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Balloon Dog by Jeff Koons

Jeff Koons.

Fenomenologia del Kitsch.

di Stefano Bianchi

Da quando nei famigerati Anni ’80 ha spremuto come un limone l’edonismo reaganiano, Jeff Koons non ha fatto altro che insinuare dubbi: genio? ciarlatano? cinico marketing manager? clone “warholiano”? fotocopia “duchampiana”? Lui ha sempre tirato dritto dicendo: «Se chi osserva le mie opere avverte una sensazione di consumismo o di cultura di massa, è perché lavoro a rappresentazioni che sono familiari e appartengono all’immaginario collettivo. Non ho mai voluto creare opere Pop. Ho sempre desiderato, semmai, concepire cose che piacciono alla gente perché è quello che cerco anch’io. Voglio trovare cose che mi danno piacere, che in qualche modo esaltano il senso dell’esistenza». Amatissimo o criticatissimo – senza mezze misure – l’iper quotato Koons è un abile descrittore della vacuità contemporanea fatta di kitsch a regola di vita e di glamour a regola d’arte. Fan di Marcel Duchamp e di Andy Warhol, li ha citati pressochè all’infinito aggiornando l’estetica del ready-made (il primo) e il display numerico della serialità (il secondo). Che poi abbia snobbato Andy per depistare i criticoni («Spesso collegano il mio lavoro al suo. In realtà mi sento più legato a Roy Lichtenstein, Salvador Dalí, Ed Paschke e Jim Nutt, che mi hanno fatto oltrepassare il background surrealista e dada consentendomi di sviluppare un’iconografia personale»), fa parte del gioco. A 6 anni dalla prima retrospettiva europea di stampo “nobil/kitsch” andata in scena al Château de Versailles fra stucchi, aurei candelabri e scintillanti lampadari (fra i “must”: l’aragosta in alluminio policromo che pendeva da un soffitto affrescato e Moon, d’acciaio inossidabile, che brillava in fondo al barocco Salone degli Specchi), il 60enne artista della Pennsylvania è in mostra al Centre Pompidou con un “happening” compulsivo di giocattoloni, elettrodomestici, affreschi e oggetti che il sommo poeta Guido Gozzano avrebbe di sicuro annoverato fra “le buone cose di pessimo gusto”. Un “merchandising” a portata di tutti (ma in realtà più costoso di tutti) che strizza l’occhio all’americano medio che vive nelle periferie delle metropoli, sgomma da “macho” sul suo inutile Suv e trangugia hamburgers davanti alla tv con moglie e prole altrettanto obesi. E quando loro finalmente se ne vanno a dormire, lui si gode un bel porno. Jeff Koons lo sa bene: tant’è che nelle serigrafie dell’89 intitolate Made In Heaven ed esposte con divieto ai minori, si ritrae mentre copula con l’ex moglie Cicciolina/Ilona Staller.
 
«Quando sono arrivato a New York ero un “outsider” e i miei fiori gonfiabili non erano altro che dialoghi periferici nel mondo dell’arte. Così ho deciso di creare le serie Pre-New e The New con gli aspirapolveri e l’ho esposta in varie locations come Artists Space e White Columns. Nessuno ha comprato quelle opere, costringendomi a tornare a vivere coi miei genitori. Ma non mi sono perso d’animo e ho individuato la scena artistica dell’East Village rendendomi conto che se avessi ancora lasciato New York sarei finito nel dimenticatoio. Così ho ideato la serie Equilibrium e da lì sono sostanzialmente partito». Con le sezioni Inflatables, Pre-New/The New ed Equilibrium, il furbesco genio “koonsiano” ha già modo di esprimersi fra reminiscenze della Pop Art e Minimalismo. Se il coniglietto rosa e i fiori gonfiabili da “discount” («Mi sono sempre piaciuti gli oggetti pieni d'aria perché sono molto antropomorfi: quando inspiriamo, simboleggiano la vita; quando espiriamo, la morte») attirano lo sguardo e trasmettono ottimismo, gli aspirapolveri Hoover allineati in “vetrina” e illuminati da luci al neon stile Dan Flavin sono la quintessenza di un consumismo che si tramuta in dittatura pubblicitaria nei pannelli che inneggiano al modaiolo abuso di gin & tonic e vodka & tonic; e nel cartellonistico invito all’acquisto della nuova, luccicante automobile per tutta la famiglia. L’American Dream dell’iconico successo, invece, si concentra nei manifesti griffati Nike coi campioni di pallacanestro che l’artista ha incorniciato senza alterare; e nei palloni da basket “concettualmente” immersi in acquari colmi d’acqua distillata. Da qui alla Luxury And Degradation il passo è breve, fra l’esasperazione/manipolazione di slogans pubblicitari edonisticamente orientati al “brand” e ai nuovi ricchi; e l’alcolica sfilata di oggetti/gioiello replicati nella glacialità dell’acciaio inox. «Lavoro con elementi figurativi. Mi piacciono le forme perchè mi danno l’opportunità di comunicare. Ma credo che le mie opere, nel loro insieme, siano astrazioni che funzionano concretamente attorno alle idee». Idea della forma o forma ideale che sia («Sono passato attraverso fasi in cui predominava la narrativa linguistica; e fasi in cui è stata la narrativa fisica, a imporsi»), le sezioni Statuary e Banality esibiscono sculture che sono a tutti gli effetti “souvenirs” contemporanei. Accanto a un’inossidabile statuetta del comico Bob Hope che somiglia all’Oscar, ecco il busto di Louis XIV e il Rabbit giocattolo dalla superficie lucida che riflette i desideri e le contraddizioni del mondo. E poi, scolpiti nel legno policromo e nella porcellana ecco la surrealtà di Buster Keaton, maestro del cinema muto; il paradosso fiabesco di Bear and Policeman; l’artigianalità da pochi dollari di Naked e Ushering in Banality; l’esasperante kitsch di Michael Jackson and Bubbles.
 
