "patron" dell'azienda Antonio Verga si trasferì a Lomazzo e iniziò a produrre la bibita col marchio Spumador, riscuotendo immediati consensi fra i consumatori. La caratteristica bottiglia, chiusa da una pallina di vetro, le meritò l'appellativo di "ul sciampagn de la balèta" (lo champagne con la pallina). Nel ’38, Antonio inventò la Spumador Classica, nota ancora oggi come Spumador 1938. Bibita dal gusto caratteristico, simile a quello del chinotto.

Ma torniamo alla mia, di storia. E alla spuma, protagonista della mia vacanza. La camera di nonna Graziella si affacciava all’interno di un deposito della Spumador. Accatastate, davanti alla finestra, decine di cassette da 12 bottiglie di vetro di quella nera che avevo assaggiato e mi era sembrata buonissima: come la Coca-Cola, ma meno gassata e anche meno dolce. La mia mano, riusciva a passare attraverso le inferriate della finestra. Al contrario della bottiglia. Allora ne presi una e la stappai girando il tappo. Ma una volta aperta, dovevo trovare il modo di poterla bere, visto che dalla finestra passava solo una parte del collo della bottiglia ed era impossibile piegarla per poterla versare in un bicchiere. Così, cominciai a berla a canna. Trovato il metodo, riposizionai la bottiglia nella cassetta. Lo stesso gesto per 13 giorni. Al quattordicesimo, mentre mi stavo tracannando come al solito la spuma, vidi con la coda dell’occhio un operaio che mi stava fissando con un sorriso incredulo. Mi disse: «Non ti preoccupare. Non lo diciamo alla nonna». Ritappai la bottiglia cercando di rimetterla a posto e lui, gentilissimo, proseguì: «Sei stato così bravo che voglio far vedere ai miei amici come hai fatto». Chiamò gli altri operai e io (intimorito, ma poi incoraggiato dalle loro risate) mostrai a tutti come facevo a prendere e a bere la Spumador. Subito dopo, arrivò un altro signore ben vestito e simpatico. Era il proprietario del deposito. Mia nonna, che nel frattempo ci aveva raggiunti piuttosto allarmata, gli chiese quanto gli doveva per la mia marachella. Lui, sorridendo, le disse che andava bene così. E mi regalò una cassetta intera di bottiglie: 6 nere + 6 all’arancia. «Queste le offro a Nicola, visto che la spuma gli piace così tanto e ci ha messo allegria». La mia vacanza si concluse da lì a poco, e di quei giorni conservo soprattutto quel ricordo. Ma adesso corro a cercare la Spumador. Al supermercato, naturalmente.

www.spumador.com

Foto: Spumador

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