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Radiolina Sony

Tecnologia?

Meglio se Vintage.

di Stefano Bianchi

La mia età? Non ve la dico nemmeno sotto tortura. Ma potrete agevolmente dedurla dopo aver letto la Top 10 dei miei oggetti del cuore (ieri e l’altroieri tecnologici, oggi vintage) che ho vissuto, consumato, semplicemente sognato. 1) La macchina per scrivere Olivetti Lettera 32, progettata da Marcello Nizzoli e messa in produzione dal 1963. Nel suo blog, l’architetto Simone Micheli la descrive come “un totem del tempo che scorre. Rumorosa. Indistruttibile”. Approvo, sottoscrivo e la rimpiango perfino un po’. La mia tesi giornalistica sul Decadentismo nel cinema di Luchino Visconti è nata pigiando su quei tasti, idem i primi articoli rock & pop da “freelance”. È stata, come dire, la mia coperta di Linus (sbianchettatore incluso). 2) L’Apple Macintosh 128 K: personal computer compatto, potente, presentato il 25 gennaio 1984 da Steve Jobs alla stampa americana e soprannominato E.T. Costosissimo oggetto del desiderio, ricordo d’averlo consumato con gli occhi in vetrina e stop. 3) Il registratore a cassette Philips modello EL 3302, anno di lancio 1968. Una vera goduria: posizionavo davanti alle casse dello stereo il microfono a presa diretta, saltavo dalla puntina del giradischi al tasto “rec” e canzone dopo canzone (su musicassette C-60) ci ho costruito le mie “compilations”. 4) Il Sony Walkman TPS-L2 (1979), ideato dai giapponesi Akio Morita, Masaru Ibuka e Kozo Ohsone. Musica per tutte le tasche (economica, non ingombrante) da ascoltare in cuffia. Perlopiù correndo. Anche al sottoscritto è capitato di fare “jogging” (pardon: all’epoca si diceva “footing”, che tradotto suonava “piedando”) senza sapere dove mettere il Walkman: nella tasca della tuta? Stringerlo nella mano ansimando? 5) La radiolina a transistor di non ricordo più quale marca. La domenica pomeriggio (via il “footing”, benedetta panchina dei giardini pubblici), accostata all’orecchio, mi sgranava come un rosario  Tutto il calcio minuto per minuto. Enrico Ameri e Sandro Ciotti. Memorie da Biancosarti, nella bottiglietta di plastica, allo stadio. Se penso al “non plus ultra” delle radioline, comunque, penso alla Sony TR-63 bicolore. Bella come la più bella sequenza di American Graffiti.

6) Altra radio, stavolta “must” del design domestico. Sommo parallelepipedo a transistor griffato nel 1964 da Richard Sapper e Marco Zanuso, il Cubo TS-502 Brionvega arancione mi ha fatto scoprire l’esistenza e l’essenza delle radio libere. 7) La macchina fotografica Polaroid, nata nel 1948 dall’intuito geniale di Edwin Herbert Land. Il quale, per esaudire il desiderio della figlia Jennifer che voleva la foto subito dopo lo scatto, inventò il mitico apparecchio provvisto di pellicola autosviluppante. Ero adolescente, quando i miei genitori mi regalarono la Polaroid. Ed ero già un appassionato di Andy Warhol, quando vidi per la prima volta le sue polaroids scattate a tutti quelli che sognavano d’essere famosi per 15 minuti. 8) Il telefono Grillo by Siemens, firmato nel 1967 da Sapper & Zanuso. Ronzante nella suoneria, padre dei cellulari apri-e-chiudi, l’ho acquistato un po’ in ritardo, su eBay, a prezzo stracciato. Troneggia nell’ingresso di casa, muto come un soprammobile. 9) Moka Express Bialetti (1933), la madre di tutte le caffettiere ideata da Alfonso Bialetti. Continuo ad amarla per il profumo del suo gorgogliante caffè e per l’Omino coi baffi, disegnato da Paul Campani e tatuato sopra. 10) Ciclomotore Ciao Piaggio (1967). Motorino punto e basta, per gli adolescenti degli Anni ’70. Si avviava con un po’ di fatica (bisognava muovere velocemente i pedali), ma poi zigzagava nel traffico che era un piacere. Il mio Ciao era arancione (come il Cubo Brionvega: un vizio cromatico), ma è durato ben poco: rubato a un palo della luce con tanto di catena e lucchetto lasciati lì, beffardamente, sul marciapiede. In compenso, mi fa ancora impazzire lo slogan futurista/pubblicitario: “Le sardomobili hanno cieli di latta. Liberi chi Ciao”. Se mi sono lasciato andare al “come eravamo”, io che col vintage ci vivrei dalla mattina alla sera pranzi e cene inclusi, è perché ho scoperto Techno Vintage. Storia romantica degli oggetti tecnologici, l’imperdibile volumetto che mi ha fatto riscoprire tanti oggetti del mio passato e del mio perché. Grazie di cuore a Elena Paparelli, che è riuscita ad assemblare come in un mercatino dell’usato tutte quelle icone (popolari o non troppo/abbastanza conosciute, funzionali o semplicemente belle) che all’epoca erano il massimo della tecnologia e oggi continuano a ispirare il più bel design.

