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Photo-Me by Philippe Starck
Gillian Wearing
Cindy Sherman
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Derrière le rideau – L’Esthétique Photomaton

di Stefano Bianchi

Certo che me la ricordo, la cabina per le foto. Si entrava, e dopo aver inserito una monetina ci si sedeva sullo sgabello regolandolo per bene in altezza. Poi si tirava la tendina e… fermi, immobili, belli dritti prima che scoccasse il flash. Dopodichè, una volta usciti si recuperava la banda delle fototessere da incollare su patente, carta d’identità e passaporto. A un tratto, impolverata e un po’ acciaccata, la fotomacchina è pressochè scomparsa dalle stazioni ferroviarie e dalle metropolitane d'Italia. Viceversa, se ne incontrano ancora parecchi esemplari a Parigi che si portano appresso il ricordo d’una lunga vita. C'era una volta la rivoluzionaria Photomaton, era nata come prototipo all’Exposition Universelle del 1889, dopo vari brevetti si era automatizzata e semplificata nel 1926 per merito di Anatol Marco Josepho trovando degne collocazioni a New York, poi era tornata nella Ville Lumière, aveva conquistato le smorfie dei Surrealisti e si era sparpagliata in giro per il mondo. Adesso, da vero oggetto di culto, s’è messa a fare tendenza come Photo-Me. Rilanciata, cioè, in fior di design da Philippe Starck con tanto di sgabello rosso fluo ergonomico, connessione Internet, porta USB per salvare le fotografie, sfondi 3D e un “touchscreen” per condividere gli scatti su Facebook, Picasa, Flickr e via e-mail. Ce n'è una all'ingresso della Gare de Lyon parigina.

Photomaton = Mito? Restyling ma soprattutto memoria storica? Certo che sì, a giudicare dalla mostra al Musée de l’Elysée di Losanna che in 6 tematiche (La cabina, Automatismo, La striscia, Chi sono?, Chi sei?, Chi siamo?) punta l’attenzione sulle geniali doti del marchingegno. In primis: sviluppare in pochi minuti e a poco prezzo non un semplice ritratto ma più scatti in successione, dando a ognuno la possibilità di “mettersi in scena”. E che molti artisti, pur di “apparire” o “far apparire” i loro soggetti, si siano fatti ossessionare dal Photomaton, lo testimoniano 600 lavori su diversi supporti (foto, dipinti, litografie, video) realizzati da 60 stelle dell’arte moderna e contemporanea. Osservate ad esempio il surrealista Yves Tanguy, mentre si esibisce dinnanzi all’obbiettivo con boccacce, tic nervosi e sguardi stralunati. Cindy Sherman, invece, s’è fatta ritrarre come una “femme fatale” e Gillian Wearing immortalare nella sfrontatezza dei suoi 17 anni; Andy Warhol ha messo in posa se stesso, uomini e donne per poi ritoccarli, colorarli e ricavarne serigrafie; Jan Wenzel ha impresso sulle fototessere solo la fatidica tendina rossa; Mathieu Pernot ha convinto 3 bimbi pestiferi (Jonathan, Mickael e Priscilla) a posare in cabina. E così via, fototessera dopo fototessera, da Arnulf Rainer a Gerhard Richter passando per Thomas Ruff, Richard Avedon, Franco Vaccari, André Breton, Max Ernst, Joseph Beuys, Ben Vautier, Wolf Vostell… Per tutti, un bel “cheese!”. Tranne che per il plumbeo Francis Bacon, il quale dipinse molti autoritratti partendo proprio da quegli scatti/francobollo.

Derrière le rideau – L’Esthétique Photomaton
Fino al 20 maggio, Musée de l’Elysée, avenue de l’Elysée 18, Losanna
tel. 0041-21-3169911
Catalogo Editions Photosynthèses, CHF 80


www.elysee.ch

www.myswitzerland.com

Foto: Photo-Me by Starck
Gillian Wearing, Self Portrait at 17 Years Old, 2003, Collection of Contemporary Art Fundació ‘La Caixa‘, Barcelone, © Gillian Wearing, courtesy Maureen Paley, London
Cindy Sherman, Untitled, 1975, © Courtesy of the Artist, Metro Pictures, collection Musée de l’Elysée, Lausanne
 

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