Se la sezione “kolossal” intitolata Celebration presenta le sculture specchianti realizzate negli Anni ’90 con simboli e oggetti associati a compleanni, vacanze e occasioni di festa (l’infantile Balloon Dog; l’iper romantico Hanging Heart), le parate scultoree Anni 2000 di Easyfun-Ethereal, Popeye e Hulk Elvis – inframmezzate dagli affreschi che citano James Rosenquist fra pubblicità, fumetti, Magritte, voyeurismo e iperrealismo (per dirla con Koons: «Arte competitiva in una società competitiva») – svelano un giocattoloso/ossessivo tripudio d’elefanti, aragoste coi baffi acconciati “à la” Dalí, cagnolini a forma di salvagente, canarini Titti, Braccio di Ferro a furor di bicipiti e spinaci e The Incredible Hulk “metamorfizzato” in un organo a canne. Antiquity e Gazing Ball, infine, dimostrano quanto la Fenomenologia del Kitsch, fra citazioni e rimandi, possa “contaminarsi” con l’arte antica. Illuminante l’esempio dell’olio su tela Antiquity 3 che include una fotografia scattata da Koons a una pinup a cavalcioni di un delfino “inflatable” che bacia una scimmietta altrettanto gonfiabile, mentre sullo sfondo vi sono tracce di pittura astratta e statue di Afrodite; e sulla superficie della tela, schizzi a pennarello vergati dall’artista che raffigurano il sole, i flutti marini da dove emerge la dea greca, una barca a vela e la stilizzata allusione a una vagina che richiama L’origine du monde di Gustave Courbet. Altrettanto persuasive, le sculture d’acciaio inossidabile che rivisitano Venere (Metallic Venus), di nuovo Venere in versione Orange Balloon, Plutone nell’atto di rapire Proserpina (Pluto and Proserpina), le repliche del Farnese Hercules e di Ariadne con la spiazzante, concettuale intromissione di una sfera blu. D’altronde, ad ammetterlo è proprio Jeff Koons, «la mia arte è sintetizzabile in “tutto ciò che ci interessa è qui”. Perché tutto è intorno a noi e tutto è disponibile».

Jeff Koons
A Retrospective
Fino al 27 aprile, Centre Pompidou, Galerie 1, place Georges Pompidou, Parigi
tel. 0033-1-44781233
Catalogo Éditions du Centre Pompidou, € 44.90; Portfolio, € 19; Album, € 9.50; Jeff Koons pour les enfants!, € 11.90


www.centrepompidou.fr

www.jeffkoons.com

Foto: Balloon Dog (Magenta), 1994–2000, 1 of 5 unique versions, Pinault Collection - © Jeff Koons
Hulk (Organ), 2004 – 2014, Edition n° 2/3, Photo: Tom Powel Imaging, Gagosian Gallery
Three Ball Total Equilibrium Tank (Dr. J Silver Series), 1985, Edition n° 1/2, Museum of Contemporary Art Chicago, Gerald S. Elliott Collection
© Jeff Koons






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Hulk OrganThree Ball Total Equilibrium Tank


 

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