Scrive l’autrice: “Con Techno Vintage, abbraccio linguistico che fa scivolare l’attualità nel passato prossimo quando non remoto, si indica quella specifica quanto affollata famiglia di prodotti tecnologici che ormai hanno fatto il loro tempo, ma a cui la storia ha però dedicato uno spazio nient’affatto trascurabile nella memoria collettiva”. Ecco, dunque, decine e decine di reperti della memoria suddivisi per categorie merceologiche: si va dalle macchine per scrivere, a grammofoni, giradischi e registratori; da cineprese e proiettori, a juke-box; da televisori, a macchine per il caffè, radioline e riproduttori musicali portatili… Ogni oggetto, s’è guadagnato la sua scheda che ne riassume storia, curiosità e aneddoti. Vale la pena, ad esempio, (ri)scoprire la rossa Valentine Olivetti di Ettore Sottsass (1969): la macchina per scrivere Pop che il poeta Giovanni Giudice definì «una Lettera 32 travestita da sessantottina». Oppure il mitico juke-box Wurlitzer 1015 dell’American Way of Life Anni ’40, che se la gioca col fascino “space age” dell’Ami Continental 2 dei Sixties. Che dire poi del televisore Jvc Videosphere del 1970, a forma di casco spaziale, che fungeva da sveglia e anche da lampada? E della Vespa 50 Piaggio (1963, soprannominata “cinquantino”) che “si guida con gioia. È bella, è forte, è robusta, vi porta sicuri su tutte le strade”, recitava lo slogan pubblicitario? E ancora, spulciando da una voce all’altra, ecco il telefono cellulare Motorola DynaTac 8000X del 1983, detto “il mattone”; la macchina per il caffè da bar Pavoni, modello La Cornuta, del 1947, design di Giò Ponti, Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli; il Tyco, telefono dei primi Anni ’80 costruito coi mattoncini Lego; la fonovaligia Lesa, modello Sagittario (primi ’60), che permetteva d’ascoltare dischi da 16, 33, 45 e 78 giri; l’home computer Commodore Pet 2001 del 1977, peso massimo nella sua categoria: 20 chili… A mo’ di epilogo (di questo editoriale col cuore in mano) lascio volentieri la parola scritta a Elena Paparelli: “Viene da chiedersi se riattualizzare il design di ieri, o resuscitare ‘tout court’ apparecchi antichi, sia in qualche modo un tentativo di ‘addomesticare’ la corsa verso il futuro, esorcizzando così, con l’andatura del granchio, gli anni che passano. Messe filosofia e considerazioni esistenziali in ‘stand-by’, optiamo a mantenere uno sguardo ostinatamente affettivo quanto partigiano al Techno Vintage. Limitandoci a ricordare, tanto attratti dai singoli oggetti ‘d’antan’, più o meno in disuso o non più funzionanti, come in fondo ‘anche un orologio fermo segna pur sempre l’ora giusta due volte al giorno’”.    

Elena Paparelli, Techno Vintage. Storia romantica degli oggetti tecnologici, Tunué, Collana frizzz, 112 pagine, € 9.70

www.tunue.com

Foto: Radiolina Sony Tr-63, 1957
Scooter Vespa 50 Piaggio Elestart, 1963
Macchina per scrivere Olivetti Valentine, 1969
© Tunué





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Vespa 50 PiaggioOlivetti Valentine


 

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