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Vestire degenere
Cross-player Tokyo
Antony Hegarty
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Vestitevi & Mixatevi

di Stefano Bianchi

Ci sono state donne coi pantaloni come Lady Troubridge, capelli a caschetto e monocolo, ritratta nel 1924 da Romaine Brooks, e uomini con le gonne come il David Bowie dalla lunga chioma effigiato nel ’70 sulla copertina di The Man Who Sold The World. Giovani mods dallo sguardo evidenziato dall’”eye-liner”, jeans attillati e calzini rosa shocking, e modelle ossute/asessuate come Twiggy. Capelloni che facevano esclamare ai “matusa” «ma è un maschio, o una femmina?», e mascolinizzate femmine sadomaso stile Grace Jones. E si potrebbe continuare all’infinito, sull’onda di mode e comportamenti più o meno ribelli che hanno oltrepassato il limite, rotto le righe, fuso il maschile col femminile e viceversa. In Vestire degenere – Moda e culture giovanili, l’antropologa Alessandra Castellani ci racconta di sessualità che si sono ribaltate per dar vita a nuove identità. Di un codice d’abbigliamento che ha sottolineato a colpi di stoffe, vestiti, “make-up” e tagli di capelli, i mutamenti più radicali della società.

Coglie nel segno, il puritano inglese William Prynne, quando nel ‘600 dichiara che «a dispetto della metamorfosi dei nostri ruffiani inglesi con i loro ricci e capelli deformati e increspati, le nostre gentildonne, quasi volessero trasformarsi in uomini e portare i pantaloni o farsi suore papiste, sono ormai andate così al di là del pudore, della modestia, della grazia e della natura, da tagliarsi i capelli come gli uomini, riccioli e ciuffi inclusi». Da quell’epoca esteticamente trasgressiva, siamo arrivati al ‘900 delle smaccate contraddizioni dettate dall’Haute Couture, dal “prêt-à-porter” o semplicemente da noi stessi. Se l’Elvis Presley degli Anni ‘50 ha fatto spesso e volentieri uso del mascara, il glam rock dei ’70 ha imposto nel look una valenza androgina e bisex. Poi è arrivato il nichilismo punk fatto di lacerazioni, lamette, spille da balia e catene, popolato da maschi e femmine impegnati a “vomitare” il loro “unisexsconfitto e vittimista. E se il post-punk, negli Anni ’80, ha rimesso in gioco la fisionomia del dandy trasformandola in un incipriato “new romantic” (da Boy George a David Sylvian, passando per Adam Ant), tutto si è ri-annerito ed emaciato col dark e poi col gothic mixando identità orrorifiche e feticiste, decrittando le ambigue personalità di Madonna e Marilyn Manson. Ma oggi, cosa ci cuciamo addosso? Sogni e desideri che, di nuovo e più che mai, corrotti dal web e dal reality show, scandiscono altre identità: drag queen, drag king, transgender, emo… E allora succede che a Tokyo, imperturbabili e ipertruccate “gothic-lolite” sfoggino pizzi e merletti alimentando il “kitsch” della nostalgia. E che fra maschile e femminile, dolorosamente, Antony Hegarty elasticizzi il proprio canto da vibrato a voce bianca. D’altronde, al di là d’ogni genere possibile, in musica e nell’abbigliamento, è lui il degno epilogo del vestire degenere. A dirlo è Boy George: «La vulnerabilità di Antony è così sincera e potente da farne una vera star».

Alessandra Castellani, Vestire degenere – Moda e culture giovanili, Donzelli Editore, 212 pagine, € 24

www.donzelli.it

Foto: Cross-player al World Cosplay Summit di Nagoya, 2009, © Valentina Zanobelli
Antony Hegarty, 2005

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